Perché Wired sbaglia sulla scuola

Riccardo Luna sul numero di Wired di ottobre rilancia l’idea di dotare ogni studente della scuola italiana di un computer (laptop) per facilitare passaggio al digitale dell’istruzione pubblica. Non un’idea nuova in sé, Luna stesso ammette che è dieci anni che se ne parla ma ne sostiene con forza, a fronte di tanti proclami inutili, la necessità. Il costo? Luna stima circa 400 milioni di euro.
Pur prendendo per buona questa cifra, mi domando se l’idea proposta da Luna sia la soluzione giusta per facilitare l’utilizzo del digitale nelle nostre scuole. Personalmente penso di no. Per diverse ragioni. Se anche lo Stato acquistasse i laptop inevitabilmente dopo 2/3 anni dovrebbe rottamarli e acquistarne di nuovi. L’acquisto non sarebbe una tantum ma dovrebbe essere mantenuto costante nel tempo con un peso non irrilevante sui conti pubblici. Se, come dice Luna, 10 anni fa avessimo comperato i computer ci troveremmo oggi con un parco vetusto composto da processori intel 486 (se qualcuno se li ricorda ancora) e pentium della prima ora. Per quanto si faccia ricorso a linux e a sistemi operativi leggeri siamo al limite della compatibilità con l’evoluzione della rete. Con in più il rischio di dare la sensazione agli studenti di essere rimasti intrappolati in una piega dell’evoluzione tecnologica. Non si può non notare che oggi la dotazione tecnologica dei bambini e dei teen-ager non è nemmeno comparabile a quella di 10 anni fa. Le nuove generazioni sono cresciute già nel digitale: hanno il nintendo DS, il cellulare, la playstation, lo smartphone e a casa il computer con Internet. La digitalizzazione della scuola tramite il pc infatti potrebbe portare a situazioni paradossali: gli studenti potrebbero avere in tasca sistemi elettronici che sono 10 volte più evoluti di quelli che la scuola potrà mai offrire loro. I farraginosi meccanismi di acquisto, le lentezze delle procedure burocratiche, i costi della gestione del parco macchine installato (pensiamo alla manutenzione software e hardware) creano un gap difficilmente colmabile con l’evoluzione tecnologica.
Credo piuttosto che la vera battaglia per favorire la digitalizzazione della scuola pubblica sia quella di incentivare la diffusione della banda larga. Come possiamo parlare di apprendimento in rete se la scuola in rete ci va con il doppino a 56k e non ha nemmeno l’ADSL che abbiamo in casa? Perché non portare il wi-fi nelle classi e rendere la rete parte integrante dei processi di insegnamento e di apprendimento? Proprio l’accesso alla banda larga sta diventando l’elemento cruciale per l’evoluzione delle nuove tecnologie. In misura crescete le applicazioni che utilizziamo girano non più in locale sul pc ma stanno in rete. Dalla posta elettronica, agli strumenti di calcolo e scrittura di testi fino ad arrivare ai videogiochi cooperativi è la rete il locus sia di utilizzo che di funzionamento. Ad esempio le google apps (email, pacchetto offici) funzionano in rete e sono accessibili tramite un semplice browser. Questo processo che ha molti nomi ma che possiamo sinteticamente rappresentare con quello di utility computing è la frontiera dell’evoluzione tecnologica ed è su questo che bisognerebbe scommettere per il futuro, soprattutto per quello delle prossime generazioni. Inoltre, i costi di questa operazione sono notevolmente inferiori a quelli dell’acquisto di hardware e lascerebbero spazio ad altre operazioni di ammodernamento della scuola. Perché per una volta tanto in Italia non puntiamo sul futuro invece di guardare al passato e a quello che non è stato fatto?

Marco

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