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	<title>First Draft</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
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		<title>La terza rivoluzione industriale ha bisogno di Kickstarter (parola di Wired)</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 09:31:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Creatività e design]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Worlds, web 2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia non abbiamo ancora familiarizzato granché con il crowdfunding (il finanziamento di progetti attraverso piccole donazioni in rete). Negli Stati Uniti il fenomeno è già consolidato, al punto che kickstarter, la piattaforma di riferimento di questo nuovo modello di &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2012/05/13/la-terza-rivoluzione-industriale-ha-bisogno-di-kickstarter-parola-di-wired/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-05-2456061-alle-11.27.212.png"><img class="aligncenter  wp-image-1460" title="Schermata 05-2456061 alle 11.27.21" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-05-2456061-alle-11.27.212.png" alt="" width="235" height="106" /></a>In Italia non abbiamo ancora familiarizzato granché con il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Crowd_funding" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/en.wikipedia.org/wiki/Crowd_funding?referer=');"><em>crowdfunding</em></a> (il finanziamento di progetti attraverso piccole donazioni in rete). Negli Stati Uniti il fenomeno è già consolidato, al punto che<a href="http://www.kickstarter.com/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.kickstarter.com/?referer=');"> kickstarter</a>, la piattaforma di riferimento di questo nuovo modello di finanziamento, rischia di rimanere vittima del suo successo. Secondo Gizmodo su kickstarter <a href="http://gizmodo.com/5897449/were-done-with-kickstarter" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/gizmodo.com/5897449/were-done-with-kickstarter?referer=');">ci sono ormai troppi progetti e nessuna selezione</a>. Qualche buona proposta c’è, ma è sempre più difficile da scovare. <a href="http://gawker.com/5858118/end-online-panhandling-forever" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/gawker.com/5858118/end-online-panhandling-forever?referer=');">Secondo Gawker, poi, l&#8217;anonimato premia l&#8217;opportunismo</a>. Ci sono società che non avrebbero il minimo bisogno di donazioni e il rischio è quello di finanziare operatori che potrebbero cercarsi i soldi da soli senza nessun particolare aiuto dalle folle.</p>
<p>Non tutti si accodano al carro dei critici. <a href="http://www.wired.com/design/2012/05/in-defence-of-kickstarter-its-not-panhandling-its-pre-orders/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.wired.com/design/2012/05/in-defence-of-kickstarter-its-not-panhandling-its-pre-orders/?referer=');">Wired si schiera con kickstarter</a>. La rete, dice Wired, ha un sacco di spazzatura, ma questo lo sapevamo già. Kickstarter avrà pure dei limiti, ma la sua funzione è cruciale per la prossima fase di sviluppo della nostra economia (anche per noi italiani).</p>
<p>A lungo abbiamo scommesso su start up digitali. Quando si trattava di finanziare lo sviluppo del software i risparmi di uno studente del college bastavano per mettere a punto un primo prototipo credibile. Adesso che una nuova generazione di start up punta sugli atomi e non sui bits il problema è sostenere i costi necessari per un prototipo che richiede macchine utensili, materie prime, competenze specializzate. E’ questo il motivo per cui kickstarter è necessario: perché<strong> consente a nuovi imprenditori a cavallo fra analogico e digitale di capire l’interesse del mercato per un certo prodotto</strong> e creare un primo volano economico e finanziario sul quale far conto per avviare un&#8217;attività.</p>
<p>Per una generazione di nuove start up made in Italy la questione è tutt’altro che marginale. Progetti innovativi nel campo della meccanica, della moda o del design potrebbero davvero beneficiare di meccanismi in grado di attivare interesse e ordini sulla base di un prototipo o di una prima serie in bella mostra sul Web. Le piattaforme di <em>crowdfunding</em> possono rappresentare un&#8217;alternativa efficace a un sistema finanziario poco incline a dar credito a progetti di questo tipo, almeno nella fase iniziale di lancio.</p>
<p>Rimane da capire se ha un senso proporre un progetto per una lampada riciclabile o una serie di documentari sul made in Italy in un sito che propone di finanziare stravaganze tipo un vibratore ricaricabile via usb o un matrimonio con la propria birra preferita (per una selezione delle idee più incredibili di kickstarter cliccate su <a href="http://kickstopper.blogspot.it/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/kickstopper.blogspot.it/?referer=');">http://kickstopper.blogspot.it/</a>).Per molti prodotti made in Italy un&#8217;attività di curatela può essere utile. A Digital Makers a Firenze abbiamo ascoltato <a href="http://superduperhats.com/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/superduperhats.com/?referer=');">Valeria Cornacchini e Matteo Gioli di Superduperhats.com</a> raccontare di come una start up del mondo analogico abbia beneficiato del lancio di luisaviaroma.com, un portale in cui l&#8217;offerta è selezionata e proposta con attenzione. Non solo per un problema di immagine, ma anche per la raccolta dei primi ordini su cui avviare la produzione.</p>
<p>Per le <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crowd_funding" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/it.wikipedia.org/wiki/Crowd_funding?referer=');">piattaforme italiane di crowdfunding</a> che si stanno affacciando a questo mercato la discussione sui pro e i contro di <em>kickstarter</em> può essere un&#8217;opportunità. Esiste oggi uno spazio per piattaforme dedicate alle esigenze di una nuova manifattura. La partita è aperta.</p>
<p>Stefano</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F05%2F13%2Fla-terza-rivoluzione-industriale-ha-bisogno-di-kickstarter-parola-di-wired%2F&amp;title=La%20terza%20rivoluzione%20industriale%20ha%20bisogno%20di%20Kickstarter%20%28parola%20di%20Wired%29" id="wpa2a_2" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F05_2F13_2Fla-terza-rivoluzione-industriale-ha-bisogno-di-kickstarter-parola-di-wired_2F_amp_title=La_20terza_20rivoluzione_20industriale_20ha_20bisogno_20di_20Kickstarter_20_28parola_20di_20Wired_29?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Artigiani digitali</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 14:34:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 26 aprile si è tenuto a Firenze il convegno sui Digital Makers, organizzato da CNA Toscana, CNA Giovani e CNA Next. E’ stata una bella occasione per capire come i nostri maker (artigiani) stanno affrontato le sfide del digitale &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2012/04/28/artigiani-digitali-2/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 26 aprile si è tenuto a Firenze il convegno sui <a href="http://www.cnanext.it/1218-2/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.cnanext.it/1218-2/?referer=');">Digital Makers</a>, organizzato da CNA Toscana, CNA Giovani e CNA Next. E’ stata una bella occasione per capire come i nostri maker (artigiani) stanno affrontato le sfide del digitale (social network, web 2.0). Non si tratta, infatti, di un tema scontato: i maker nostrani sono spesso bravissimi con le mani ma hanno difficoltà a fare proprie le logiche della comunicazione digitale. Il convegno ha però offerto lo spaccato di una realtà artigianale/imprenditoriale molto dinamica che ha dimostrato di saper utilizzare con successo le tecnologie digitali. Mi piacerebbe riprendere alcune iniziative che, tra le molte presenti al convegno, mi hanno particolarmente colpito.</p>
<p>Partirei con il caso dei ragazzi di <a href="http://superduperhats.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/superduperhats.com/?referer=');">Super Duper</a>, giovane brand che produce cappelli in paglia anni ’20 e ’30 (per intenderci quelle che una volta si chiamavano “pagliette”) riviste con un gusto contemporaneo. Da consumatori appassionati di cappelli ma senza una vera conoscenza tecnica, hanno con umiltà studiato e imparato da artigiani specializzati i segreti della lavorazione della paglia. Da qui sono partiti per disegnare le loro collezioni che hanno comunicato con grande capacità nel mondo digitale, lavorando con i blog degli appassionati di moda e con il <a href="http://boticca.com/superduperhats/all/#pieces" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/boticca.com/superduperhats/all/_pieces?referer=');">commercio elettronico</a>. Oggi sono diventati un punto di riferimento nella loro nicchia di mercato.</p>
<p>Altro esempio interessante è <a href="http://www.mokup.eu/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.mokup.eu/?referer=');">Mokup</a>, una start-up potremmo chiamarla, che ha puntato sulla produzione di capsule di caffè per la moka. L’idea è di portare le stesse qualità (conservazione dell’aroma, praticità d’uso) che sono già note nelle capsule usate per il caffè espresso nel mondo più tradizionale della moka. Oltre alla realizzazione del sito, Mokup ha lavorato con successo con adwords di google come strumento di comunicazione per far conoscere la novità del proprio prodotto.</p>
<p><a href="http://www.dolc-e.com/public/index.asp" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dolc-e.com/public/index.asp?referer=');">Dolc’è</a> è la pasticceria creata da due 25enni toscani che hanno deciso, su ispirazione della serie televisiva il Boss delle Torte, di puntare sulla produzione di torte su misura. Il sito  e Facebook sono due strumenti fondamentali non solo per far conoscere la qualità della propria pasticceria ma soprattutto per interagire con i clienti per la realizzazione di prodotti personalizzati.</p>
<p><a href="http://www.fattelo.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.fattelo.com/?referer=');">Fattelo!</a> è una giovane iniziativa a cavallo tra il mondo del design e dell’open source. Hanno progettato una lampada a led costruita in cartone senza colla o chiodi ma solo attraverso piegature e incastri. Nel proprio sito i ragazzi di Fattelo! hanno rilasciato le istruzioni necessarie per realizzare la lampada in autonomia e per fare in modo che la community possa contribuire a far crescere la qualità del prodotto, attraverso la realizzazione di varianti e modifiche.</p>
<p>Per chiudere vale la pena segnalare il caso di <a href="http://www.luisaviaroma.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.luisaviaroma.com/?referer=');">LuisaViaRoma</a> che, da negozio fiorentino specializzato nella vendita di brand della moda e del lusso, è oggi diventato, grazie al commercio elettronico, uno dei luoghi virtuali più frequentati dagli appassionati di moda. LuisaViaRoma ha un fatturato online di 60 milioni di euro che rappresenta oltre l’80% del fatturato complessivo.</p>
<p>Questi casi forse sono ancora troppo pochi per diventare un numero statistico, ma sicuramente segnalano una tendenza emergente che speriamo possa presto diventare un fenomeno sempre più diffuso.</p>
<p>Marco</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F04%2F28%2Fartigiani-digitali-2%2F&amp;title=Artigiani%20digitali" id="wpa2a_4" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F04_2F28_2Fartigiani-digitali-2_2F_amp_title=Artigiani_20digitali?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>NTV Italo: politica e mercato per un nuovo trasporto viaggiatori</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 16:20:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ finalmente pronto per entrare in servizio Italo di Ntv, primo treno privato a correre sulla rete nazionale ad alta velocità. La prima notizia positiva è la decisione di una compagnia privata, creata con capitali italiani e francesi, di scommettere &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2012/04/22/ntv-italo-politica-e-mercato-per-un-nuovo-trasporto-viaggiatori/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/04/Diapositiva1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1445 alignleft" title="Diapositiva1" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/04/Diapositiva1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>E’ finalmente pronto per entrare in servizio <a href="http://www.ntvspa.it/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ntvspa.it/?referer=');">Italo di Ntv</a>, primo treno privato a correre sulla rete nazionale ad alta velocità. La prima notizia positiva è la decisione di una compagnia privata, creata con capitali italiani e francesi, di scommettere sul nostro Paese, investendo un miliardo di euro e assumendo mille persone, per lo più giovani, in un periodo così difficile per l’economia. Una notizia positiva è anche la realizzazione di un prodotto industriale europeo di avanguardia, che unisce tecnologia francese e qualità manifatturiera made in Italy, e che può contare sui promettenti sviluppi del mercato globale dei treni ad alta velocità. Ma la novità più significativa è che con Italo-Ntv si apre finalmente il servizio ferroviario italiano alla concorrenza. Dopo anni di discussioni e di tentativi abortiti, quando non di veri e propri sabotaggi politici, ecco che una compagnia privata può entrare in un mercato a lungo protetto, contribuendo ad accrescere la varietà dell’offerta e contenere i prezzi del trasporto viaggiatori. Nel settore ferroviario il monopolio pubblico è stato a lungo difeso da due convinzioni. La prima era che le elevate economie di scala del trasporto ferroviario, dovute ai costi fissi della rete, rendessero conveniente a tutti la presenza di un unico operatore. La seconda è che i privati tendono a “scremare” la domanda, servendo solo quella più redditizia, senza alcuna garanzia per l’universalità del servizio. Se, dunque, monopolio deve essere, meglio allora rimanga pubblico, così da limitare il potere di mercato a spese degli utenti. In realtà, come avviene anche per le telecomunicazioni, l’energia e il gas, il “monopolio naturale” non riguarda tanto il servizio, che può essere fornito da più operatori, bensì l’infrastruttura, che rimane invece unica e sottoposta al controllo pubblico. Separando la gestione della rete ferroviaria (i binari, gli impianti e le stazioni) dal servizio di trasporto passeggeri (i treni), diventa possibile mettere in concorrenza più operatori, incentivando efficienza, innovazione e differenziazione dell’offerta a beneficio dei consumatori.</p>
<p>Insomma, anche se per le ferrovie italiane la separazione fra “infrastruttura pubblica” e “servizi in concorrenza” è ancora lontana dall’essere completata, Italo-Ntv rappresenta una tappa fondamentale nel percorso di liberalizzazione. Per massimizzare il beneficio dei consumatori sono tuttavia necessari anche altri interventi. Il servizio Ntv sarà inizialmente operativo sulla linea Milano-Roma-Napoli e solo successivamente verrà esteso sulla tratta Venezia-Padova-Bologna. Per chi non vive all’interno di queste città salire su Italo sarà difficile. Possiamo infatti essere certi che le interconnessioni dagli altri nodi della rete ferroviaria verranno attentamente “sfasate” da Trenitalia, che farà di tutto per ostacolare il concorrente. D’altro canto, chi viaggia in treno conosce bene l’ostinazione del monopolista pubblico nel difendere i suoi interessi, a spese dei consumatori: basti pensare all’allungamento dei tempi di percorrenza dei servizi regionali per incentivare l’uso degli Eurostar (il cui costo dei biglietti non è regolato), oppure l’assurdo divieto di fermata in alcune città degli Eurocity austro-tedeschi <a href="http://www.obb-italia.com/it/Viaggiare_con_le_OeBB/DB-OeBB_EuroCity/index.jsp" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.obb-italia.com/it/Viaggiare_con_le_OeBB/DB-OeBB_EuroCity/index.jsp?referer=');">DB-OBB</a>. Alcuni territori rischiano perciò di essere penalizzati, invece che premiati, dalle innovazioni in corso nei servizi ferroviari. E’ allora necessario che allo sviluppo del mercato dei servizi ad alta velocità, faccia seguito anche una più convinta politica per l’accessibilità metropolitana. E’ questo il modo per estendere i benefici sociali del servizio e, allo stesso tempo, creare condizioni per accrescere offerta e qualità dei nuovi treni. Politica e mercato, anche su questo settore, dovrebbero dunque muoversi insieme.</p>
<p>Giancarlo</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F04%2F22%2Fntv-italo-politica-e-mercato-per-un-nuovo-trasporto-viaggiatori%2F&amp;title=NTV%20Italo%3A%20politica%20e%20mercato%20per%20un%20nuovo%20trasporto%20viaggiatori" id="wpa2a_6" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F04_2F22_2Fntv-italo-politica-e-mercato-per-un-nuovo-trasporto-viaggiatori_2F_amp_title=NTV_20Italo_3A_20politica_20e_20mercato_20per_20un_20nuovo_20trasporto_20viaggiatori?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La lezione di Instagram e quella di Ikea</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 06:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei giorni scorsi due notizie hanno tenuto banco nella rete: l&#8217;acquisto di Instagram da parte di Facebook per la cifra impressionante di un miliardo di dollari e la scelta di Ikea di rilocalizzare in Italia alcune importanti attività manifatturiere a &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2012/04/12/la-lezione-di-instagram-e-quella-di-ikea/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456030-alle-08.03.42.png"><img class="aligncenter  wp-image-1431" title="Schermata 04-2456030 alle 08.03.42" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456030-alle-08.03.42.png" alt="" width="667" height="193" /></a></p>
<p>Nei giorni scorsi due notizie hanno tenuto banco nella rete: <a href="http://techcrunch.com/2012/04/09/instagram-story-facebook-acquisition/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/techcrunch.com/2012/04/09/instagram-story-facebook-acquisition/?referer=');">l&#8217;acquisto di Instagram</a> da parte di Facebook per la cifra impressionante di un miliardo di dollari e <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-04-10/ikea-sposta-produzione-miliardo-144415.shtml?uuid=Ab5FgvLF&amp;fromSearch" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-04-10/ikea-sposta-produzione-miliardo-144415.shtml?uuid=Ab5FgvLF_amp_fromSearch&amp;referer=');">la scelta di Ikea</a> di rilocalizzare in Italia alcune importanti attività manifatturiere a lungo affidate a produttori orientali. I commenti che ho potuto vedere in rete non hanno segnalato collegamenti fra i due eventi. Mi permetto di avanzare il mio.</p>
<p>Riparto dalla vicenda Instagram che, al netto di considerazioni sull&#8217;importanza di <em>social media</em>, <em>foto sharing</em> e <em>mobile</em>, ripropone il tema della start up come leva della crescita economica. Un lungo <a href="http://www.linkiesta.it/instagram-venture-capital" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.linkiesta.it/instagram-venture-capital?referer=');">articolo su Linkiesta</a> ripropone la differenza abissale fra contesto italiano e contesto americano. Negli Stati Uniti, lo sappiamo da mo&#8217;, ci sono i <em>venture capital</em>, la finanza per la crescita, i <em>business angels</em>; c’è insomma tutto l’armamentario istituzionale che serve a trasformare un progetto imprenditoriale di due scrivanie in un business miliardario. C’è soprattutto la fiducia nel futuro perché le start-up, ci dice Linkiesta, sono &#8220;l’espressione più alta dell’entusiasmo sociale&#8221;. Negli Stati Uniti, ma anche in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, in Australia e in gran parte del mondo emerso questo entusiasmo è alle stelle. Da noi sembra latitare.</p>
<p>E qui vengo alla seconda notizia di questi giorni, la decisione di Ikea di localizzare in Italia un parte importante della propria produzione. Il colosso svedese parla di un impegno a stabilizzare il rapporto con 24 fornitori italiani per circa 1 miliardo di euro di acquisti, il che equivale all&#8217;8% degli acquisti mondiali, mettendo l&#8217;Italia al terzo posto fra i paesi di approvvigionamento dopo Cina e Polonia. Come ha scritto <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&amp;ID_articolo=1157&amp;ID_sezione=56" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41_amp_ID_articolo=1157_amp_ID_sezione=56&amp;referer=');">Gramellini su La Stampa</a>, all’estero si ostinano a riconoscere l’esistenza di un’altra Italia in cui noi abbiamo smesso di credere. L’Italia “del lavoro ben fatto, del buon gusto, del bel vivere e del meglio pensare”.</p>
<p>La vicenda Ikea, sia ben chiaro, è tutt&#8217;altro che isolata. Cito <a href="http://hbs.grafotitoli.com/Grafo/Fashion/tduqYnwp_57EXputFnST531iC5_VCSqs0" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/hbs.grafotitoli.com/Grafo/Fashion/tduqYnwp_57EXputFnST531iC5_VCSqs0?referer=');">un caso ancora più sorprendente</a>, anche se meno noto. Di recente un grande marchio della moda italiana, Raffaele Caruso, è stato contattato da un colosso del tessile abbigliamento cinese, China Garments, per produrre la collezione del suo marchio di punta, &#8220;Sorgere&#8221;. Il nuovo lusso cinese si affida ancora una volta al <a href="http://24o.it/links/?uri=http%3A%2F%2Fblogs.ft.com%2Fmaterial-world%2F2012%2F04%2F09%2Fcan-china-save-made-in-italy%2F#axzz1rczNTkYS&amp;from=La+Cina+alla+riscossa+del+Made+in+Italy+%28Ft%29" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/24o.it/links/?uri=http_3A_2F_2Fblogs.ft.com_2Fmaterial-world_2F2012_2F04_2F09_2Fcan-china-save-made-in-italy_2F_axzz1rczNTkYS_amp_from=La+Cina+alla+riscossa+del+Made+in+Italy+_28Ft_29&amp;referer=');">Made in Italy</a>. Non si tratta di un contratto di licenza, simile a quelli che hanno fatto ricchi i nostri produttori di scarpe sulla Riviera del Brenta. Si tratta proprio di &#8220;offshoring&#8221; al contrario. A loro il marchio e la distribuzione, a noi la manifattura. Noi produciamo, loro fanno quello che la letteratura economica chiama &#8220;upgrading&#8221;.</p>
<p>In Italia resiste (tenacemente, <em>against all odds</em>) un saper fare e un senso estetico che si traduce in progetti imprenditoriali che magari non sono sorteggiati sulla ruota della turbo-finanza globale, ma che attirano gli stranieri e li appassionano. L’entusiasmo di cui parla Linkiesta c’è ancora; si manifesta in quella passione verso il <em>lavoro artigiano</em> che non ha ancora l’attenzione che si merita, soprattutto da chi pensa alla crescita del paese. La materia prima abbonda per progetti ambiziosi, il problema è che i nostri <em>startupper </em>guardano altrove.</p>
<p>Il tema vero allora non è tanto perché in Italia non è nato ancora un campione del web 2.0, ma perché nessuno ha pensato di fare una <em>start up</em> di commercio elettronico con i mobilieri veneti, friulani e lombardi su cui Ikea ha deciso di scommettere; perché nessuno ha lanciato un progetto di marchio internazionale con qualche imprenditore cinese per sviluppare a scala globale il potenziale della manifattura di Raffaele Caruso; perché nessuno si decide a lanciare un progetto innovativo per vendere online scarpe su misura coinvolgendo i produttori della Riviera del Brenta. A forza di guardare altrove, il rischio è di vedere sprecato l&#8217;unico vero tesoro da cui l&#8217;Italia può ripartire per rilanciare la propria economia. E magari per brillare un po&#8217; sulle pagine dei giornali internazionali.</p>
<p>Stefano Micelli</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F04%2F12%2Fla-lezione-di-instagram-e-quella-di-ikea%2F&amp;title=La%20lezione%20di%20Instagram%20e%20quella%20di%20Ikea" id="wpa2a_8" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F04_2F12_2Fla-lezione-di-instagram-e-quella-di-ikea_2F_amp_title=La_20lezione_20di_20Instagram_20e_20quella_20di_20Ikea?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le ragioni del successo di Hermès</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 07:55:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una intervista interessante a Patrick Thomas, amministratore di Hermès, spiega il successo della maison francese (e del lusso in generale) in anni di stagnazione. Mentre l’Europa sperimenta una crisi che non lascia spazio all’ottimismo, Hermès cresce a un ritmo senza &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2012/03/20/le-ragioni-del-successo-di-hermes/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/03/IMG_3981.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1424" title="IMG_3981" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/03/IMG_3981.jpg" alt="" width="360" height="141" /></a></p>
<p>Una<a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/18/Lusso_prossima_guerra_sara_per_co_8_120318023.shtml" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/18/Lusso_prossima_guerra_sara_per_co_8_120318023.shtml?referer=');"> intervista interessante a Patrick Thomas</a>, amministratore di Hermès, spiega il successo della maison francese (e del lusso in generale) in anni di stagnazione. Mentre l’Europa sperimenta una crisi che non lascia spazio all’ottimismo, Hermès cresce a un ritmo senza precedenti: il volume di attività è aumentato del 50% negli ultimi due anni fino a raggiungere un fatturato che oggi si attesta a quasi tre miliardi di euro. Non è solo la Cina a trainare le vendite: anche in Europa e negli Stati Uniti il marchio del lusso continua a crescere grazie a una élite di ricchi che, secondo Thomas, continua a essere sempre più ricca.<br />
“Il sistema liberale che aveva garantito la crescita della classe media è saltato&#8221; dice Thomas. &#8220;I molto facoltosi non fanno che aumentare, così come gli indigenti”. Per questo Hermès non teme la crisi: offre qualità senza compromessi a un mondo che, nonostante i rovesci dell&#8217;economia mondiale, continua a migliorare la sua posizione.<br />
Colpisce ascoltare la ricetta del successo secondo Hermès. I tre pilastri “suonano” molto italiani: artigianato, prima di tutto, e poi creatività e stile. A proposito del primo dei tre elementi, vale la pena sottolineare qualche numero. Quanto Thomas arriva a Hermès nel 1989 trova 300 artigiani. Oggi ce ne sono 3000. Peraltro ancora insufficienti per coprire la domanda di alcuni oggetti culto che Hermès ha messo sul mercato. Nessun atteggiamento retrò. Da Hermès prospera un artigiano contemporaneo – come recita la recente campagna pubblicitaria &#8211; un artigiano capace di evolvere nel tempo come ha fatto del resto lo stesso Emile Hermès, storico fondatore dell’azienda.<br />
Il quadro fornito da Patrick Thomas tranquillizza di certo gli azionisti di Hermès, ma non è rassicurante per il mondo in cui viviamo. Parla di una società divisa in due, senza una classe media in grado di permettersi un prodotto di qualità. Per i meno facoltosi, qualche mobile Ikea quando va bene; shopping da Wal Mart nel peggiore dei casi.<br />
E se le imprese italiane provassero a percorrere strade diverse? Se il lavoro artigiano diventasse l&#8217;ingrediente per una nuova offerta di qualità a prezzi accessibili?</p>
<p>s.</p>
<p>ps. ma perché il Corriere mette questi articoli nelle pagine di cronaca e non in quelle di economia? mah</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F03%2F20%2Fle-ragioni-del-successo-di-hermes%2F&amp;title=Le%20ragioni%20del%20successo%20di%20Herm%C3%A8s" id="wpa2a_10" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F03_2F20_2Fle-ragioni-del-successo-di-hermes_2F_amp_title=Le_20ragioni_20del_20successo_20di_20Herm_C3_A8s?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile?</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 14:26:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Creatività e design]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Wall Street Journal sembra non avere dubbi. Un abito da uomo Armani ha la stessa qualità sartoriale di un abito Suitsupply. C’è però una non piccola differenza. L’abito Armani costa 3600 $ mentre quello Suitsupply 614$. Possibile? Secondo i &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/01/suitsupply_12.jpg"><img class="size-medium wp-image-1392 aligncenter" title="suitsupply_12" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2012/01/suitsupply_12-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p class="MsoNormal">Il <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703385404576258671135584478.html" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/online.wsj.com/article/SB10001424052748703385404576258671135584478.html?referer=');">Wall Street Journal</a> sembra non avere dubbi. Un abito da uomo Armani ha la stessa qualità sartoriale di un abito <a href="http://www.suitsupply.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.suitsupply.com/?referer=');">Suitsupply</a>. C’è però una non piccola differenza. L’abito Armani costa 3600 $ mentre quello Suitsupply 614$. Possibile? Secondo i due giudici (due esperti del settore <a href="http://www.salvatoregiardina.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.salvatoregiardina.com/?referer=');">Salvatore Giardina</a> e <a href="http://www.cesarani.com/bio.htm" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.cesarani.com/bio.htm?referer=');">Salvatore Cesarani</a>) che hanno analizzato, attraverso un test alla cieca, gli abiti da uomo offerti dai principali brand presenti sul mercato americano, la cura dei dettagli, il tessuto, il taglio e la costruzione dell’abito sono sostanzialmente simili.  Per carità si può sempre dire che il test è incompleto, il giudizio falsato (basato su sensazioni) e la metodologia non scientifica ma si tratta comunque di un fatto che fa riflettere. Non tanto perché mette in pericolo il valore percepito del brand Armani, quanto perché mette in discussione la capacità delle imprese italiane di innovare in un settore, quello dell’eleganza maschile, che ci vede leader a livello internazionale.</p>
<p class="MsoNormal">Suitsupply è un brand olandese, fondato da <a href="http://www.cnbcmagazine.com/story/start-up-suitsupply/363/1/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.cnbcmagazine.com/story/start-up-suitsupply/363/1/?referer=');">Fokke de Jong</a>, che si sta rapidamente espandendo a livello internazionale (35 negozi in Olanda e Benelux, 3 a Londra, con recenti apertura a New  York e a Milano). La proposta è molto aggressiva: introdurre l’abito da uomo, con qualità sartoriale, ad un pubblico più giovane ed ad un prezzo accessibile. Le linee sono principalmente due: una ready to wear (prodotto industrialmente) alla quale si possono apportare solo piccole modifiche (apertura dei bottoni della giacca, piccoli ritocchi qua e la) ed una linea made-to-measure (quasi-sartoriale) nella quale si possono prendere fino a 30 punti ( bisogna aspettare 3-5 settimane per la consegna ed il prezzo può salire fino a 600-900 euro). I tessuti sono Italiani (provengono da due delle migliori aziende di Biella), il taglio innovativo in linea con le nuove richieste del consumo (slim-fit, spalla napoletana, giacca più corta). La qualità costruttiva non è sacrificata, almeno nella linea più alta del ready-to-wear e nel made-to-measure che è realizzata in Italia, Portogallo e Cina. Il punto vendita gioca un ruolo di primo piano nel modello di suitsupply. Rappresenta un luogo di incontro con i consumatori. Nel punto vendita ci sono sarti che realizzano, a vista, piccole personalizzazioni (in un’ora accorciano i pantaloni e si può quindi aspettare continuando gli acquisti) e si occupano di prendere le misure per realizzare l’abito quasi sartoriale e le inseriscono nel software aziendale che gestisce l’ordine.</p>
<p class="MsoNormal">Ma come è possibile avere un prezzo così basso? Facendo economie di scala negli ordinativi, gestendo attraverso le nuove tecnologie il processo di produzione, risparmiando sul marketing e sul brand, controllando direttamente la distribuzione e scegliendo location meno costose per il punto vendita (a NY ad esempio il negozio è al secondo piano senza la visibilità della vetrina).</p>
<p class="MsoNormal">Questo modello è oggi particolarmente apprezzato da una crescente quota di consumatori. Il Wall Street Journal segnala la grande vitalità dell’abito maschile nel mercato americano (+20%) proprio in una fascia prezzo più bassa che però non vuole rinunciare completamente alla qualità.</p>
<p class="MsoNormal">I tessuti sono italiani, la tecnica costruttiva è italiana, lo stile è italiano. Perchè allora nessuna impresa italiana ci ha pensato?</p>
<p class="MsoNormal">Molti si lamentano in Italia della mancanza di talenti creativi al pari dei nomi storici della moda del recente passato. E’ vero, forse. Dal mio punto di vista, è molto più preoccupante la difficoltà nell&#8217;esplorare nuovi modelli imprenditoriali.</p>
<p class="MsoNormal">Marco</p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F01%2F25%2Fperche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile%2F&amp;title=Perch%C3%A8%20gli%20olandesi%20ci%20battono%20nella%20sartoria%20maschile%3F" id="wpa2a_12" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F01_2F25_2Fperche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile_2F_amp_title=Perch_C3_A8_20gli_20olandesi_20ci_20battono_20nella_20sartoria_20maschile_3F?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Per rappresentare i maker serve un&#8217;altra idea di imprenditorialità</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 23:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Creatività e design]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[maker imprenditorialità rappresentanza]]></category>

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		<description><![CDATA[Un lungo articolo di Mike Press, professore di Design Policy all’università di Dundee, lancia un tema che potrebbe essere a breve di consistente attualità: chi rappresenterà sulla scena politica i maker, gli artigiani di nuova generazione che stanno rapidamente conquistando &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2012/01/21/per-rappresentare-i-maker-serve-unaltra-idea-di-imprenditorialita/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><a href="http://mikepress.files.wordpress.com/2012/01/20111203_tqp011_0.jpg" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/mikepress.files.wordpress.com/2012/01/20111203_tqp011_0.jpg?referer=');"><img class="aligncenter" src="http://mikepress.files.wordpress.com/2012/01/20111203_tqp011_0.jpg" alt="" width="451" height="194" /></a></p>
<p class="MsoNormal">Un lungo <a href="http://mikepress.wordpress.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/mikepress.wordpress.com/?referer=');">articolo di Mike Press</a>, professore di Design Policy all’università di <a href="http://www.dundee.ac.uk/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dundee.ac.uk/?referer=');">Dundee</a>, lancia un tema che potrebbe essere a breve di consistente attualità: chi rappresenterà sulla scena politica i <em>maker</em>, gli artigiani di nuova generazione che stanno rapidamente conquistando peso economico e visibilità sui media anglosassoni?</p>
<p class="MsoNormal">Nel post, Press ripercorre le tappe della rapida escalation mediatica che ha portato a più riprese il movimento dei maker su testate accreditate come l’<a href="http://www.economist.com/node/21540392" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.economist.com/node/21540392?referer=');">Economist</a> e <a href="http://www.fastcodesign.com/1665567/4-reasons-why-the-future-of-capitalism-is-homegrown-small-scale-and-independent" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.fastcodesign.com/1665567/4-reasons-why-the-future-of-capitalism-is-homegrown-small-scale-and-independent?referer=');">Fast Company:</a> da fenomeno di costume, il fenomeno dei maker assume i contorni di un’avanguardia che preannuncia profondi cambiamenti nel mondo della produzione industriale. Non è chiaro chi potrebbe rappresentare in politica questi nuovi soggetti: questo perché i maker sono interlocutori abbastanza difficili da interpretare. Sono certamente imprenditori, ma di un tipo nuovo. Come ha scritto <span><a href="http://www.nytimes.com/2011/11/13/opinion/sunday/the-entrepreneurial-generation.html?_r=4&amp;pagewanted=all" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.nytimes.com/2011/11/13/opinion/sunday/the-entrepreneurial-generation.html?_r=4_amp_pagewanted=all&amp;referer=');">William Deresiewicz sul NYT</a> queste figure sono il nuovo enzima del cambiamento sociale; sostituiscono l’artista e il riformatore, lo scienziato e il santo. Sono il motore del cambiamento, i promotori di nuova idea di autonomia e di immaginazione. Non vogliono necessariamente diventare super ricchi; vogliono di sicuro una società migliore. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Per un certo periodo di tempo la politica ha provato a fare i conti con questi nuovi imprenditori attraverso la categoria della creatività. Sulla scia delle indicazioni di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Florida" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/en.wikipedia.org/wiki/Richard_Florida?referer=');">Richard Florida</a> abbiamo immaginato una classe di creativi che avrebbe fatto da motore a una nuova idea di innovazione, meno ancorata alla tecnologia e più attenta alla dimensione del gusto e del design. In realtà, l’idea di una “classe” di creativi non riesce a catturare davvero il fenomeno dei maker e dei nuovi appassionati di fai da te, terribilmente ancorati al mondo materiale e non necessariamente affezionati alle grandi aree metropolitane. Il fenomeno, insomma, richiede categorie nuove rispetto a quanto utilizzato dall’accademia e dalla politica. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Vale la pena segnalare soprattutto l’imbarazzo del Labour party di fronte a questa nuova ondata di imprenditorialità fattiva.<span> </span>La sinistra sposa la causa del lavoro, ma ha difficoltà a capire e ad abbracciare questa idea di “fare” perché troppo imprenditoriale. Il che, secondo Press, è singolare proprio perché molti di questi nuovi imprenditori non sono lontani da priorità e ideali tipici di un’area progressista. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Che sia l’idea stessa di imprenditorialità a dover essere rivista?</span></p>
<p class="MsoNormal">s.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F01%2F21%2Fper-rappresentare-i-maker-serve-unaltra-idea-di-imprenditorialita%2F&amp;title=Per%20rappresentare%20i%20maker%20serve%20un%E2%80%99altra%20idea%20di%20imprenditorialit%C3%A0" id="wpa2a_14" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F01_2F21_2Fper-rappresentare-i-maker-serve-unaltra-idea-di-imprenditorialita_2F_amp_title=Per_20rappresentare_20i_20maker_20serve_20un_E2_80_99altra_20idea_20di_20imprenditorialit_C3_A0?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La crisi e gli errori dell’Occidente</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 22:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
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<p class="MsoNormal">Abbiamo oramai capito che l’attuale crisi economica e finanziaria viene in realtà da lontano ed è destinata a segnare in profondità gli equilibri globali che si sono affermati nel corso del ‘900. Per quanti, come noi, vivono in quella parte fortunata di mondo chiamata “Occidente”, diventa dunque necessario prendere consapevolezza dei mutamenti in atto, riflettere sugli errori compiuti e prepararsi a cambiare passo. Un utile lettura in questa direzione è fornita da Dambisa Moyo, brillante economista di origine africana, con studi universitari ad Oxford e Harvard, di cui Rizzoli ha da poco tradotto l’ultimo libro: <em><a href="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/4967_la_follia_dell_occidente_moyo.html" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/4967_la_follia_dell_occidente_moyo.html?referer=');">La Follia dell’Occidente. Come cinquant’anni di decisioni sbagliate hanno distrutto la nostra economia</a></em><span>. </span><span>Fra i numerosi spunti che il libro offre vale qui riprenderne almeno tre. Il primo riguarda le distorsioni di un’economia basata sul debito. Secondo l’Autrice la crescita a debito non ha riguardato solo gli Stati, ma anche le famiglie e le imprese delle economie avanzate, portando ad una illusione di ricchezza che è stata esasperata da una industria finanziaria fuori controllo, che ora rischiamo di pagare a carissimo prezzo. Il debito pubblico sarebbe in particolare il risultato di politiche sbagliate sul fronte della previdenza (le passività pensionistiche stanno esplodendo in tutto l’Occidente a causa dell’invecchiamento della popolazione), della fiscalità (che non riesce a tassare in modo equo i soggetti più ricchi, che sono anche i più sfuggenti) e delle infrastrutture energetiche e di trasporto (che nei paesi industriali sono sempre più obsolete e la loro modernizzazione è spesso ostacolata da processi decisionali lunghi e costosi). Il debito privato è stato invece alimentato soprattutto dagli investimenti immobiliari, il cui eccesso non solo ha scatenato la crisi finanziaria attraverso i famigerati mutui </span><em>sub-prime</em><span>, ma che alla fine ha distolto il risparmio da investimenti più produttivi nel lungo periodo, come quelli sul capitale umano e tecnologico.</span></p>
<p class="MsoNormal">Un secondo fattore preso in considerazione è la progressiva perdita nelle economie avanzate di lavoro e conoscenze produttive nell’industria. Non che i servizi siano irrilevanti, ma quando occupazione e investimenti nella manifattura scendono sotto una certa soglia, come sta avvenendo nei “vecchi” Paesi industriali anche a seguito delle delocalizzazioni, nell’economia viene a mancare una base fondamentale di apprendimento tecnico senza la quale l’innovazione perde slancio. In tale prospettiva, la critica della Moyo colpisce anche un altro dei pilastri dello sviluppo dell’Occidente, quello del libero commercio basato sulla teoria dei vantaggi comparati. Questa teoria può funzionare a condizione che tutti rispettino le stesse regole, altrimenti si innesca una concorrenza a-simmetrica che avvantaggia solo una parte, fino a creare posizioni di monopolio che deformano i rapporti di scambio.</p>
<p class="MsoNormal">Il terzo e decisivo aspetto che Dambisa Moyo considera è dunque il ruolo dello Stato nell’economia di mercato. Il giudizio è qui ambivalente. Se, da un lato, l’aumento del debito pubblico sul Pil segnala un maggiore peso della politica, dall’altro il suo effettivo potere viene oggi minacciato sia dai grandi gruppi multinazionali, sia dalla frammentazione della società in interessi sempre più difficili da conciliare. In questa apparente contraddizione risiede forse il messaggio più importante di questo libro: ciò che le democrazie occidentali stanno perdendo è proprio quel senso di coesione collettiva che rende possibile affrontare le sfide comuni che il progresso pone continuamente di fronte alle società, come i cambiamenti demografici, gli investimenti in conoscenza, l’efficienza energetica, la tutela dell’ambiente, l’equità sociale. Queste sfide richiedono uno Stato più autorevole e moderno, ma proprio per questo anche più essenziale. Uno Stato che sappia regolare più che gestire, attivare le energie sociali e imprenditoriali più che sostituirsi ad esse. Uno Stato che nel rappresentare gli interessi di una comunità nazionale sappia riconoscere e valorizzare le crescenti interdipendenze globali. E&#8217; anche nel ripensare il ruolo e le forme dello Stato che le economie dell&#8217;Occidente potranno ritrovare la via dello sviluppo.</p>
<p><span>Giancarlo</span><!--EndFragment--></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2012%2F01%2F05%2Fla-crisi-e-gli-errori-dell%25e2%2580%2599occidente%2F&amp;title=La%20crisi%20e%20gli%20errori%20dell%E2%80%99Occidente" id="wpa2a_16" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2012_2F01_2F05_2Fla-crisi-e-gli-errori-dell_25e2_2580_2599occidente_2F_amp_title=La_20crisi_20e_20gli_20errori_20dell_E2_80_99Occidente?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le industrie creative e le economie di scala</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 10:04:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La scorsa settimana al Dipartimento di Scienze economiche di Padova si è tenuto un seminario incentrato sulle industrie creative (in un buona approssimazione le industrie che producono contenuti creativi: editoria, software, design, media, musica, ecc.) al quale hanno partecipato i &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2011/12/13/le-industrie-creative-e-le-economie-di-scala/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p class="MsoNormal">La scorsa settimana al <a href="http://www.decon.unipd.it/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.decon.unipd.it/?referer=');">Dipartimento di Scienze economiche</a> di Padova si è tenuto un <a href=" http://www.decon.unipd.it/assets/pdf/convegni/programma-20111205.pdf">seminario</a> incentrato sulle industrie creative (in un buona approssimazione le industrie che producono contenuti creativi: editoria, software, design, media, musica, ecc.) al quale hanno partecipato i principali esperti a livello europeo (qui trovate il programma). E’ stata un’occasione per fare il punto su uno dei temi (la creatività) al centro di un dibattito particolarmente intenso, soprattutto in <a href="http://ec.europa.eu/culture/creative-europe/index_en.htm" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/ec.europa.eu/culture/creative-europe/index_en.htm?referer=');">Europa</a> dove le industrie creative sono considerate il punto di riferimento per favorire lo sviluppo economico nella società post-industrializzata (si vedano a questo proposito il <a href="http://www.europeanvoice.com/article/imported/figel-report-hails-eu-s-creative-growth-engine/56027.aspx" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.europeanvoice.com/article/imported/figel-report-hails-eu-s-creative-growth-engine/56027.aspx?referer=');">rapporto Figel</a> e il <a href="http://www.ufficiostudi.beniculturali.it/mibac/multimedia/UfficioStudi/documents/1265360388120_CAP._1_Creativita_e_industrie_culturali.pdf" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ufficiostudi.beniculturali.it/mibac/multimedia/UfficioStudi/documents/1265360388120_CAP._1_Creativita_e_industrie_culturali.pdf?referer=');">libro bianco</a> sulla creatività in Italia).</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Uno dei punti più rilevanti emersi durante il seminario riguarda la necessità di cambiare prospettiva in merito alle industrie creative. Finora è stato privilegiato, sulla scia degli studi di Richard Florida, un approccio principalmente settoriale (lo studio delle singole industrie creative) e basato sulla presenza di specifici profili professionali (la classe creativa) quali proxy del potenziale creativo di un territorio/spazio urbano. Molte ricerche hanno messo in evidenza la problematicità di questa impostazione. Tra questi merita di essere citato lo studio elaborato da Brian Hracs, ricercatore dell’università di Uppsala, sui musicisti attivi a Toronto, una delle città canadesi con la scena musicale più sofisticata. Secondo Hracs l’elevata concentrazione di musicisti all’interno della stessa area metropolitana ha portato a dei risultati non sempre positivi. La possibilità di valorizzare la “propria arte” è molto difficile. Il mercato locale è estremamente affollato, farsi pagare, ad esempio, per una performance live è un’impresa (molti musicisti sono “costretti” a suonare gratis). Non stupisce quindi che il livello dei redditi dei musicisti a Toronto sia in media di circa 9000 euro anno e non stupisce nemmeno la fuga degli stessi musicisti dal downtown di Toronto verso aree più periferiche e più a buon mercato.</p>
<p class="MsoNormal">Non è andando in questa direzione che le industrie creative possono diventare quel volano per lo sviluppo di cui molto si parla. La vera sfida consiste nel confrontarsi con le economie di scala che consentono di moltiplicare il valore della creatività incorporando lo sforzo creativo in prodotti replicabili. Nel mondo dei videogiochi questo fenomeno è già evidente. La creatività diventa parte di un processo economico/industriale che si svolge all’interno di filiere globali. Il contenuto di un <a href="http://www.economist.com/node/21541409?frsc=dg%7Ca" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.economist.com/node/21541409?frsc=dg_7Ca&amp;referer=');">videogioco</a> di successo può essere valorizzato ben oltre i confini dell’industria e può diventare ad esempio un film, un cartone animato, una linea di giocattoli, trasformarsi in un parco a tema e così via come nel caso noto dei Pokemon giapponesi. Nel mondo della moda è altrettanto evidente: lo “stile” del designer e il brand diventano il centro di un processo di replicazione che si estende agli accessori, ai profumi fino ad arrivare agli hotel e agli appartamenti come nel caso di Armani.</p>
<p class="MsoNormal">Alcuni dati forse possono aiutare a capire la rilevanza di questo moltiplicatore: il film Guerre Stellari ha generato circa 5 miliardi di dollari attraverso le vendite del film e 15 attraverso forme di valorizzazione parallele (giocattoli, videogiochi, ecc.). Nel caso della scrittura pittura o della musica classica questo percorso sembra più difficile e problematico, ma non per questo meno urgente. Naturalmente questo non significa ignorare l’importanza in termini culturali e artistici delle industrie creative quanto di segnalarne il potenziale inespresso in termini di sviluppo economico.</p>
<p class="MsoNormal">La quantità di creativi in un determinato luogo non è tutto; diventa decisiva la capacità di valorizzare e moltiplicare il valore dei contenuti creativi all’interno di filiere globali.</p>
<p class="MsoNormal">Marco</p>
<p><!--EndFragment--></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.firstdraft.it%2F2011%2F12%2F13%2Fle-industrie-creative-e-le-economie-di-scala%2F&amp;title=Le%20industrie%20creative%20e%20le%20economie%20di%20scala" id="wpa2a_18" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.addtoany.com/share_save_url=http_3A_2F_2Fwww.firstdraft.it_2F2011_2F12_2F13_2Fle-industrie-creative-e-le-economie-di-scala_2F_amp_title=Le_20industrie_20creative_20e_20le_20economie_20di_20scala?referer=');">Share/Save</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Potrà il nuovo artigiano salvare l&#8217;Italia?</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 12:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Creatività e design]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Worlds, web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[artigiano]]></category>
		<category><![CDATA[crisi del postmoderno]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vittadini]]></category>
		<category><![CDATA[Sussidiarietà]]></category>

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		<description><![CDATA[L’apertura di Artigiano in fiera a Milano ha fatto da cornice a un seminario mattutino sul significato del lavoro artigiano nell’attuale congiuntura economica. Segnalo l’intervento di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, che ha portato alla platea una &#8230; <a href="http://www.firstdraft.it/2011/12/04/potra-il-nuovo-artigiano-salvare-litalia/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2011/12/schermata-2011-12-04-a-1342063.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-1361" title="schermata-2011-12-04-a-1342063" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2011/12/schermata-2011-12-04-a-1342063-300x177.png" alt="" width="243" height="143" /></a><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2011/12/bianchina-custom2.png"> </a></p>
<p><span>L’apertura di <a href="http://www.artigianoinfiera.it/ita/chisiamo-visit.php" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.artigianoinfiera.it/ita/chisiamo-visit.php?referer=');">Artigiano in fiera a Milano</a> ha fatto da cornice a un seminario mattutino sul significato del lavoro artigiano nell’attuale congiuntura economica. Segnalo l’intervento di <a href="http://www.sussidiarieta.net/persone/presidente" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.sussidiarieta.net/persone/presidente?referer=');">Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà</a>, che ha portato alla platea una lettura della figura dell’artigiano tutt’altro che scontata.</span></p>
<p>Vittadini ha chiesto di superare il luogo comune che vede il lavoro artigiano come l’emblema della piccola impresa. <strong>Rilanciare la figura dell’artigiano non significa affatto riproporre lo slogan “piccolo è bello”. </strong>L’artigiano – dice Vittadini &#8211; incarna un metodo. E’ l’emblema di un modo di lavorare che oggi è straordinariamente attuale dopo il crollo di un’economia basata su alchimie finanziarie, stati indebitati e una smisurata fiducia sulla virtualità.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0.1pt 0cm;"><span> Quali sono i punti che fanno del lavoro artigiano un riferimento per una nuova idea di creazione di valore economico? Secondo Vittadini bisogna riflettere su cinque passaggi essenziali. Il primo è il rifiuto della <strong>standardizzazione</strong>: la domanda esprime una richiesta di prodotti sempre più personalizzati e solo il lavoro artigiano può garantire una risposta in questa direzione. Il secondo è la <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Milano/2011/12/3/AF-Vittadini-l-artigiano-Il-custode-di-una-bellezza-capace-di-educare-tutti/226351/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ilsussidiario.net/News/Milano/2011/12/3/AF-Vittadini-l-artigiano-Il-custode-di-una-bellezza-capace-di-educare-tutti/226351/?referer=');">ricerca della bellezza</a>. Il lavoro artigiano si pone l’obiettivo del bello prima di quello del profitto: <span>in questo senso la bellezza deve essere </span>intesa come rispondenza profonda alle aspettative del mondo in cui viviamo. Il terzo aspetto che distingue il lavoro artigiano è il rapporto con la <strong>realtà</strong>: l’atteggiamento “intellettualistico-virtuale” che ha segnato l’ultimo decennio non può più essere condiviso. L’esperienza del reale non è semplicemente esperienza mentale: deve diventare capacità di essere presente nel mondo con la totalità dei sensi. Il quarto aspetto del ragionamento di Vittadini riguarda <strong>l’innovazione</strong>. Il lavoro artigiano non è folklore: è (o dovrebbe essere) alta tecnologia, rapporto costante con i nuovi materiali e con la ricerca. Nulla a che fare con un mantenimento della tradizione che nella maggior parte dei casi si risolve nella caricatura di identità locali spesso superate. In conclusione, il tema della <strong>formazione</strong>. Se c’è un’”introduzione al reale” per i giovani, questo passaggio è sicuramente legato alla possibilità di acquisire un metodo artigiano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0.1pt 0cm;"><span><br />
Il ragionamento di Vittadini colpisce. Non tanto per l’attenzione al lavoro artigiano da parte del mondo cattolico. Colpisce, piuttosto, l’enfasi che il presidente della Fondazione della Sussidiarietà attribuisce all’<strong>artigiano protagonista del contemporaneo</strong>: una figura cosmopolita, tutt’altro che barricata dietro la richiesta di dazi e tutele contro lo straniero, orientata all’innovazione e all’high tech. L’artigiano di Vittadini è un “Io che parla a un altro Io” attraverso una dimensione del fare che coinvolge mente e corpo nella sua totalità (esattamente il contrario di quanto diceva Sartre mentre affermava che “le mani sono la distanza fra me e la realtà”).</span></p>
<p class="MsoNormal">L&#8217;impostazione di Vittadini, mi pare importante sottolinearlo, ricalca in maniera impressionante le tante <strong>proposte di matrice laica</strong> che rilanciano la figura dell’uomo artigiano come protagonista di una nuova stagione economica. L’esigenza di rimettere al centro dell’attenzione il fare come fulcro di un nuovo sistema di relazioni sociali e economiche attraversa oggi &#8211; con accenti diversi &#8211; il mondo dei <strong><em>maker</em> americani</strong> (che scommettono su una nuova idea di innovazione attraverso il fare e la partecipazione) così come l’universo degli <strong>auto produttori</strong> che in Italia e in Europa provano a farsi spazio fra i grandi brand della moda e del design. Lo spirito di queste letture laiche del pensiero artigiano hanno come punti di riferimento filosofico culturali <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/?printpage=undefined" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/?printpage=undefined&amp;referer=');">la fine del post-moderno</a><a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/?printpage=undefined" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/?printpage=undefined&amp;referer=');"> (e la rivincita del concetto di autenticità particolarmente rivalutato in questi anni di crisi)</a> e i principi dell’economia partecipata maturati nell’esperienza delle comunità del web (le logiche dell’<em>open source</em> e, più in generale, le tante esperienze di comunità on line).</p>
<p class="MsoNormal">Il “metodo” artigiano, insomma, unisce (per ora in modo abbastanza inconsapevole) la cultura cattolica della sussidiarietà<strong> </strong>e i fautori di un <a href="www.futuroartigiano.it">futuro artigiano</a> per l’innovazione e per una nuova idea di economia. E se fosse il nuovo artigiano il perno di un’azione politica davvero bipartisan per il rilancio (economico e culturale) del nostro paese?</p>
<p class="MsoNormal">Stefano</p>
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