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	<title>First Draft</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
	<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 07:42:16 +0000</pubDate>
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		<title>Il Nordest prepara il suo futuro hi-tech</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 23:34:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<category><![CDATA[Alessandra Carini]]></category>

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		<category><![CDATA[nordest]]></category>

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		<description><![CDATA[
Affari e Finanza ha pubblicato oggi un lungo articolo sull&#8217;innovazione a Nordest. Dopo aver letto di imprenditori suicidi e di subfornitori strozzati dalla concorrenza cinese, tiriamo il fiato. Alessandra Carini riporta qualche numero della Fondazione Nordest e, soprattutto, qualche indicazione su come guardare al futuro.
Qualcosa sta accadendo al di fuori del perimetro del made in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/03/immagine-4.png"><img class="size-medium wp-image-913 alignnone" title="immagine-4" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/03/immagine-4-300x61.png" alt="" width="355" height="61" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.repubblica.it/supplementi/af/?referer=');">Affari e Finanza</a> ha pubblicato oggi un lungo articolo sull&#8217;<a href="http://www.repubblica.it/supplementi/af/2010/03/08/economiaitaliana/012nordest.html" target="_self" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.repubblica.it/supplementi/af/2010/03/08/economiaitaliana/012nordest.html?referer=');">innovazione a Nordest</a>. Dopo aver letto di imprenditori suicidi e di subfornitori strozzati dalla concorrenza cinese, tiriamo il fiato. Alessandra Carini riporta qualche numero della <a href="http://www.fondazionenordest.net/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.fondazionenordest.net/?referer=');">Fondazione Nordest</a> e, soprattutto, qualche indicazione su come guardare al futuro.</p>
<p style="text-align: left;">Qualcosa sta accadendo al di fuori del perimetro del made in Italy tradizionale. Secondo le statistiche, tra il 2004 e il 2007 nel settore della sanità, gli addetti sono cresciuti in Veneto di quasi 10.000 unità. Nella sola provincia di Treviso sono il 30% in più in pochi anni. La <a href="http://www.ismerian.org/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ismerian.org/?referer=');">Ismerian</a> (Istituto di medicina rigenerativa e antietà) è un esempio di questa tendenza. Finanziata da un industriale manifatturiero, Zorzi, attraverso una fondazione, è il primo Istituto europeo privato dedicato interamente alla medicina rigenerativa. Secondo Filippo Ongaro che la dirige è necessario sviluppare una medicina che guarda l&#8217;uomo nel suo complesso con gli strumenti più avanzati che vanno fino alla genetica ed ha un carattere ‘sartoriale’, tagliato ad hoc sulla persona. Su questa linea sono esempi di innovazione anche <a href="http://www.gdiet.it/index.gd" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.gdiet.it/index.gd?referer=');">G&amp;Life</a> e <a href="http://www.ananasnanotech.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ananasnanotech.com/?referer=');">Ananas</a>.</p>
<p style="text-align: left;">Anche in altri settori ci sono iniziative interessanti (nella sensoristica, nelle tecnologie verdi, nell&#8217;alimentare). Oggi le università hanno avviato progetti per incubatori d&#8217;impresa, gli atenei sostengono spinoff commerciali, si moltiplicano i premi. Basta questo per uscire dalla crisi? Forse, ma è difficile.</p>
<p style="text-align: left;">Per mettere in moto l&#8217;innovazione, bisogna spingersi oltre e, soprattutto, in fretta. Una possibilità è  valorizzare tutta l’innovazione che abbiamo nei grandi cantieri, spesso contestati, del nostro paese. Un esempio? Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/MOSE" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/it.wikipedia.org/wiki/MOSE?referer=');">MOSE</a> una delle più grandi opere pubbliche mai realizzate per la salvaguardia dell&#8217;ambiente. Dopo molti anni e molte polemiche entriamo nella fase conclusiva di un&#8217;opera costata 10 miliardi di euro. Iniziamo a &#8220;spacchettare&#8221; lo sforzo che abbiamo fatto in questi anni e puntiamo valorizzare le tecnologie idrauliche, i materiali usati per la costruzione, le vernici, i rivestimenti utilizzati nel progetto. Rischiamo di scoprire che dentro a questi cantieri (oltre al Mose, le bonifiche di Marghera, i grandi restauri di Venezia) c&#8217;è più innovazione di quella che immaginiamo. Magari milioni di cinesi che vivono sull’acqua potrebbero essere interessati a quanto abbiamo fatto finora.</p>
<p style="text-align: left;">G + S</p>
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		<title>Re-design del territorio</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/03/06/re-design-del-territorio/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 00:05:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>

		<category><![CDATA[Andrea Granelli]]></category>

		<category><![CDATA[beni culturali]]></category>

		<category><![CDATA[Croppi]]></category>

		<category><![CDATA[micelli]]></category>

		<category><![CDATA[Monica Scanu]]></category>

		<category><![CDATA[re-design]]></category>

		<category><![CDATA[Resca]]></category>

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		<description><![CDATA[
Giovedì sera, Andrea Granelli e Monica Scanu hanno presentato a Roma il libro “(Re) design del territorio. Design e nuove tecnologie per lo sviluppo economico dei beni culturali ” pubblicato da Fondazione Valore Italia.
Vale la pena partire dal titolo. Perché re-design? Perché ri - disegnare il territorio e il nostro patrimonio culturale? La risposta è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.agranelli.net/DIR_rassegna/copertina_RedesignBBCC.gif&amp;imgrefurl=http://www.agranelli.net/rassegna_AG.html&amp;usg=__UITCzsIgrNPqej3oIY3F3aBfiVY=&amp;h=704&amp;w=451&amp;sz=140&amp;hl=it&amp;start=13&amp;sig2=VAA-MqqEuurwHxytt5CIjw&amp;itbs=1&amp;tbnid=-bmgxUjc3P_MXM:&amp;tbnh=140&amp;tbnw=90&amp;prev=/images%3Fq%3Dredesign%2Bdel%2Bterritorio%26hl%3Dit%26sa%3DG%26gbv%3D2%26tbs%3Disch:1&amp;ei=sZaRS_fuAoPhsAb88smSAw" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/images.google.it/imgres?imgurl=http_//www.agranelli.net/DIR_rassegna/copertina_RedesignBBCC.gif_amp_imgrefurl=http_//www.agranelli.net/rassegna_AG.html_amp_usg=_UITCzsIgrNPqej3oIY3F3aBfiVY=_amp_h=704_amp_w=451_amp_sz=140_amp_hl=it_amp_start=13_amp_sig2=VAA-MqqEuurwHxytt5CIjw_amp_itbs=1_amp_tbnid=-bmgxUjc3P_MXM_amp_tbnh=140_amp_tbnw=90_amp_prev=/images_3Fq_3Dredesign_2Bdel_2Bterritorio_26hl_3Dit_26sa_3DG_26gbv_3D2_26tbs_3Disch_1_amp_ei=sZaRS_fuAoPhsAb88smSAw&amp;referer=');"><img class="aligncenter" title="Copertina Re Design" src="http://www.agranelli.net/DIR_rassegna/copertina_RedesignBBCC.gif" alt="" width="170" height="237" /></a></p>
<p>Giovedì sera, <a href="http://www.culturaroma.it/servizio/59/65/9078/10251/10286/calendario_evento.asp" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.culturaroma.it/servizio/59/65/9078/10251/10286/calendario_evento.asp?referer=');">Andrea Granelli e Monica Scanu hanno presentato a Roma il libro “(Re) design del territorio.</a> Design e nuove tecnologie per lo sviluppo economico dei beni culturali ” pubblicato da <a href="http://www.valore-italia.it/IT/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.valore-italia.it/IT/?referer=');">Fondazione Valore Italia</a>.</p>
<p>Vale la pena partire dal titolo. Perché re-design? Perché ri - disegnare il territorio e il nostro patrimonio culturale? La risposta è abbastanza semplice: perché oggi la loro accessibilità culturale è limitata. Perché i turisti che arrivano nel nostro paese fanno fatica a orientarsi nella complessità dei segni della nostra architettura e del nostro paesaggio. Perché anche noi italiani, che ci viviamo in mezzo, sembriamo aver perso la capacità di interrogare il nostro territorio e di apprezzarlo quanto merita.</p>
<p>Sorprende scoprire quanto poco si conosce l&#8217;Italia. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Croppi" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Croppi?referer=');">Umberto Croppi</a> ha ricordato un aneddoto capitato mesi fa in Campidoglio. Un politico  di levatura internazionale chiede a un nostro rappresentate istituzionale: “Quando c’è stata la deportazione dei Romani?”. Il nostro risponde perplesso: “Che deportazione?”. L’altro continua: “Ho visto che i nativi locali chiedono la carità vicino al Colosseo, nei loro costumi tradizionali..”.</p>
<p>Direte: scambiare finti centurioni per nativi diseredati è ignoranza tremenda. Si può anche sorridere della poca conoscenza che i turisti hanno del nostro paese: tutti quelli che vivono nelle città d’arte italiane conoscono aneddoti dello stesso tenore. Il problema comunque rimane. Un visitatore che non accede alla ricchezza culturale del paese, compra stereotipi a prezzi di saldo. Compra una visita di fretta al Colosseo, un pizza cattiva e poi di corsa a Firenze e a Venezia dove il gioco si ripete.</p>
<p><strong>Come fermare la corsa al ribasso?</strong> Investendo in innovazione e in tecnologie che siano in grado di raccontare in modo originale il nostro territorio. Architettura e design devono imparare a sfruttare il web, la sensoristica più avanzata, le nuove potenzialità di cinema e televisione per raccontare un paese che è capace di occupare a pieno titolo uno spazio nel contemporaneo. I nuovi luoghi della cultura (musei, castelli, spazi espositivi, siti archeologici, ma anche cantine e centri commerciali) devono accompagnare i visitatori lungo percorsi e esperienze che devono rimanere impresse nella loro memoria (e spingerli a tornare).</p>
<p>Le nuove <strong>tecnologie</strong> vanno pensate (questo ce lo indicano molto bene le schede raccolte dai due curatori del libro) come un <strong>ingrediente essenziale nel completare la dimensione emotiva e esperienziale</strong> (non solo informativa) della scoperta dello spazio che ci circonda. In termini economici, scommettere su nuovi strumenti per raccontare il nostro paese rischia di essere un ottimo investimento per il made in Italy nel futuro.</p>
<p>Stefano</p>
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		<title>Modernità sostenibile: come uscire dalla crisi</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/02/26/modernita-sostenibile-come-uscire-dalla-crisi/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 07:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>

		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>

		<category><![CDATA[Enzo Rullani]]></category>

		<category><![CDATA[innovazione d'uso]]></category>

		<category><![CDATA[made in Italy]]></category>

		<category><![CDATA[Modernità sostenibile]]></category>

		<category><![CDATA[qualità]]></category>

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		<description><![CDATA[
In che modo usciremo dalla crisi? Diversi da prima, è ovvio, lo dicono tutti. Ma diversi come? C’è chi pensa che tutto possa continuare come prima, una volta passata “la nottata”. C’è chi pensa che l’Italia vada rivoltata come un calzino per porre termine al male oscuro che la divora (il declino).
C’è una terza possibilità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" src="http://www.marsilioeditori.it/media/libri/3179972.jpg" alt="" width="167" height="228" /></p>
<p style="text-align: left;">In che modo usciremo dalla crisi? Diversi da prima, è ovvio, lo dicono tutti. Ma diversi come? C’è chi pensa che tutto possa continuare come prima, una volta passata “la nottata”. C’è chi pensa che l’Italia vada rivoltata come un calzino per porre termine al male oscuro che la divora (il declino).</p>
<p style="text-align: left;">C’è una terza possibilità, a cui è dedicato il libro <a href="http://www.marsilioeditori.it/autori/libro/3179972-modernita-sostenibile" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.marsilioeditori.it/autori/libro/3179972-modernita-sostenibile?referer=');">Modernità sostenibile</a>: che si scopra l’importanza di un atteggiamento riflessivo, capace di rendere sostenibile lo sviluppo perché si preoccupa, passo per passo, di rigenerarne le premesse. Tutte le premesse: quelle ambientali, ma anche quelle motivazionali, infrastrutturali, culturali. Insomma tutto quello che è relativo alla galassia di ciò che gli economisti chiamano – con pudore – economie e diseconomie esterne.</p>
<p style="text-align: left;">Alla <a href="http://www.univiu.org/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.univiu.org/?referer=');">Venice International University</a>, da più di un anno, un gruppo di lavoro sta chiarendo i contorni di quelle che abbiamo chiamato “<strong>filiere della sostenibilità</strong>”: reti di produttori, consumatori, distributori, centri di ricerca che possono mettere le loro capacità insieme per presidiare e ricostituire le premesse dei processi da cui dipende il nostro sviluppo. E’ ormai chiaro che questo compito non può essere assolto dal libero mercato (a cui sfuggono appunto le economie e diseconomie esterne), né può essere demandato – in sostituzione – allo Stato regolatore, che dall’alto prescrive che cosa fare e non fare a milioni di persone disposte (forse) ad obbedire. Fa ormai parte del passato un’immagine del problema della sostenibilità che vedeva una cesura netta tra interessi economici (dissipativi) e tutela (regolazione) dell’ambiente, assegnata alla politica.</p>
<p style="text-align: left;">Un ambiente difeso dalla pubblica amministrazione contro la vis dissipativa delle imprese convince sempre meno. Per due ragioni: presuppone una razionalità politica lungimirante e credibile, due cose lontane dal vero – almeno nell’Italia dei nostri giorni e immagina una soluzione regolatoria o redistributiva (del reddito) che non passa per l’innovazione.</p>
<p style="text-align: left;">Come è stato detto al <a href="http://www.univiu.org/undergraduate/news/20100225" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.univiu.org/undergraduate/news/20100225?referer=');">Convegno sulla globalizzazione che si è tenuto il 25 febbraio alla Viu</a>, la ricerca della sostenibilità sta diventando <strong>un significato che i consumatori accettano</strong> sempre di più come distintivo di una buona qualità del lavorare e del vivere. Non solo accettano di pagarne il costo, sotto forma di un “premio” di prezzo a prodotti che hanno un rapporto garantito, riconoscibile, con metodi sostenibili o “biologici” (naturali) di produzione, ma costruiscono comunità in cui queste idee si propagano e diventano fattore competitivo per i produttori.</p>
<p style="text-align: left;">In particolare – si dice nel libro - per i produttori del made in Italy. Che hanno un drammatico bisogno di riscoprire la qualità, in modo da difendersi dalla concorrenza di costo dei paesi emergenti. Ma che non possono farlo soltanto scalando la piramide dei consumo, verso l’”alto di gamma”. <strong>La qualità nel mondo di oggi, non è elitaria</strong>. O si lega al possesso di tecnologie originali, che forniscono un vantaggio competitivo non imitabile (ma questo vale solo per i paesi che hanno fatto un fortissimo investimento in ricerca, cosa che per adesso esclude l’Italia). Oppure – come accade in Italia – si lega ad una specializzazione nelle <strong>innovazioni d’uso</strong>, che applicano in modo innovativo tecnologie note  a campi abituali della nostra vita di lavoro e di consumo.<br />
Parte rilevante delle innovazioni d’uso avviene attraverso la costruzione e propagazione di significati, esperienze, identità, servizi forniti agli utilizzatori e da questi, attraverso la filiera, elaborati fino al consumo finale. Certo, bisogna in grado di &#8220;leggere&#8221; e di &#8220;assorbire&#8221; la tecnologia che si sviluppa ormai in tutto il mondo, ma bisogna ancora di più <strong>saper presidiare gli usi</strong>, ossia la domanda insoddisfatta che altri trascurano e i desideri latenti che nascono continuamente nel mondo.</p>
<p style="text-align: left;">La sostenibilità è uno dei significati critici che la crisi ci ha insegnato a desiderare e amare. Essa significa apprezzamento per ciò che è condiviso, impegnativo e degno di cura, tanto da durare nel tempo entrando a far parte della nostra vita e della nostra rappresentazione di essa. Nel momento in cui <strong>la sostenibilità entra nel modello di business delle aziende</strong>, come fonte di valore capace di ripagare i costi e i rischi del suo sviluppo, possiamo dire che la modernità ha piantato i semi del suo ripensamento in senso riflessivo. All’inizio sarà coinvolta una minoranza di imprese, di lavoratori e di consumatori. Ma tutte le grandi innovazioni nascono per gradi: se riescono ad affermarsi e propagarsi possono poi divenire un’onda.</p>
<p style="text-align: left;">Il made in Italy degli oggetti sta cambiando pelle, e comincia a diventare <strong>made in Italy dei significati</strong>. Tra questi, un posto importante occupa la sostenibilità. Come fonte di valore, non solo di costi; e soprattutto come fonte di legami con tutti coloro che vogliono, nel proprio mondo, una migliore qualità del vivere e del lavorare.</p>
<p style="text-align: left;">Enzo Rullani</p>
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		<title>Il fattore AI - Artigianato Industriale</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/02/21/il-fattore-ai-artigianto-industriale/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 12:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>

		<category><![CDATA[Nuove identità]]></category>

		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<category><![CDATA[artigianato]]></category>

		<category><![CDATA[creatività]]></category>

		<category><![CDATA[innovation valley]]></category>

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		<description><![CDATA[
Esce oggi (domenica 21 febbraio) in allegato al corriere della sera l’Innovetion Valley magazine dedicato al fattore AI. Non spaventatevi: non si parla di fantomatici supercomputer dotati di intelligenza umana, nemmeno di viaggi nello spazio profondo. AI vuol dire più semplicemente Artigianato Industriale, parla di uomini e della loro creatività che passa tanto per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="Innovetion Valley Magazine" src="http://www.fuoribiennale.org/public/12coverjpgperemail.jpg" alt="" width="163" height="229" /></p>
<p class="MsoNormal">Esce oggi (domenica 21 febbraio) in allegato al corriere della sera l’<a href="http://innovetionvalley.com/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/innovetionvalley.com/?referer=');">Innovetion Valley magazine</a> dedicato al <em>fattore AI</em>.<span> </span>Non spaventatevi: non si parla di fantomatici supercomputer dotati di intelligenza umana, nemmeno di viaggi nello spazio profondo. AI vuol dire più semplicemente Artigianato Industriale, parla di uomini e della loro creatività che passa tanto per la testa quanto per le mani. <span> </span>Si potrebbe pensare ad un ossimoro. Artigianato ed industria sono stati per anni agli antipodi. Anzi con la modernità, l’industria si rappresenta come superamento della dimensione artigianale. Invece scopriamo che il “sapere fare” con le mani (Artigianato), quando non rimane fine a se stesso, può diventare fondamentale all’interno del processo di innovazione (Industriale). Non più quindi in contrapposizione, ma in sinergia.</p>
<p class="MsoNormal">I casi presentati nel magazine evidenziano le potenzialità di questo abbinamento e la sua rilevanza per la competitività del made in Italy.</p>
<p class="MsoNormal">Stefano ed io ci siamo divertiti a scrivere i pezzi introduttivi del magazine. Se avete perso il numero potete leggerli qui<br />
<a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/02/micelli-fuoribiennale-artigianato-21-feb-10.pdf">Stefano - Artigiani nel Contemporaneo</a><br />
<a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/02/bettiol-ai-innovetion-valley-magazine2.pdf">Marco - Artigiani nell&#8217;economia della creatività</a><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/02/bettiol-ai-innovetion-valley-magazine1.pdf"><br />
</a></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Marco e Stefano</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Prodi e la Cina</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/02/15/prodi-e-la-cina/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 23:11:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>

		<category><![CDATA[Cina]]></category>

		<category><![CDATA[Manifutura]]></category>

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		<description><![CDATA[Romano Prodi, in versione di professore e non di politico, ha parlato a Pisa del futuro dell&#8217;industria italiana. La lezione magistrale la trovate su youtube. Per chi ha fretta, ripropongo i numeri essenziali del ragionamento.
L&#8217;Italia è un paese industriale. In Europa non siamo in molti. Certo, c&#8217;è la Germania: il 24% del valore aggiunto dell&#8217;economia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Romano Prodi, in versione di professore e non di politico, ha parlato <a href="http://www.manifutura.it/default.aspx" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.manifutura.it/default.aspx?referer=');">a Pisa </a>del futuro dell&#8217;industria italiana. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=rhRTa7LkF3w&amp;feature=channel" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.youtube.com/watch?v=rhRTa7LkF3w_amp_feature=channel&amp;referer=');">La lezione magistrale la trovate su youtube</a>. Per chi ha fretta, ripropongo i numeri essenziali del ragionamento.</p>
<p>L&#8217;Italia è un paese industriale. In Europa non siamo in molti. Certo, c&#8217;è la Germania: il 24% del valore aggiunto dell&#8217;economia tedesca è industriale. Ma negli altri paesi le cose non stanno così. In Francia la percentuale scende al 12%, in Gran Bretagna addirittura all&#8217;11%. In Italia ci attestiamo al 18,4% (con un Centro Nord molto simile agli amici tedeschi).</p>
<p>Questa nostra struttura produttiva non è sgangherata come si credeva: se consideriamo l&#8217;arco temporale che va dal 2002 al 2008, vediamo che il nostro paese ha mantenuto la sua competitività a livello internazionale, <a href="http://www.bookfinder.com/dir/i/Il_Declino_Economico_DellItalia-Cause_E_Rimedi/8842491780/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.bookfinder.com/dir/i/Il_Declino_Economico_DellItalia-Cause_E_Rimedi/8842491780/?referer=');">contrariamente alle tante previsioni di declino</a>. In questi sei anni, la Cina ha visto la sua quota di mercato a livello internazionale crescere del 156% (dal 4,9% al 12,6%); l&#8217;Italia è cresciuta pochino, è vero (3%, dal 3,7% del commercio mondiale al 3,8%), ma ha fatto decisamente meglio di tante economie più importanti della nostra: il Giappone, nello stesso arco di tempo ha registrato un netto -17%, la Francia -29%, il Regno Unito -44%, gli Stati Uniti -25%.</p>
<p>A cosa dobbiamo la forza della nostra industria? Ai settori del made in Italy, in primis la meccanica strumentale (la meccanica non elettronica e i mezzi di trasporto ad eccezione degli autoveicoli). Sono i settori in cui non si emerge con poche tecnologie di punta, ma con la combinazione di strumenti e soluzioni tecnologiche multiple, molto difficili da imitare. Sul mercato globale dei beni di investimento abbiamo un saldo attivo di 23mld di euro (la Germania di 87).</p>
<p>Se le cose sono andata bene finora, la crisi cambia profondamente lo scenario a cui ci siamo abituati. Il 30% delle nostre imprese della meccanica sono legate in un modo o nell’altro all’edilizia, in grande crisi a livello globale. La saturazione della nostra capacità produttiva è attestata complessivamente al 70%, un valore  preoccupante. Abbiamo registrato un calo delle esportazioni del 17-18%: in pratica siamo tornati indietro di 25 trimestri. Troppo per non pensare a una politica industriale che ci guidi fuori dalla crisi.</p>
<p>Che fare? Prodi ritorna alla politica e indica diverse opzioni. La più esplicita è quella di guardare a Est. Cina e India rappresentano un mercato di 2 miliardi di persone. Per uscire dalle crisi bisogna guardare alle discontinuità. Se vogliamo rimettere in moto la nostra industria dobbiamo portare in queste economie la nostra capacità di presidiare nicchie di mercato già consolidate e scoprirne delle altre. Quelli che sono stati per anni i nostri imitatori e i nostri concorrenti dovrebbero diventare il nostro mercato di riferimento.</p>
<p>L’analisi del Prodi professore non è molto distante da quella di molti <a href="http://www.ibs.it/code/9788815131843/fortis-marco/crisi-mondiale-e-l-italia.html" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ibs.it/code/9788815131843/fortis-marco/crisi-mondiale-e-l-italia.html?referer=');">economisti industriali</a> che hanno guardato all’Italia in questi anni. La proposta del Prodi politico decisamente più originale.</p>
<p>Stefano</p>
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		<title>Se Glaxo chiude la ricerca a Verona</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/02/07/se-glaxo-chiude-la-ricerca-a-verona/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 19:26:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<category><![CDATA[Add new tag]]></category>

		<category><![CDATA[Glaxo]]></category>

		<category><![CDATA[offshoring]]></category>

		<category><![CDATA[open innovation]]></category>

		<category><![CDATA[Verona]]></category>

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		<description><![CDATA[La notizia non ha avuto il rilievo che si merita. Quindi rilancio: Glaxo, leader mondiale nella farmaceutica con un fatturato di 28,3 miliardi di sterline, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede la  chiusura di 6 centri di ricerca, tra i quali anche quelli di neuroscienze di Verona e della casa madre di Londra. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia non ha avuto il rilievo che si merita. Quindi rilancio: Glaxo, leader mondiale nella farmaceutica con un fatturato di 28,3 miliardi di sterline, <a href="http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/201002051325-eco-rt10110-farmaceutica_glaxo_chiude_a_verona_per_sindacati_inaccettabile" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/201002051325-eco-rt10110-farmaceutica_glaxo_chiude_a_verona_per_sindacati_inaccettabile?referer=');">ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede la  chiusura di 6 centri di ricerca</a>, tra i quali anche quelli di neuroscienze di Verona e della casa madre di Londra. A livello globale, il piano dovrebbe portare nelle casse di Glaxo 500 milioni di sterline: di questi risparmi il 70% destinato a consolidare i profitti,  mentre il 30% è destinato agli investimenti (acquisizioni e/o esternalizzazione).</p>
<p><a href="http://people.forbes.com/profile/andrew-witty/37081" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/people.forbes.com/profile/andrew-witty/37081?referer=');">Andrew Witty</a>, amministratore delegato della multinazionale farmaceutica, ha esplicitato la strategia di fondo di Glaxo: &#8220;Abbiamo esternalizzato circa il 30% della ricerca di base e stiamo già conducendo la ricerca di base con 47 partner esterni e il nostro obiettivo è aumentare questo livello di esternalizzazione: così abbassiamo il rischio del nostro capitale investito e otteniamo un profitto più soddisfacente».</p>
<p>Glaxo scommette su un nuovo modo di fare ricerca, quello che oggi chiamiamo &#8220;<a href="http://www.amazon.co.uk/Open-Innovation-Imperative-Profiting-Technology/dp/1578518377/ref=sr_1_2?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1265568135&amp;sr=8-2" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.amazon.co.uk/Open-Innovation-Imperative-Profiting-Technology/dp/1578518377/ref=sr_1_2?ie=UTF8_amp_s=books_amp_qid=1265568135_amp_sr=8-2&amp;referer=');">open innovation</a>&#8220;. Perché investire in centri di ricerca proprietari quando esistono là fuori strutture dedicate in grado di promuovere l&#8217;innovazione evitando molti dei rischi che la ricerca e sviluppo comportano? Henry Chesbrough ci ha spiegato che, ormai, sono molti i paesi che hanno investito in formazione avanzata: in nazioni come Cina, India e Corea è possibile trovare strutture autonome di ricerca capaci di promuovere progetti che, quando hanno successo, possono essere fatti propri da chi ha capacità finanziaria e distributiva.</p>
<p>Rimane da capire che fare nel nostro paese. <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/02/07/news/anno_2010_la_fuga_delle_multinazionali_da_glaxo_a_severstal_da_alcoa_a_yamaha-2215720/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.repubblica.it/economia/2010/02/07/news/anno_2010_la_fuga_delle_multinazionali_da_glaxo_a_severstal_da_alcoa_a_yamaha-2215720/?referer=');">Dopo aver discusso con accanimento sulla chiusura di Termini Imerese e dopo aver solidarizzato con i lavoratori dell’Alcoa, scopriamo che anche i nostri laureati/ricercatori sono a rischio</a>. La crisi di questi due anni ci mostra oggi tutte le sue implicazioni reali.</p>
<p>Si poteva prevedere? Sì. Qualcuno lo aveva anche fatto. Consiglio di rileggere l’analisi di <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=3&amp;ved=0CBgQFjAC&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.princeton.edu%2F~ceps%2Fworkingpapers%2F119blinder.pdf&amp;rct=j&amp;q=alan+blinder+offshoring&amp;ei=VRJvS-KKIYeTsQbg9O33BQ&amp;usg=AFQjCNE66Uhf6gAnwDBz2SnmdPWh4nL92g&amp;sig2=nD6Snye7i7tyXjaWuJH6EQ" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.google.it/url?sa=t_amp_source=web_amp_ct=res_amp_cd=3_amp_ved=0CBgQFjAC_amp_url=http_3A_2F_2Fwww.princeton.edu_2F_ceps_2Fworkingpapers_2F119blinder.pdf_amp_rct=j_amp_q=alan+blinder+offshoring_amp_ei=VRJvS-KKIYeTsQbg9O33BQ_amp_usg=AFQjCNE66Uhf6gAnwDBz2SnmdPWh4nL92g_amp_sig2=nD6Snye7i7tyXjaWuJH6EQ&amp;referer=');">Alan Blinder (Princeton) a proposito della &#8220;delocalizzazione” di lavori manuali e lavori intellettuali (offshoring)</a>. Già nel 2005, Blinder ci metteva in guardia sull’impatto delle nuove tecnologie in termini di divisione del lavoro internazionale. A lungo abbiamo pensato in termini tradizionali alla differenza fra beni <em>tradable</em> (cose che si possono mettere in una scatola e che possono essere spedite) e non <em>tradable</em>, immaginando che solo la produzione dei primi potesse essere delocalizzata. Diceva Blinder: “molti servizi stanno diventando <em>tradable</em> e in futuro molti altri lo saranno”. Per capire cosa faremo noi (in Italia) e cosa faranno gli altri (economie emergenti) bisogna usare catergorie diverse. I mestieri intellettuali non sono necessariamente al riparo dalla concorrenza di Cina e India. Per contro, agenti immobiliari e baby sitter sono decisamente più al sicuro.</p>
<p>La vicenda Glaxo ci ricorda che anche le politiche per la formazione vanno ripensate. Il mantra educazione, educazione, educazione non basta più. <a href="http://www.wired.com/wired/archive/13.02/brain.html" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.wired.com/wired/archive/13.02/brain.html?referer=');">In un numero di Wired i qualche anno fa, Daniel Pink</a>, fautore di una nuova idea di intelligenza e di creatività, l’aveva messa in termini un po’ brutali: “Want to get ahead today? Forget what your parents told you. Instead, do something foreigners can’t do cheaper. Something computers can’t do faster.”</p>
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		<title>Illy: l’aroma della qualità</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/01/30/illy-l%e2%80%99aroma-della-qualita/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 08:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>

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		<category><![CDATA[Illy]]></category>

		<category><![CDATA[Illy Award]]></category>

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		<description><![CDATA[Premiare paga. Almeno se a premiare è Illy e se in palio c’è la fornitura del caffè. Questo è quello che ci ha raccontano Pierpaolo Andriani della Durham Business School in un seminario all’Università di Padova, una storia delle conseguenze inattese di un&#8217;iniziativa di Illy caffè in Brasile per garantire la produzione di un caffè [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Premiare paga. Almeno se a premiare è Illy e se in palio c’è la fornitura del caffè. Questo è quello che ci ha raccontano <a href="http://www.dur.ac.uk/dbs/faculty/staff/profile/?username=dbr0pa1" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.dur.ac.uk/dbs/faculty/staff/profile/?username=dbr0pa1&amp;referer=');"><span>Pierpaolo Andriani</span></a> della Durham Business School in un <a href="http://www.decon.unipd.it/seminari_convegni/seminari/dett_seminari_mese.php?Anno=2010&amp;Mese=1" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.decon.unipd.it/seminari_convegni/seminari/dett_seminari_mese.php?Anno=2010_amp_Mese=1&amp;referer=');"><span>seminario</span></a> all’Università di Padova, una storia delle conseguenze inattese di un&#8217;iniziativa di Illy caffè in Brasile per garantire la produzione di un caffè di qualità.</p>
<p><span>Il settore del caffè è affascinante non solo per l’aroma ma anche per le dinamiche industriali che vi sono alle spalle. Un settore pieno di contraddizioni, se è vero che nell’ultimo ventennio ha assistito a un boom dei consumi, trainato anche dal risultato di grandi catene di distribuzione come Starbucks ma in contemporanea anche una crisi nel settore produttivo. Caratterizzato da una sempre maggiore richiesta di varietà particolari ma allo stesso tempo da una drammatica scarsità di offerta di chicchi di qualità. Un problema per produttori come Illy che hanno basato il loro vantaggio competitivo e la loro immagine aziendale proprio sull’alta qualità.</span></p>
<p><span>Per risolvere il collo di bottiglia che limita la crescita dell’azienda, Illy ha deciso di eludere i <em>traders</em> e gli importatori di caffè andando direttamente alla ricerca di fornitori di qualità tra le piantagioni brasiliane. Per ovviare alle evidenti difficoltà di sostituirsi agli intermediari visitando tutte le <em>fazende, </em>l’azienda triestina ha scelto di implementare una strategia <em>pull</em>, istituendo l’”</span><a href="http://www.illy.com/wps/wcm/connect/us/illy/about-illy/sustainability/the-lands-of-coffee/quality-award" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.illy.com/wps/wcm/connect/us/illy/about-illy/sustainability/the-lands-of-coffee/quality-award?referer=');">Illy Award</a><span>”, un premio per i chicchi di qualità superiore. I produttori i cui chicchi superano le rigide richieste qualitative di Illy potranno fornire il proprio caffè ad Illy, che riconosce una prezzo maggiore ma che soprattutto rappresenta un fattore di visibilità e reputazione per i produttori.</span></p>
<p><span>Il primo anno, pochi produttori sono riusciti a raggiungere la qualità necessaria, e pochi dei loro sacchi hanno superato i test di Illy. Ma la parte interessante della storia è ciò che è avvenuto negli anni successivi. La visibilità dell’azienda e gli incentivi garantiti ai produttori, stanchi di essere sfruttati dagli intermediari che non riconoscevano alcun differenziale di prezzo per la maggiore qualità, hanno cominciato a partecipare sempre più numerosi al contest. Zone come il </span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cerrado" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/it.wikipedia.org/wiki/Cerrado?referer=');">Cerrado</a><span>, note per la pessima qualità della loro produzione, sono diventate fornitori dei migliori chicchi della miscela Illy.  Anche grazie al trasferimento di conoscenze realizzato da Illy, attraverso l’istituzione dell’</span><a href="http://www.illy.com/wps/wcm/connect/it/illy/cultura-del-caffe/universita-del-caffe/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.illy.com/wps/wcm/connect/it/illy/cultura-del-caffe/universita-del-caffe/?referer=');">università Illy</a><span>, per trasmettere conoscenze sulle tecniche produttive ma anche indicazioni manageriali per migliorare l’affidabilità e la tracciabilità della produzione, e attraverso la relazione di fiducia con questi produttori. </span></p>
<p><span>La nuova strategia di approvvigionamento di Illy ne ha sicuramente migliorato la capacità competitiva di Illy, ma ha anche completamente rivoluzionato il mercato del caffè in Brasile: ha favorito una maggiore competitività in molte aziende; lo sviluppo di alcune aree territoriali, stimolando la valorizzazione di varietà locali; ha contribuito al miglioramento delle condizioni lavorative, ha aperto nuove possibilità commerciali, essendosi costituiti molti enti locali per certificare e esportare specifiche qualità prima non valorizzate. </span></p>
<p><span>Un caso di imprenditorialità all’italiana, che rivisitando l’organizzazione della propria catena del valore e instaurando relazioni di fiducia con i fornitori dall’altro lato dal mondo ha permesso di uscire dalla trappola delle produzioni <em>commodity. </em>Happy end: Illy migliora la qualità e avvia un modello di sviluppo locale che molte politiche non sono riuscite a mettere in moto.</span></p>
<p><span>Valentina</span></p>
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		<title>Rilanciare l&#8217;artigianato con il design</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/01/20/rilanciare-lartigianato-con-il-design/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 14:45:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato scorso ho partecipato a Vie di Fuga, il week-end di incontri sul contemporaneo organizzato a Vicenza. Sono rimasto colpito da una netta separazione, quasi antropologica direi, tra il mondo dell’artigianato e quello del design. Provo a spiegarmi.
Nel pomeriggio ho coordinato un dibattito sulla creatività artigiana. E’ stato molto interessante scoprire il talento di artigiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato scorso ho partecipato a <a href="http://www.fuoribiennale.org/2007/progetto.asp?menu=progetto&amp;IDnews=263&amp;LAN=ITA" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.fuoribiennale.org/2007/progetto.asp?menu=progetto_amp_IDnews=263_amp_LAN=ITA&amp;referer=');">Vie di Fuga</a>, il week-end di incontri sul contemporaneo organizzato a Vicenza. Sono rimasto colpito da una netta separazione, quasi antropologica direi, tra il mondo dell’artigianato e quello del design. Provo a spiegarmi.<br />
Nel pomeriggio ho coordinato un dibattito sulla creatività artigiana. E’ stato molto interessante scoprire il talento di artigiani di grande livello come Cristina Busnelli (specializzata nella produzione di arazzi d’arte) e Antonio Bonaldi (ceramista di Nove) e apprezzare tutto quel processo di ricerca sia tecnica che estetica che caratterizza l’artigianato di qualità. Il tema ha affascinato il pubblico in sala che ha partecipato con grande pathos al vivace dibattito finale. Con sorpresa ho notato però che gran parte del pubblico era anagraficamente segmentato: si andava dai quaranta in su. Il gusto per il saper fare, il fatto a mano, la qualità e la passione del lavoro non sembrano attirare l&#8217;interesse delle giovani generazioni.<br />
La riprova la si poteva avare a pochi metri di distanza alla Young Designer Home organizzata a Palazzo Valmarana Braga , dove giovani talenti del panorama italiano presentavano le loro proposte. In questo caso la segmentazione anagrafica era rovesciata: difficile trovare tra il pubblico chi avesse più di trent’anni. Il paradosso è che gran parte delle proposte presentate avevano poco a che fare con il design nella sua versione industriale, ma si trattava di idee/creazioni che si avvicinavano più al mondo della decorazione e dell’artigianato, utilizzando però i codici della contemporaneità: minimalismo, ironia, gioco e soprattutto leggerezza.</p>
<p>Non credo sia un fatto solo di appeal terminologico. Sicuramente la parola, artigiano/artigianato, non è di aiuto da questo punto di vista: è  troppo rivolta al passato e poco digeribile da chi è nato con l&#8217;ipod in tasca. Credo che però la questione sia più sostanziale. Mi risulta infatti difficile pensare che l’artigianato possa uscire dalla nicchia nella quale è intrappolato senza iniziare a confrontarsi con il linguaggio del design. Per due motivi essenziali: per una ragione di mercato (le giovani generazioni sono e saranno i consumatori del futuro, soprattutto a livello internazionale) e per garantire il necessario ricambio generazionale (chi davvero vorrà proseguire il lavoro artigianale così come è inteso oggi?).<br />
La sfida è quella di costruire un nuovo legame tra artigianato e design che sappia rendere interessante al consumatore internazionale la qualità del “fatto a mano”. Esistono delle esperienze innovative in Italia in questo senso; penso che però abbiamo bisogno urgentemente di un progetto che sia in grado di coordinare e di fondare queste esperienze per dare loro maggiore peso e visibilità internazionale.</p>
<p>Marco</p>
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		<title>Un new deal verde per rilanciare l&#8217;economia</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/01/16/un-new-deal-verde-per-rilanciare-leconomia/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 15:25:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Ambiente]]></category>

		<category><![CDATA[Green European Foundation]]></category>

		<category><![CDATA[Green new deal]]></category>

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		<description><![CDATA[A Venezia si è discusso di Green New Deal, ovvero come provare a risolvere i principali problemi dell&#8217;ambiente, primi tra tutti i cambiamenti climatici, e la crisi economica. 
La discussione è partita dal recente rapporto della Green European Foundation, “A Green New Deal for Europe. Towards green modernization in the fact of crisis”, realizzato dal Wuppertal Insitute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span>A Venezia si è discusso di <em><a href="http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=63&amp;gruppo=0&amp;event_id=2547113" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=63_amp_gruppo=0_amp_event_id=2547113&amp;referer=');">Green New Deal</a></em><em>, </em>ovvero<em> </em>come provare a risolvere i principali problemi dell&#8217;ambiente, primi tra tutti i cambiamenti climatici, e la crisi economica. </span></p>
<p><span>La discussione è partita dal recente rapporto della </span><a href="http://www.gef.eu/index.php?id=16&amp;no_cache=1&amp;tx_ttnews[tt_news]=74&amp;tx_ttnews[backPid]=5" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.gef.eu/index.php?id=16_amp_no_cache=1_amp_tx_ttnews_tt_news_=74_amp_tx_ttnews_backPid_=5&amp;referer=');">Green European Foundation</a><span>, </span><a href="http://www.gef.eu/fileadmin/user_upload/GEF_GND_for_Europe_publication_web.pdf" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.gef.eu/fileadmin/user_upload/GEF_GND_for_Europe_publication_web.pdf?referer=');">“A Green New Deal for Europe. Towards green modernization in the fact of crisis”</a><span>, realizzato dal </span><a href="http://www.wupperinst.org/en/home/index.html" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.wupperinst.org/en/home/index.html?referer=');">Wuppertal Insitute</a><span> e presentato da </span><a href="http://www.ecosprinter.eu/?author=149&amp;lang=it" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.ecosprinter.eu/?author=149_amp_lang=it&amp;referer=');">Pierre Jonckheer</a><span>. Il rapporto valuta i piani per la ripresa economica di diversi Paesi, considerando gli investimenti previsti e, in particolare, quale parte di questi viene destinata ad iniziative green nei diversi comparti industriali (energia, trasporti, eco-building, acque e rifiut). Il confronto fra Italia e resto del mondo è abbastanza demoralizzante: 1,3% in Italia contro un  37,8% della Cina. </span></p>
<p><span>Carlo Carraro ha citato altri rapporti che recentemente hanno trattato lo stesso argomento, tra cui quello realizzato dal </span><a href="http://www.cmcc.it/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.cmcc.it/?referer=');">Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici</a><span> per il governo tedesco e quello della </span><a href="http://www.worldbank.org/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.worldbank.org/?referer=');">World Bank</a><span>. I dati riguardanti gli investimenti riportati dai diversi rapporti sono molto simili ed evidenziano come il settore in cui si sta investendo di più sia quello energetico, strettamente legato al tema dei cambiamenti climatici. Tutti i rapporti, inoltre, confermano l’impegno dei Paesi emergenti, in particolare della Cina, impegnati a ridurre le emissioni in vista di standard sempre più vincolanti.</span></p>
<p><span>Non tutti i rapporti sono però ugualmente positivi sugli effetti economici ed occupazionali degli investimenti green, nonostante lo stesso presidente Obama, in riferimento all’introduzione di un <em><a href="http://www.businessweek.com/magazine/content/09_11/b4123022554346.htm" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.businessweek.com/magazine/content/09_11/b4123022554346.htm?referer=');">cap-and-trade emissions trading scheme</a></em> negli Stati Uniti, abbia molto enfatizzato gli impatti positivi che questa politica avrebbe in termini di creazione di posti di lavoro. Il green new deal, comunque, rappresenta un modo per rendere più competitive le aziende; in un’epoca infatti in cui i costi della produzione sono in gran parte legati a quelli delle risorse, un consumo efficiente delle stesse diventa un fattore di competitività fondamentale. </span></p>
<p><span>Come stimolare investimenti green? La politica è sicuramente uno strumento essenziale per andare in questa direzione, ma a livello europeo c’è ancora molto da fare. Secondo Ignazio Musu, è fondamentale agire in fretta: altrimenti si rischia di creare i presupposti per una nuova crisi, visto che i problemi fondamentali, quali per esempio la disponibilità di combustibili fossili non consentiranno una vera ripresa se non si intraprendono tempestivamente nuove strade di produzione e consumo. E importante risulta anche agire a scala locale. Pensiamo al caso di Venezia, dove le questioni ambientali, vedi la gestione idrogeologica e delle risorse naturali, si intrecciano con la sopravvivenza stessa della città, e il green new deal può rappresentare quindi un’importante opportunità di rilancio urbano.</span></p>
<p>Ilda Mannino</p>
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		<title>Immigrati Critical Mass</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 21:58:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Nuove identità]]></category>

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Nel Corriere del Veneto è stata riportata una notizia interessante a proposito degli immigrati. Stanchi di essere oggetto di atti politici di discriminazione da parte di amministratori leghisti – l’ultimo in ordine di tempo quello del sindaco di Montecchio Maggiore, che con un’ordinanza ha reso più difficile agli stranieri trovare casa nel suo comune – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Nel Corriere del Veneto è stata riportata una notizia interessante a proposito degli immigrati. Stanchi di essere oggetto di atti politici di discriminazione da parte di amministratori leghisti – l’ultimo in ordine di tempo quello del sindaco di Montecchio Maggiore, che con un’ordinanza ha reso più difficile agli stranieri trovare casa nel suo comune – hanno stavolta deciso di prendere l’iniziativa, proclamando uno “sciopero della spesa”. Questa iniziativa, pur con molti limiti, contiene un ragionamento giusto, ed è la consapevolezza del valore economico dell’immigrazione. E’ tempo, infatti, che questo valore venga fatto pesare anche nelle decisioni politiche. Provando a fare qualche conto emergono dati sorprendenti.</p>
<p class="MsoNormal">Nell’ultimo decennio la presenza straniera è cresciuta in misura considerevole in Italia. Secondo l’<a href="http://www.istat.it/popolazione/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.istat.it/popolazione/?referer=');">Istat</a>, nel 2009 la popolazione straniera residente in Italia ha superato la soglia dei 4milioni di persone, il 7% del totale. Nel 1995 eravamo ancora all’1%. L’attuale quota è oramai vicina a quella dei principali paesi europei, con una differenza significativa: in Italia, gli immigrati mostrano un tasso di attività maggiore di oltre 10 punti la media nazionale (73,7% contro 62,1). Se misuriamo l’incidenza degli stranieri nella classe d’età 15-64 anni, la percentuale sale infatti al 9%. Se poi calcoliamo l’incidenza dei lavoratori stranieri sul totale degli occupati, si arriva all’11%. Inoltre, diversamente da quanto succede in Germania o in Francia, da noi il tasso di disoccupazione degli immigrati rimane allineato a quello medio nazionale, di molto inferiore alla media UE (8,6 contro 12,7). Prima conclusione: gli immigrati vengono da noi per lavorare, e in questo modo contribuiscono concretamente alla produzione di ricchezza nazionale e al gettito fiscale. Inoltre, una parte significativa del reddito viene direttamente consumata, contribuendo anche in questo modo alla crescita economica. Ma quanto vale il consumo degli immigrati?</p>
<p class="MsoNormal">Per analizzare questo fenomeno possiamo fare un calcolo che tiene conto della spesa delle famiglie misurata sempre dall’<a href="http://www.istat.it/societa/consumi/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.istat.it/societa/consumi/?referer=');">Istat</a> in rapporto alla composizione dei nuclei, scontando poi una riduzione per tenere conto, cautelativamente, dei redditi minori percepiti dagli immigrati. Perciò, anche riconoscendo che le famiglie formate da stranieri possano appartenere al “secondo quintile” più povero della popolazione italiana, l’ammontare dei consumi annui degli immigrati raggiunge in Italia il valore di 24 miliardi di euro! Questa cifra già ragguardevole e sicuramente destinata ad aumentare in futuro per almeno due ragioni: da un lato perché il fenomeno dell’immigrazione, per quanto in rallentamento, continuerà comunque a crescere (è avvenuto anche nel corso del 2009); dall’altro perché tale fenomeno, radicandosi anche nel nostro paese, si accompagnerà sempre più ad un aumento dei redditi e dei consumi, anche di beni durevoli.</p>
<p class="MsoNormal">Questo rilevante volume di consumi è in buona misura “vincolato” al territorio in cui gli immigrati risiedono. Tuttavia, una parte può essere soggetta a strategie di “uscita”. Ad esempio, una parte della spesa alimentare, per l’abbigliamento e per i prodotti della casa (oltre un terzo del totale) potrebbe essere “mobilitata” in relazione anche ad istanze di protesta. Se, infatti, gli immigrati cominciassero ad organizzarsi per concentrare la spesa nei comuni “tolleranti”, il segnale potrebbe diventare molto incisivo. Se non altro, i sindaci che professano l’intolleranza, dovrebbero fare i conti anche con le conseguenze economiche delle loro iniziative. Dal canto loro, adottando strategie di “uscita”, gli immigrati potrebbero cominciare ad assumere quella “voce” politica che la politica, anche a livello locale, non vuole ancora riconoscere loro. Ciò presuppone un’organizzazione fra gruppi sociali ed etnici che non è facile costruire. Tuttavia, l’incentivo all’organizzazione politica potrebbe diventare, alla fine, il risultato più interessante di tutta l’iniziativa. Con effetti positivi anche sull’integrazione sociale.</p>
<p class="MsoNormal">Giancarlo</p>
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