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	<title>First Draft</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
	<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 06:22:33 +0000</pubDate>
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		<title>Venezia e il contemporaneo</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 06:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[
Questa sera si apre a San Servolo la mostra Mapping Contemporary Venice promossa da Venice International University e da Moleskine fra gli eventi collaterali della Biennale Architettura 2010. In questa ultima tappa del percorso Detour, architetti internazionali e studenti universitari veneziani raccontano la Venezia del presente e la sua proiezione in un futuro possibile.
Non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="Acquaalta" src="http://www.artapartofculture.net/new/wp-content/uploads/2010/08/Detour_JDS-MAV_Acqualta.jpg" alt="" width="300" height="212" /></p>
<p>Questa sera si apre a San Servolo la mostra <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=135363143167033" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.facebook.com/event.php?eid=135363143167033&amp;referer=');">Mapping Contemporary Venice</a> promossa da <a href="http://www.univiu.org/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.univiu.org/?referer=');">Venice International University</a> e da <a href="http://www.moleskine.com/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.moleskine.com/?referer=');">Moleskine</a> fra gli eventi collaterali della Biennale Architettura 2010. In questa ultima tappa del percorso <a href="http://www.moleskine.com/it/about_us/news/detour_2010_mapping_contemporary_venice.php" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.moleskine.com/it/about_us/news/detour_2010_mapping_contemporary_venice.php?referer=');">Detour</a>, architetti internazionali e studenti universitari veneziani raccontano la Venezia del presente e la sua proiezione in un futuro possibile.</p>
<p>Non è facile pensare Venezia nel contemporaneo. L’immaginario che la città evoca è stato da tempo colonizzato da immagini di un passato glorioso quanto invadente. Un’invadenza che offre poche possibilità per immaginare una Venezia capace di vivere il presente e di anticipare il futuro. Venezia suggerisce damine del settecento e Casanova in maschera per turisti in viaggio di nozze. Evoca la modernizzazione tetragona dello sviluppo industriale di Marghera e il suo conflitto permanente con la laguna e la città storica. Se la città richiama il contemporaneo è, per i più, a causa dei tanti riferimenti espliciti della stampa internazionale a Disneyland, il parco divertimenti a cui il centro storico tende pericolosamente ad assomigliare nelle giornate estive più calde, quando i turisti prendono pacificamente possesso del centro storico.</p>
<p>La città in realtà sta cambiando. In questi ultimi anni, ha conosciuto un rilancio della sua proiezione internazionale in campo culturale. Ha saputo salvaguardare e rivitalizzare una parte importante della laguna. Ha costruito infrastrutture che sono la premessa per un nuovo rapporto con il territorio. Questi cambiamenti, per quanto incisivi e reali, non hanno saputo modificare il percepito della città. Conviviamo con una città che si trasforma e con una sua immagine che tende a replicare, in modo inerziale, molti dei luoghi comuni del passato. Come una soffitta piena in cui è difficile districarsi, l’immaginario storico di Venezia continua a essere affollato di ricordi e riferimenti di cui è meglio sbarazzarsi.</p>
<p>L’esercizio di guardare e di immaginare il contemporaneo a Venezia attraverso gli occhi di grandi architetti e di studenti che vivono la città è prima di tutto un atto di libertà. Un processo di decolonizzazione. <em>Space clearing</em>, nel linguaggio della psicologia domestica. Non guardate semplicemente al risultato finale. I progetti possono piacere a seconda dei gusti e delle sensibilità. Più che l’esito finale, qui conta il percorso di costruzione di un nuovo immaginario.</p>
<p>Appuntamento a San Servolo!</p>
<p>Stefano</p>
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		<title>Vandana Shiva e la democrazia dell’acqua</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/08/20/vandana-shiva-e-la-democrazia-dell%e2%80%99acqua/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 14:37:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
		
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Con un articolo pubblicato in grande evidenza su la Repubblica, Vandana Shiva propone la sua analisi sulla scarsità delle risorse idriche e avanza l’idea per risolvere uno dei problemi più drammatici che ancora oggi colpisce milioni di persone al mondo. Secondo questa nota ambientalista di origine indiana, leader dei movimenti dell’ecologia sociale e vicepresidente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Con un articolo pubblicato in grande evidenza su <em><a href="http://www.repubblica.it/ambiente/2010/08/19/news/la_democrazia_dell_acqua_e_l_economia_dei_cowboy-6367642/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.repubblica.it/ambiente/2010/08/19/news/la_democrazia_dell_acqua_e_l_economia_dei_cowboy-6367642/?referer=');">la Repubblica</a></em><span>, Vandana Shiva propone la sua analisi sulla scarsità delle risorse idriche e avanza l’idea per risolvere uno dei problemi più drammatici che ancora oggi colpisce milioni di persone al mondo. Secondo questa nota ambientalista di origine indiana, leader dei movimenti dell’ecologia sociale e vicepresidente di Slow Food, la causa della scarsità di risorse idriche non sarebbe naturale, ma essenzialmente economica. Imputato principale è, ovviamente, “l’economia globalizzata [che] trasforma sempre più la definizione dell’acqua da proprietà comune a bene privato, da estrarre e rintracciare senza limiti”. Temi questi, in perfetta sintonia con i movimenti referendari italiani che si oppongono alla cosiddetta “privatizzazione dell’acqua”. Ma Vandana Shiva non si limita alla critica, e avanza la sua ricetta: “Dal momento che l&#8217;acqua cade sulla terra in modo disomogeneo, dal momento che ogni essere vivente ha bisogno dell&#8217;acqua, la gestione decentralizzata e la proprietà democratica sono gli unici sistemi efficienti, sostenibili ed equi per il sostentamento di tutti.”</span></p>
<p class="MsoNormal">Seguendo questo ragionamento è dunque naturale che le <a href="http://ngm.nationalgeographic.com/2010/04/water-slaves/rosenberg-text" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/ngm.nationalgeographic.com/2010/04/water-slaves/rosenberg-text?referer=');">donne del Gabra</a>, una regione settentrionale del Kenia, debbano trascorrere cinque ore al giorno a trasportare acqua dalle fonti lontane al proprio villaggio. Oppure che i bambini delle baraccopoli di Luanda, in Angola, vendano piccoli sacchetti d’acqua potabile, essendo le fonti locali così inquinate da avere provocato una epidemia di colera. Seguendo questo ragionamento non si capisce, inoltre, come mai il 20% della popolazione mondiale (1,2 miliardi di persone!) non abbia ancora accesso all’acqua potabile, e che addirittura il 50% viva in aree prive di adeguati sistemi di fognatura e depurazione, il che porta a condizioni igieniche e sanitarie che da sole spiegano 5 milioni di morti all’anno, la maggior parte dei quali bambini. Pare azzardato ritenere che tali situazioni siano causate dalla globalizzazione. Ed è irresponsabile ritenere che le soluzioni a problemi di tale portata si possano trovare in una qualche formula di sociologia ambientale. In un recente studio dell’<a href="http://www.oecd.org/document/31/0,3343,en_2649_34893_42362271_1_1_1_1,00.html" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.oecd.org/document/31/0_3343_en_2649_34893_42362271_1_1_1_1_00.html?referer=');">Oecd</a>, si stima che per finanziare il rispetto dei <a href="http://www.un.org/millenniumgoals/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.un.org/millenniumgoals/?referer=');">Millennium Development Goals</a> per i soli target relativi all’acqua – infrastrutture per acquedotti, fognature e depurazione – sarebbero necessari 72 miliardi di dollari all’anno fino al 2015. E’ difficile pensare che investimenti di tale portata possano essere messi in campo dalle finanze pubbliche dei paesi in via di sviluppo. Ma è ancora più assurdo immaginare che infrastrutture e tecnologie necessarie a portare l’acqua e a depurarla nelle aree più povere, siano realizzabili attraverso processi di auto-organizzazione locale. Ciò che serve è invece un patto fra Stati, organizzazioni internazionali e imprese (comprese le multinazionali), nell’interesse dei cittadini, in particolare di quelli più poveri. Un patto chiaro basato su alcuni principi essenziali. Il primo è che le infrastrutture e i servizi idrici sono fondamentali, ma costano, e che è dunque necessario trovare le forme più efficienti ed economiche per realizzarle. Il secondo è che una volta realizzate, le infrastrutture idriche hanno tempi di vita molto lunghi (anche 100 anni), perciò, in presenza di regole certe – che Stati e imprese si devono impegnare a rispettare – il loro finanziamento non deve essere speculativo. Il terzo è che l’acqua è una risorsa comune che deve essere governata con responsabilità. Anche per questo le comunità locali devono essere coinvolte nella gestione dei servizi idrici, favorendo la crescita di capacità tecniche e manageriali sul territorio, ma anche incentivando comportamenti sostenibili dell’acqua attraverso una adeguata politica dei prezzi.</p>
<p class="MsoNormal">Vandana Shiva conclude con una citazione di Gandhi: &#8220;La terra offre abbastanza per i bisogni di ciascuno, ma non per l&#8217;avidità di ciascuno&#8221;. Giusto. Ma riuscire ad offrire abbastanza a tutti è anche questione di conoscenze tecnologiche e organizzazione industriale. Perché rifiutare di mettere in campo queste risorse?</p>
<p class="MsoNormal">Giancarlo</p>
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		<title>Distretti industriali a fine corsa?</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 10:56:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
		
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La scorsa settimana si è riunita la Consulta Veneta dei Distretti produttivi alla presenza del nuovo assessore regionale all’Economia e allo Sviluppo Isi Coppola. L’occasione era utile per capire quale fosse l’orientamento politico nei confronti di un modello di organizzazione economica indubbiamente di successo, ma che già prima della crisi aveva mostrato di avere in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">La scorsa settimana si è riunita la Consulta Veneta dei Distretti produttivi alla presenza del nuovo assessore regionale all’Economia e allo Sviluppo Isi Coppola. L’occasione era utile per capire quale fosse l’orientamento politico nei confronti di un <em>modello di organizzazione economica</em><span> indubbiamente di successo, ma che già prima della crisi aveva mostrato di avere in parte esaurito la spinta competitiva degli anni gloriosi. L’incontro era utile soprattutto per capire quale fosse il giudizio del nuovo assessore su uno </span><em>strumento di politica industriale</em><span> che la Regione Veneto aveva creato nel 2003 attraverso una legge da molti ritenuta innovativa e che, a suo modo, aveva fatto scuola in Italia: basti pensare che i “<a href="http://eublog.biz/planet/?page_id=108" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/eublog.biz/planet/?page_id=108&amp;referer=');">contratti di rete</a>” introdotti dal Ministero dell’Economia e rilanciati anche dall’ultima manovra finanziaria, sono di fatto ispirati all’esperienza veneta. Tuttavia, il nuovo assessore regionale si è mostrato quanto meno freddo nei confronti dei distretti, dichiarando che è necessario ripensarne le forme di sostegno, al punto da chiedere la sospensione della legge per almeno un anno. Poi si vedrà.</span></p>
<p class="MsoNormal">La questione merita di essere affrontata seriamente perché, a ben vedere, non stiamo parlando solo di una legge regionale, ma di un modello produttivo che ha segnato il paesaggio industriale del Nord Est negli ultimi trent’anni. Un errore da evitare quando si parla di distretti è proprio questo: quello di confondere una peculiare “realtà produttiva” con il suo “riconoscimento amministrativo”. In altri termini, se un distretto produttivo esiste, ciò non dipende da una legge e dai sussidi elargiti, ma dalla presenza di un sistema concreto di piccole e medie imprese, localizzate su un territorio circoscritto, e specializzate nella produzione di una linea di beni, servizi e tecnologie. Come ha scritto David Lane, la forza di un distretto è la capacità di attivare un “sistema di interazioni ripetute attorno ad una famiglia di artefatti che evolve”. E’ questo sistema che incentiva l’innovazione, la crescita della produttività e il presidio della frontiera tecnologica. Perciò, di questo sistema avremo ancora più bisogno in futuro.</p>
<p class="MsoNormal">Dove sta allora il problema? La prima questione risiede nel fatto che la gestione della legge regionale per sostenere lo sviluppo dei distretti non è riuscita ad essere <em>selettiva</em><span>: basta scorrere <a href="http://www.distrettidelveneto.it/index.php?option=com_venetianclusters&amp;Itemid=365" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.distrettidelveneto.it/index.php?option=com_venetianclusters_amp_Itemid=365&amp;referer=');">l’elenco dei 50 distretti</a> riconosciuti per rendersene conto. Questa scelta ha avuto anche aspetti positivi, in quanto ha promosso la cooperazione fra imprese e istituzioni locali anche oltre i tradizionali distretti industriali, ma ha prodotto una inefficace dispersione di risorse pubbliche, assecondando, di fatto, logiche distributive. Una seconda questione è il cambiamento dello scenario competitivo e le conseguenti trasformazioni nei sistemi produttivi locali, dove è diventato decisivo il ruolo delle imprese-leader, dei servizi tecnologici e dell’organizzazione internazionale della produzione. In tale contesto le tradizionali politiche pubbliche, appesantite da procedure fuori tempo, rischiano di essere poco incisive. La terza questione è che, nel frattempo, sono stati creati, sia a livello nazionale che comunitario, nuovi strumenti di sostegno alle imprese, che in parte si sovrappongono alle iniziative per i distretti. E’ il caso già citato dei “contratti di rete”. Oppure dei </span><em><a href="http://www.clusterobservatory.eu/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.clusterobservatory.eu/?referer=');">cluster high-tech</a></em><span> promossi dall’Europa. Anche le banche si sono mosse in questa direzione, creando strumenti finanziari </span><em>ad hoc</em><span>, come i </span><em><a href="http://docs.google.com/viewer?a=v&amp;q=cache:1UX3-XHynDsJ:download.microsoft.com/documents/italy/SBP/Finanza/P65_57_64.pdf+unicredit+bond+di+distretto&amp;hl=it&amp;gl=it&amp;pid=bl&amp;srcid=ADGEESgG7vKXvc4C29ZdDw4_VEDjTM_EJKBJlYpq1Ea2Y3TW06yTRPcZ4StTVjzfTFdgyNDm09xlClHNQEPWsRNvoyL4PMXvaQlUpuKNBzT4MNIAt8AMggyeMAhCirqkYbLeQ7Mm6UpP&amp;sig=AHIEtbQQ2HRTj5znna5NnArQa1HLSKO-rQ" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/docs.google.com/viewer?a=v_amp_q=cache_1UX3-XHynDsJ_download.microsoft.com/documents/italy/SBP/Finanza/P65_57_64.pdf+unicredit+bond+di+distretto_amp_hl=it_amp_gl=it_amp_pid=bl_amp_srcid=ADGEESgG7vKXvc4C29ZdDw4_VEDjTM_EJKBJlYpq1Ea2Y3TW06yTRPcZ4StTVjzfTFdgyNDm09xlClHNQEPWsRNvoyL4PMXvaQlUpuKNBzT4MNIAt8AMggyeMAhCirqkYbLeQ7Mm6UpP_amp_sig=AHIEtbQQ2HRTj5znna5NnArQa1HLSKO-rQ&amp;referer=');">bond <span>di distretto</span></a></em><span>. Tutto questo ci dice che per i distretti è già iniziata una nuova fase, nella quale bisogna riuscire a mobilitare risorse proprie su progetti di innovazione ambiziosi, ma anche sostenibili dal punto di vista finanziario. Certo, gli enti locali hanno un ruolo importante, ma ancora di più conteranno i rapporti con partner internazionali, con le Università e, soprattutto, con il sistema del credito, che sui nuovi progetti industriali è chiamato a svolgere una funzione decisiva. I distretti non sono affatto a fine corsa. Ma per riprendere la marcia dovranno muoversi sempre più con le proprie gambe.</span></p>
<p class="MsoNormal">Giancarlo</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Quando paga essere green?</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 16:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<category><![CDATA[Orsato]]></category>

		<category><![CDATA[sostenibilità ambientale]]></category>

		<category><![CDATA[Strategia di impresa]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il disastro ambientale causato dalla BP nel golfo del Messico ha riportato – per l’ennesima volta – al centro del dibattito il tema dell’ambiente, mettendo in luce le inadeguate (se non disastrose) strategie delle imprese, insensibili nei confronti del bene comune e orientate alla sola ricerca di profitti. Ma è sempre vero che impresa e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img src="file:///Users/Stefano/Library/Caches/TemporaryItems/moz-screenshot.jpg" alt="" /><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/07/9780230212985.jpg"><img class="size-medium wp-image-1081 aligncenter" title="9780230212985" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/07/9780230212985.jpg" alt="" width="146" height="219" /></a></p>
<p>Il disastro ambientale causato dalla BP nel golfo del Messico ha riportato – per l’ennesima volta – al centro del dibattito il tema dell’ambiente, mettendo in luce le inadeguate (se non disastrose) strategie delle imprese, insensibili nei confronti del bene comune e orientate alla sola ricerca di profitti. Ma è sempre vero che impresa e ambiente sono due ambiti contrapposti e nemici o si può immaginare uno scenario alternativo (si veda <a href="http://www.firstdraft.it/2010/02/26/modernita-sostenibile-come-uscire-dalla-crisi/">Rullani </a>su questo blog)?<br />
Una lettura opposta proposta da molti è quella di reinventare in chiave (ambientalmente) sostenibile le strategie delle imprese, soprattutto in un momento di crisi come quello attuale. Vestirsi di verde per differenziarsi dai concorrenti e dare risposte nuove ai consumatori, che domandano più attenzione e rivendicano ruoli anche sociali per le imprese.<br />
Quello che molte imprese oggi si chiedono però è: quando paga veramente essere green? E’ la domanda a cui cerca di dare una risposta <a href="http://www.renatoorsato.com" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.renatoorsato.com?referer=');">Renato Orsato</a> nel suo libro recente <a href="http://renatoorsato.com/main/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/renatoorsato.com/main/?referer=');">“Sustainability Strategies”</a>. È meglio puntare sulla riduzione dei costi (negli imballaggi, attraverso il recupero dei materiali, ecc.) oppure sviluppare eco-marchi? E che dire delle certificazioni ambientali?<br />
Attraverso un percorso ricco di esempi che illustrano le molte facce delle strategie di impresa improntate alla sostenibilità ambientale, Orsato propone un quadro delle opzioni strategiche molto chiaro e dettagliato, riprendendo le famose strategie di Micheal Porter (cost leadership e differenziazione). Da un lato occorre guardare al focus competitivo dell’impresa (processo o prodotto) e dall’altro lato scegliere tra riduzione dei costi o differenziazione:<br />
1.	Eco-efficienza: riduzione dei costi attraverso un continuo miglioramento dei processi interni, da ottenere sia dentro che fuori (catena del valore, supply chain) i confini aziendali;<br />
2.	Oltre la leadership “obbligata”: differenziarsi rispetto alla concorrenza attraverso la capacità di ripensare i processi (e le relazioni con clienti e fornitori) reinventandone di nuovi, diventando leader nella definizione di nuovi standard e altro (es. dalla certificazione al focus sugli aspetti etici);<br />
3.	Eco-branding: si tratta della strategia più facilmente applicabile (farsi pagare di più per prodotti “che rispettano l’ambiente”, premium price per i maggiori costi ambientali sostenuti) attraverso lo sfruttamento del marchio ambientale come strumento di differenziazione dei propri prodotti e servizi, verso nicchie di mercato promettenti a scala globale;<br />
4.	Leadership di costo ambientale: la strategia più difficile da implementare perché deve far leva sull’attenzione per la sostenibilità ambientale riducendo allo stesso tempo i costi dei propri processi. Questo è l’ambito dove la ricerca tecnologica è maggiormente al centro degli sforzi dell’impresa.<br />
Esiste però secondo l’autore anche un’ulteriore via che le imprese possono percorrere, che mette al centro la loro capacità di innovazione per creare valore attraverso un vero e proprio ripensamento delle tradizionali logiche competitive. Inventarsi un nuovo<a href="http://www.blueoceanstrategy.com/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.blueoceanstrategy.com/?referer=');"> “oceano blu” </a>in cui l’impresa riscrivere le regole della competizione e si crea nuove opportunità di successo mettendo al centro l’ambiente come piattaforma per immaginare prodotti e processi in grado di soddisfare e spesso anticipare le richieste dei consumatori. Un percorso che può risultare particolarmente interessante per le nostre imprese del Made in Italy, capaci di combinare sapere produttivo e nuovi significati da dare ai prodotti.</p>
<p>Eleonora</p>
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		<title>Artigiani in mostra</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/07/08/artigiani-in-mostra/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 21:13:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<category><![CDATA[artigianato]]></category>

		<category><![CDATA[Francesco Filangeri]]></category>

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		<description><![CDATA[
Ha aperto ieri a Roma (Sala di Santa Rita, in piazza Campitelli a due passi dal Campidoglio) la mostra fotografica “Artigiani” di Francesco Filangeri. Una cinquantina di foto che ritraggono artigiani di Palermo, Roma, Parigi e Londra impegnati nel loro lavoro.  In occasione della vernice, lo stesso Filangeri ha organizzato un convegno per discutere dell’artigianato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/07/immagine-2.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1072" title="immagine-2" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/07/immagine-2-300x99.png" alt="" width="347" height="114" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Ha aperto ieri a Roma (Sala di Santa Rita, in piazza Campitelli a due passi dal Campidoglio) la mostra fotografica “<a href="http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/07/06/foto/artigiani_fotografie_di_francesco_filangeri-5418747/1/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/roma.repubblica.it/cronaca/2010/07/06/foto/artigiani_fotografie_di_francesco_filangeri-5418747/1/?referer=');">Artigiani</a>” di Francesco Filangeri. Una cinquantina di foto che ritraggono artigiani di Palermo, Roma, Parigi e Londra impegnati nel loro lavoro.  In occasione della vernice, lo stesso Filangeri ha organizzato un convegno per discutere dell’artigianato nella cultura moderna (<em>Handmade: Artisans in Modern Culture</em>) da punti di vista diversi: storia, economia, sociologia.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/07/immagine-4.png"><img class="size-medium wp-image-1074 alignnone" title="immagine-4" src="http://www.firstdraft.it/wp-content/uploads/2010/07/immagine-4-300x108.png" alt="" width="300" height="108" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Parto dalle foto. I cinquanta ritratti in bianco e nero ritraggono uomini fieri del loro lavoro, immersi nel loro mondo quotidiano. Sarti con il metro, fabbri al lavoro sull’incudine, ebanisti che intagliano. Un mondo tutt’altro che rassegnato e lamentoso. Un mondo vivo, pieno di dignità e di energia creativa. Qualche dettaglio rivela la geografia dei ritratti: un bersaglio segnala la passione per le freccette di un <em>glass merchant</em> di Londra; un mandolino in bella vista parla della passione musicale di un sarto palermitano. Ma si tratta di elementi che non mettono in discussione il filo conduttore unico che lega insieme uomini e mestieri.</p>
<p style="text-align: left;">I temi evocati dalle foto sono stati riproposti nelle diverse relazioni del convegno. <a href="http://web.gc.cuny.edu/anthropology/fac_schneider.html" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/web.gc.cuny.edu/anthropology/fac_schneider.html?referer=');">Jane e Peter Schneieder </a>hanno messo in evidenza il legame fra la richiesta di autenticità espressa dal mercato e la figura dell’artigiano. Non ci interessano gli oggetti in sé, ci interessa entrare in relazione con un mondo che esprime ancora oggi un legame intenso con la tradizione. <a href="http://www.consume.bbk.ac.uk/trentmann.html" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.consume.bbk.ac.uk/trentmann.html?referer=');">Frank Trentmann</a> ha ripreso il tema del lavoro manuale enfatizzando l’importanza attribuita dalla cultura anglosassone al lavoro manuale come fattore fondativo della persona (soprattutto nel genere maschile). Lo stesso Henry Ford, l’inventore della catena di montaggio, aveva attrezzato nelle sue fabbriche dei locali da destinare agli operai/hobbisti perché potessero costruire i loro mobili di casa (e mantenere vivo il loro ruolo di capofamiglia!). <a href="http://www.agranelli.net/" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.agranelli.net/?referer=');">Andrea Granelli </a>ha rilanciato l’idea di un artigiano che costituisce parte attiva dei nostri sistemi industriali, soprattutto nel settore del lusso (Hermès è un caso emblematico) e ha messo in discussione l’idea di qualità nella sua accezione “industriale” (Gropius: “La standardizzazione è un omaggio tributato alla qualità”), accezione che mette necessariamente in secondo piano la figura dell’artigiano.</p>
<p style="text-align: left;">Né le relazioni, né tantomeno, le fotografie di Filangeri hanno assecondato il tono della rievocazione romantica dell’artigiano che fu. Dell’artigiano si parla al presente. Come parte essenziale della nostra idea di città. Come espressione di una cultura e di una pratica della sostenibilità. Come elemento attivo dei processi di innovazione.</p>
<p style="text-align: left;">Stefano</p>
<p style="text-align: left;">Ps. Francesco è un fotografo che si proclama artigiano. E’ anche un innovatore nel modo di proporre contenuti di qualità. Legare la vernice e un convegno scientifico è stata un’idea particolarmente felice.</p>
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		<title>Maonomics: cosa possiamo imparare dalla Cina</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/06/27/maonomics-cosa-possiamo-imparare-dalla-cina/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 08:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

		<category><![CDATA[Cina]]></category>

		<category><![CDATA[Loretta Napoleoni]]></category>

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		<description><![CDATA[
Loretta Napoleoni non è una sinologa, ma un’economista e una giornalista. E il suo libro più recente, Maonomics, non è propriamente un libro “sulla” Cina. Il libro riflette, piuttosto, su come la società cinese contemporanea si stia integrando con il resto del mondo.
Dopo il crollo del muro di Berlino, mentre il capitalismo occidentale si infilava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img src="file:///Users/Stefano/Library/Caches/TemporaryItems/moz-screenshot.jpg" alt="" /><img class="alignnone" title="maonomics" src="http://giotto.ibs.it/cop/copt13.asp?f=9788817039932" alt="" width="149" height="239" /></p>
<p>Loretta Napoleoni non è una sinologa, ma un’economista e una giornalista. E il suo libro più recente, Maonomics, non è propriamente un libro “sulla” Cina. Il libro riflette, piuttosto, su come la società cinese contemporanea si stia integrando con il resto del mondo.</p>
<p>Dopo il crollo del muro di Berlino, mentre il capitalismo occidentale si infilava nel vortice euforico e instabile del “libero mercato”, che avrebbe condotto alle crisi finanziarie e all’impoverimento di settori sempre più ampi della società, il comunismo cinese ha saputo rinnovarsi, garantendo al Paese prosperità e stabilità. Lo ha fatto con grandi sacrifici, accettando, almeno nella lunga prima fase della riforma post-maoista, che larghe fasce della popolazione soffrissero condizioni di vita e di lavoro durissime, che molte libertà individuali fossero negate, che l’ambiente naturale venisse avvelenato. Ma ha coerentemente perseguito un progetto di sviluppo che, dopo aver condotto la Cina a un benessere e a una stabilità economica che non hanno precedenti.</p>
<p>Così, mentre l’Occidente continua miope - secondo la Napoleoni - a recitare il mantra della democrazia e delle libertà individuali, rifiutando di prendere atto dell’effetto dirompente della concentrazione dei poteri politici, finanziari e mediatici in termini di instabilità economica, i dirigenti cinesi creano, tassello dopo tassello, un mosaico sociale e politico alternativo, nel quale la legittimazione del potere non discende da libere elezioni o dalla centralità delle libertà personali, ma dalla capacità di chi governa di garantire alla società intesa nel suo complesso un crescente benessere materiale e spirituale.</p>
<p>Il libro ha due grandi meriti. Il primo è quello di rivelare al grande pubblico una realtà che tutti coloro che vivono e lavorano in contatto con la Cina conoscono bene: ossia che l’immagine monolitica, inumana e totalitaria della Cina comunista è falsa, e che anzi in quel Paese, oggi così più vicino a noi di quanto non fosse ieri, il progresso economico non sta generando solo ricchezza, ma anche una società civile aperta, plurale e partecipativa.E spiega in modo molto convincente perché questa trasformazione epocale sia un fenomeno da guardare non solo con attenzione, ma anche con ammirazione. Ammirazione non significa mancanza di senso critico. Chi conosce e ama la Cina ne conosce i difetti; sa bene che l’elenco dei soggetti esclusi da questo progresso civile è ancora lungo e comprende, per fare qualche esempio, dissidenti politici e sindacali, religiosi, giornalisti e semplici cittadini schiacciati dal supremo interesse della crescita nazionale, ma sa anche che si sta riscontrando un rapidissimo progresso in ciascuna di queste situazioni. Per ogni giornalista che viene messo ingiustamente in carcere, vi sono ormai cento cronisti free lance che iniziano a svolgere in modo indipendente il loro lavoro; per ogni lavoratore sfruttato ve ne sono dieci che hanno accesso alle garanzie offerte dalla nuova legislazione sul lavoro; al severo divieto di ogni forma di pluripartitismo o di sindacalismo indipendente corrisponde una crescente partecipazione della società civile alla formazione delle scelte politiche e l’affermazione sempre più netta del principio di legalità. Della medaglia cinese l’Occidente ha guardato troppo spesso solo la faccia oscura, mentre della propria vedeva soltanto quella illuminata dai fari della libertà e dalla democrazia.</p>
<p>Il secondo e forse più importante merito di Maonomics è quello di utilizzare l’analisi sulla Cina per interpretare la crisi della democrazia occidentale. Le pagine della Napoleoni testimoniano quanto sia mutato il ruolo della Cina nella circolazione globale dei modelli sociali, politici e giuridici e quanto noi, che a dispetto dei fatti pretendiamo di essere ancora i depositari della formula della felicità, possiamo imparare dall’esperienza cinese. E nel farlo ci ricorda anche che la difesa dei valori più profondi della democrazia e della libertà non si conduce con la retorica e la manipolazione delle informazioni, ma con un’analisi attenta e senza pregiudizi della realtà che ci circonda.</p>
<p><a href="http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=6146&amp;persona=004937" target="_blank" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=6146_amp_persona=004937&amp;referer=');">Renzo Cavalieri</a></p>
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		<title>I giovani e il lavoro che manca</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/06/19/i-giovani-e-il-lavoro-che-manca/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 21:17:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[
La crescita della disoccupazione giovanile è uno degli effetti più evidenti e drammatici dell’attuale crisi economica. Nel suo ultimo rapporto, l’Istat ha acceso i riflettori su tale fenomeno, rilevando che nel 2009 l’occupazione giovanile (fino a 29 anni) si è ridotta di 300mila unità, che corrisponde a quasi l’80% dell’intero calo occupazionale del Paese. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">La crescita della disoccupazione giovanile è uno degli effetti più evidenti e drammatici dell’attuale crisi economica. Nel suo ultimo rapporto, l’<a href="http://www.istat.it/dati/catalogo/20100526_00/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.istat.it/dati/catalogo/20100526_00/?referer=');">Istat</a> ha acceso i riflettori su tale fenomeno, rilevando che nel 2009 l’occupazione giovanile (fino a 29 anni) si è ridotta di 300mila unità, che corrisponde a quasi l’80% dell’intero calo occupazionale del Paese. In Veneto la situazione non è, in proporzione, molto diversa: secondo i dati dell’<a href="http://www.venetolavoro.it/home.jsp" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.venetolavoro.it/home.jsp?referer=');">Agenzia regionale del lavoro</a>, nell’ultimo trimestre 2009 si registrava un calo tendenziale di 30mila lavoratori nella classe di età giovanile, una riduzione perciò del 10% rispetto all’anno precedente e corrispondente alla metà della contrazione totale degli occupati. Nell’ultimo anno questo fenomeno è cresciuto in tutta Europa, ma in Italia è accentuato dal problema della forte diffusione dei contratti atipici per i neoassunti, dove si concentra una parte significativa dell’occupazione giovanile qualificata. Quest’ultimo aspetto contribuisce a peggiorare ulteriormente il problema. Molti giovani, infatti, proseguono gli studi superiori non perché interessati ad acquisire competenze da spendere nel mercato delle professioni, ma in quanto scoraggiati dal cercare un posto di lavoro. Tale situazione può avere due conseguenze negative. La prima è quella di scaricare sulla scuola superiore e sull’Università la funzione di “parcheggio sociale” dei giovani, aggravando la già difficile condizione del sistema educativo superiore, e alimentando una pericolosa area di frustrazione generazionale: dal 2008 al 2009 i giovani usciti dal sistema di istruzione e non entrati nel mercato del lavoro sono cresciuti di 142mila unità! La seconda conseguenza – meno immediata, ma non meno grave – è nella distorsione degli incentivi all’apprendimento: tanto più cresce la disoccupazione giovanile, tanto più si afferma l’idea che l’istruzione non serve né a trovare lavoro, né come fattore di mobilità sociale. Ciò porta ad indebolire motivazioni e, in definitiva, le capacità di apprendimento, con effetti da non sottovalutare sulla futura qualità del capitale umano. Senza escludere, inoltre, gli incentivi al <em>brain drain</em><span>, che può penalizzare pesantemente le aree di fuga. </span>Perciò, al di là degli effetti immediati della cattiva congiuntura, la crescita della disoccupazione giovanile prospetta nel medio-lungo periodo ulteriori effetti negativi di carattere strutturale sulla nostra economia. Non dobbiamo perciò sottovalutare questo fenomeno.</p>
<p class="MsoNormal">Sia lo stato, sia il sistema delle imprese devono fare il possibile per evitare l’aggravarsi del problema, cercando di recuperare lo straordinario potenziale di capacità, creatività e saperi contenuto nell’universo giovanile. Si possono ipotizzare almeno tre strade. La prima è quella di una riforma in senso universalistico e più responsabile del sistema degli ammortizzatori sociali: più flessibilità, ma anche più sicurezza per tutti quando il lavoro manca. La seconda è favorire l’accesso dei giovani al mondo del lavoro, creando forti incentivi fiscali per impiegare i laureati in progetti di innovazione e internazionalizzazione dell’impresa. Anzi, i controversi sussidi alle imprese dovrebbero essere vincolati ad un piano di assunzione di giovani laureati. La terza strada è sostenere, con l’aiuto del sistema del credito e dell’Università, la creazione di <em>start-up </em><span>su nuovi settori e nuovi servizi utili all’evoluzione del tessuto economico del paese, in particolare nelle tecnologie ambientali, per il risparmio energetico e per il turismo sostenibile. Invece che immaginare improbabili riforme costituzionali a favore delle imprese, cerchiamo di impegnarci concretamente a sostegno della neo-imprenditorialità. </span></p>
<p class="MsoNormal">Giancarlo</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Costi della burocrazia e trivellazioni</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2010/06/05/costi-della-burocrazia-e-trivellazioni/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 19:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La burocrazia costa alle Piccole e medie imprese (Pmi) italiane 11,5 miliardi di euro l&#8217;anno&#8221;. Lo rileva il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, alla luce dei dati emersi da una ricerca del centro studi dell&#8217;associazione artigiani sui costi delle Pmi. Cosa contenga questa ricerca, e come sia stata realizzata, non è dato sapere. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">&#8220;La burocrazia costa alle Piccole e medie imprese (Pmi) italiane 11,5 miliardi di euro l&#8217;anno&#8221;. Lo rileva il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, alla luce dei dati emersi da una <a href="http://www.cgiamestre.com/portal/shownews.php?id_n=22292" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.cgiamestre.com/portal/shownews.php?id_n=22292&amp;referer=');">ricerca del centro studi</a> dell&#8217;associazione artigiani sui costi delle Pmi. Cosa contenga questa ricerca, e come sia stata realizzata, non è dato sapere. Del resto, siamo da tempo abituati a leggere grandi titoli su presunte ricerche di questo centro studi, che mai documenta metodi e basi informative impiegate, e i cui risultati sono per lo più diffusi a mezzo stampa. In ogni caso, prendendo anche per buono il valore stimato dei costi burocratici, c’è da chiedersi se gli adempimenti richiesti alle imprese, e per i quali si devono impegnare tempo e risorse sottratte ad altri usi, rispondano o meno a qualche obiettivo sociale. Sicuramente molti adempimenti amministrativi sono inutili, e altri potrebbero essere compiuti in modo più trasparente ed efficiente. Tuttavia, per essere credibili bisognerebbe dire esattamente quali. E magari indicare un processo per migliorare le performance della pubblica amministrazione. Altrimenti passa l’insulsa idea che una società democratica e un mercato aperto possano fare a meno dello Stato. Provate a dire agli americani che bisogna ridurre i controlli sulle trivellazioni nel golfo del Messico. Oppure agli stessi artigiani di Mestre che è sufficiente scrivere “taxi” su un’automobile o un furgone per avviare un semplice servizio di trasporto (e che sarà mai: non è forse sufficiente la patente?). Mi risulta, inoltre, che tutti gli ordini professionali abbiano chiesto a gran voce il ripristino delle tariffe minime per legge (non ho letto, a tale proposito, alcuna reazione dell’ineffabile Bortolussi). E i referendum per l’acqua pubblica (che hanno l’obiettivo di far tornare i servizi idrici ai comuni) stanno spopolando in tutte le città: questo, nonostante gli acquedotti perdano acqua da tutte le parti, e l’Italia stia pagando pesanti sanzioni per le inadempienze alla normativa comunitaria sulle acque reflue. Insomma, se da un lato non si vede in giro uno spirito molto favorevole alle liberalizzazioni, dall’altro tutti ad accanirci contro lo Stato e la pubblica amministrazione. Se fossimo un paese serio, invece che leggere sui giornali i soliti dati degli artigiani di Mestre, si discuterebbe su come migliorare i servizi e le prestazioni dello Stato. Se fossimo un paese serio. Appunto.</p>
<p class="MsoNormal">
<p><span>Giancarlo</span><!--EndFragment--></p>
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		<title>Le crude considerazioni del Governatore</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 23:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>corog</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[
Le ultime Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia rappresentano una delle più crude e impietose analisi del nostro Paese che siano mai state pronunciate negli ultimi anni. Certo, la grave crisi che l’economia sta attraversando non poteva che condizionare il giudizio complessivo: nel biennio 2008 e 2009 si sono persi 6,5 punti di Pil, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Le ultime Considerazioni finali del Governatore della <a href="http://www.bancaditalia.it/" target="_self" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.bancaditalia.it/?referer=');">Banca d’Italia</a> rappresentano una delle più crude e impietose analisi del nostro Paese che siano mai state pronunciate negli ultimi anni. Certo, la grave crisi che l’economia sta attraversando non poteva che condizionare il giudizio complessivo: nel biennio 2008 e 2009 si sono persi 6,5 punti di Pil, che è la metà della crescita di tutto il decennio precedente. Tuttavia, i problemi irrisolti che l’economia italiana si trascina da anni, rischiano ora di diventare esplosivi, e non è affatto sicuro che la crisi ci aiuti ad affrontarli. Le Considerazioni richiamano l’attenzione, in particolare, su sei grandi questioni nazionali. La prima è quella del vincolo macroeconomico: un debito pubblico pari al 115% del Pil drena non solo un’enorme quantità di risorse per interessi (70 miliardi di euro nel 2009, destinati a crescere nei prossimi anni), ma espone sempre più lo Stato ad un rischio di insolvenza. Con esiti drammatici: quanto è avvenuto in questi mesi in Grecia, e otto anni fa in Argentina, deve essere un monito per tutti. La seconda questione sollevata dal Governatore è quella della competitività dell’economia italiana. Possiamo discutere a lungo sulle misure della crescita, ma i dati citati da Dragi non concedono alcun appello: nei dieci anni che precedono la crisi, la produttività di un’ora lavorata è salita del 3 per cento in Italia, del 14 nell’area dell’euro; negli stessi anni l’economia italiana è cresciuta del 15 per cento, contro il 25 dei paesi dell’area; il tasso di occupazione degli italiani è 7 punti meno che nell’area, il divario è più ampio per i giovani e raggiunge 12 punti per le donne. La terza questione è la scarsa efficienza della Pubblica Amministrazione, che appesantisce il lavoro delle imprese e dei cittadini, senza restituire alcun beneficio in termini di qualità dei servizi. La quarta grande questione nazionale è l’evasione fiscale, che ha raggiunto livelli intollerabili per un paese civile, e le cui conseguenze economiche e morali non possiamo più accettare. La quinta questione è la criminalità nel Mezzogiorno, che impedisce a quest’area di attirare investimenti e crescere con le proprie forze. La sesta questione è l’invecchiamento della popolazione, che rende necessario intervenire sul sistema previdenziale per non scaricare sulle generazioni future il peso, già oggi maggiore che in altre economie, della spesa pensionistica.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">L’Italia, secondo Mario Draghi, deve affrontare con coraggio questi problemi. Altrimenti, anche i suoi tradizionali punti di forza – la vivacità del tessuto imprenditoriale, la ricchezza delle famiglie, il limitato debito estero – rischiano di esaurirsi in fretta. Nelle considerazioni del Governatore c’è anche un messaggio importante al sistema bancario, a cui si chiede di ricostruire il rapporto con i territori, ma senza tuttavia perdere la visione globale, necessaria per dare un servizio alle imprese più dinamiche. Infine, c’è un appello alla politica perché torni ad investire sull’Europa. I pericoli che l’Euro sta correndo sono anche il frutto di una politica poco lungimirante, che ha guardato all’Europa come uno scudo su cui scaricare problemi interni, invece che come un progetto per rilanciare il mercato, lo sviluppo e la democrazia. Quella di Mario Draghi appare come l’analisi politica più lucida e seria oggi in campo sull’Italia. Sono pronto a scommettere che nel giro di pochi giorni nessuno ne parlerà più.</p>
<p class="MsoNormal">Giancarlo</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Il tramonto della Big Science</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 12:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
		
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<p class="MsoNormal">Siete pro o contro gli OGM? Pro o contro l’energia nucleare? Pro e contro la fecondazione assistita? E sul riscaldamento globale come la pensate? Sono tutte questioni che una volta sarebbero state confinate all’interno di un dibattito specialistico di tipo scientifico ma che oggi trovano sempre più spazio sui media locali e internazionali e sono diventate di fatto di dominio pubblico. Massimiano Bucchi, sociologo dell’università di Trento, nel suo ultimo libro (<a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;ISBNART=13708" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda_amp_ISBNART=13708&amp;referer=');">Sicentisti e Antiscientisti. Perché scienza e società non si capiscono, Il Mulino</a>) offre un punto di vista interessante per comprendere meglio la trasformazione dei rapporti tra scienze e società.</p>
<p class="MsoNormal">Provo a sintetizzare le tesi principali del libro. Scienza e società non sono più silos indipendenti e a lungo contrapposti che per molto tempo la retorica (su ambo i fronti, proscientifico - scientista secondo la definizione di Bucchi e antiscientifico - antiscientista) ci ha fatto credere. Per due buoni motivi. Primo. La scienza non è più quell’insieme compatto e progressista di avanzamento delle possibilità tecnologiche e del confine dello scibile, ma oggi si muove sulla frontiera di multitecnologismo dove nicchie di ricerca fortemente differenziate convivono. Una “coda lunga” della conoscenza scientifica che ospita al suo interno posizioni fortemente contraddittorie, dove vale la legge dell’expertise flessibile per la quale :”data una posizione x, si riuscirà sempre a trovare un parere scientifico y che la sostenga in pubblico”. Secondo. La società non è più quel “freno” passivo all’avanzamento scientifico, quel limite al pieno dispiego delle potenzialità delle tecnoscienza. Al contrario, la società contemporanea inizia oggi a diventare attiva e a esprimere desideri e richieste sempre più pressanti al mondo scientifico (prolungamento della vita, chirurgia estetica, trattamento del fine vita, ecc.). Questi cambiamenti delineano oggi un nuovo scenario nel quale scienza e società non sono più contrapposte ma costituiscono un intreccio che si autoalimenta. Da un lato la scienza che con le sue scoperte alimenta nuove aspettative da parte della società. Dall’altro la società che a sua volta esprime richieste che influenzano e modificano l’agenda di ricerca (si veda ad esempio la <a href="http://oggiscienza.wordpress.com/2010/05/21/il-batterio-semi-artificiale-di-venter/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/oggiscienza.wordpress.com/2010/05/21/il-batterio-semi-artificiale-di-venter/?referer=');">notizia</a> della scoperta del batterio artificiale di Craig Venter). Un corto-circuito come lo definisce Bucchi che oggi influisce in modo consistente nella comunicazione e nelle scelte politiche in ambiti che sono cruciali per il nostro futuro. Difficile trovare dei paradigmi solidi a cui fare affidamento: bisogna orientarsi all’interno di un percorso a geometria variabile, in cui le posizioni possono mutare anche rapidamente (pensiamo agli ambientalisti e al loro sostegno attuale all’energia nucleare).</p>
<p class="MsoNormal">Da quello che ci racconta Bucchi possiamo concludere che nemmeno quella che era considerato l’ultimo baluardo della modernità e del pensiero universale, ossia il monolite della Big Science, riesce a resistere ai cambiamenti imposti dalla contemporaneità. Si tratta di una notizia su cui riflettere anche per chi provenendo dalle scienze sociali (in particolare in Economia) ha visto proprio nella Big Science il modello metodologico e di ricerca a cui fare riferimento.</p>
<p class="MsoNormal">Marco</p>
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