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	<title>Comments for First Draft</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
	<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 18:29:52 +0000</pubDate>
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		<item>
		<title>Comment on Re-Design: il libro-manifesto del Design contemporaneo. by Alyssa_Hawaii</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2009/04/15/re-design-il-libro-manifesto-del-design-contemporaneo/#comment-226239</link>
		<dc:creator>Alyssa_Hawaii</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 04:55:41 +0000</pubDate>
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		<description>I'm not sure what you have against "The Five". I mean, four of the five panel members are on the right. The only creep is Bob Beckel. I admit, his creepiness makes the show a bit harder to handle. But Greg Gutfeld makes up for it! I LOVE him!! Beckel will probably have a stroke or a heart attack on the show one day and they can just shove him off the stage and continue on., &lt;a href="http://januaryjonesnude3.typepad.com" rel="nofollow"&gt;january jones nude&lt;/a&gt;,  jgbrk, &lt;a href="http://katrinakaifnude3.typepad.com" rel="nofollow"&gt;katrina kaif nude&lt;/a&gt;,  abtb, &lt;a href="http://selenagomezboobs2.typepad.com" rel="nofollow"&gt;selena gomez boobs&lt;/a&gt;,  7701, &lt;a href="http://christinahendricksnaked3.typepad.com" rel="nofollow"&gt;christina hendricks naked&lt;/a&gt;,  wgszc, &lt;a href="http://selenagomezpornku.tumblr.com" rel="nofollow"&gt;selena gomez porn&lt;/a&gt;,  =((,</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>I&#8217;m not sure what you have against &#8220;The Five&#8221;. I mean, four of the five panel members are on the right. The only creep is Bob Beckel. I admit, his creepiness makes the show a bit harder to handle. But Greg Gutfeld makes up for it! I LOVE him!! Beckel will probably have a stroke or a heart attack on the show one day and they can just shove him off the stage and continue on., <a href="http://januaryjonesnude3.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/januaryjonesnude3.typepad.com?referer=');">january jones nude</a>,  jgbrk, <a href="http://katrinakaifnude3.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/katrinakaifnude3.typepad.com?referer=');">katrina kaif nude</a>,  abtb, <a href="http://selenagomezboobs2.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/selenagomezboobs2.typepad.com?referer=');">selena gomez boobs</a>,  7701, <a href="http://christinahendricksnaked3.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/christinahendricksnaked3.typepad.com?referer=');">christina hendricks naked</a>,  wgszc, <a href="http://selenagomezpornku.tumblr.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/selenagomezpornku.tumblr.com?referer=');">selena gomez porn</a>,  =((,</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on Re-Design: il libro-manifesto del Design contemporaneo. by Madison_South_Dakota</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2009/04/15/re-design-il-libro-manifesto-del-design-contemporaneo/#comment-225950</link>
		<dc:creator>Madison_South_Dakota</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 21:08:35 +0000</pubDate>
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		<description>I see two basic options for you: Reduce visibility and do something completely different, or stay visible and continue publishing your own stuff under your own name. All the options you cite can be assigned to one of these two categories. I dearly hope you go with the second option, even though I would totally understand if you decide otherwise., &lt;a href="http://emmastoneporn2.typepad.com" rel="nofollow"&gt;emma stone porn&lt;/a&gt;,  080445, &lt;a href="http://meganfoxpussy2.typepad.com" rel="nofollow"&gt;megan fox pussy&lt;/a&gt;,  %PP, &lt;a href="http://kellykellyporn1.typepad.com" rel="nofollow"&gt;kelly kelly porn&lt;/a&gt;,  ktdfwi, &lt;a href="http://patsykensitnude4.typepad.com" rel="nofollow"&gt;patsy kensit nude&lt;/a&gt;,  jpx, &lt;a href="http://selenagomeztits1.typepad.com" rel="nofollow"&gt;selena gomez tits&lt;/a&gt;,  =-))),</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>I see two basic options for you: Reduce visibility and do something completely different, or stay visible and continue publishing your own stuff under your own name. All the options you cite can be assigned to one of these two categories. I dearly hope you go with the second option, even though I would totally understand if you decide otherwise., <a href="http://emmastoneporn2.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/emmastoneporn2.typepad.com?referer=');">emma stone porn</a>,  080445, <a href="http://meganfoxpussy2.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/meganfoxpussy2.typepad.com?referer=');">megan fox pussy</a>,  %PP, <a href="http://kellykellyporn1.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/kellykellyporn1.typepad.com?referer=');">kelly kelly porn</a>,  ktdfwi, <a href="http://patsykensitnude4.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/patsykensitnude4.typepad.com?referer=');">patsy kensit nude</a>,  jpx, <a href="http://selenagomeztits1.typepad.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/selenagomeztits1.typepad.com?referer=');">selena gomez tits</a>,  =-))),</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile? by ilpiac</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/#comment-225919</link>
		<dc:creator>ilpiac</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 20:22:27 +0000</pubDate>
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		<description>@Marco: in effetti non investire in sfilate, eventi etc consente un notevole risparmio di denaro che porta a potere offrire un prezzo inferiore, devo ammettere che non avevo tenuto in debito conto questa parte di fattori.
Su Zara - però - devo dire che a fronte di scelte che portano a un prezzo inferiore (rimasto tale dall'inizio ad oggi) la qualità invece - lo dico per esperienza personale e dopo avere fatto diverse verifiche - ha subito un discesa abissale rispetto agli esordi.
Segno che tenere costanti tutti i fattori del mix vincente iniziale - qualità, minor prezzo, design ed appeal verso il cliente - non è così facile nel tempo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Marco: in effetti non investire in sfilate, eventi etc consente un notevole risparmio di denaro che porta a potere offrire un prezzo inferiore, devo ammettere che non avevo tenuto in debito conto questa parte di fattori.<br />
Su Zara - però - devo dire che a fronte di scelte che portano a un prezzo inferiore (rimasto tale dall&#8217;inizio ad oggi) la qualità invece - lo dico per esperienza personale e dopo avere fatto diverse verifiche - ha subito un discesa abissale rispetto agli esordi.<br />
Segno che tenere costanti tutti i fattori del mix vincente iniziale - qualità, minor prezzo, design ed appeal verso il cliente - non è così facile nel tempo.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile? by Marco</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/#comment-225910</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 19:59:32 +0000</pubDate>
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		<description>@ilpiac
Il brand è e continuerà ad essere importante per la costruzione di esperienza e di un immaginario. Ma non è l'unico modo. Il servizio ed il punto vendita possono fare altrettanto. Rinunciando ad investire nelle attività di comunicazione che un brand della moda necessariamente impone (sfilate, eventi, pubblicità, edifici rappresentativi, ecc.) è possibile offrire un prezzo inferiore. Il caso Zara, che non investe nulla in pubblicità, è un caso emblematico.

@gian ed eleonora

Avete ragione: una lettura puntuale della supply chain è necessaria per approfondire il modello suitsupply. Penso che però, per quanto riguarda il Made in Italy, il tema non sia esclusivamente produttivo. Il caso suitsupply mette in evidenza la scarsa capacità del nostro sistema imprenditoriale nello sperimentare nuovi modelli di business.  Negli anni 80-90 il sistema italiano della moda ha successo e diventa un settore trainante non solo per il talento di stilisti straordinari ma anche per un'intuizione geniale: l'invenzione delle seconde linee (emporio Armani, D&#38;G, ecc.) che hanno reso accessibile il mondo dell'alta moda ad un mercato più allargato. Peccato che proprio noi italiani abbiamo dimenticato questa importante lezione proprio ora che il mondo del consumo si sta orientando verso la richiesta di un prodotto di qualità artigianale a prezzi accessibili.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ilpiac<br />
Il brand è e continuerà ad essere importante per la costruzione di esperienza e di un immaginario. Ma non è l&#8217;unico modo. Il servizio ed il punto vendita possono fare altrettanto. Rinunciando ad investire nelle attività di comunicazione che un brand della moda necessariamente impone (sfilate, eventi, pubblicità, edifici rappresentativi, ecc.) è possibile offrire un prezzo inferiore. Il caso Zara, che non investe nulla in pubblicità, è un caso emblematico.</p>
<p>@gian ed eleonora</p>
<p>Avete ragione: una lettura puntuale della supply chain è necessaria per approfondire il modello suitsupply. Penso che però, per quanto riguarda il Made in Italy, il tema non sia esclusivamente produttivo. Il caso suitsupply mette in evidenza la scarsa capacità del nostro sistema imprenditoriale nello sperimentare nuovi modelli di business.  Negli anni 80-90 il sistema italiano della moda ha successo e diventa un settore trainante non solo per il talento di stilisti straordinari ma anche per un&#8217;intuizione geniale: l&#8217;invenzione delle seconde linee (emporio Armani, D&amp;G, ecc.) che hanno reso accessibile il mondo dell&#8217;alta moda ad un mercato più allargato. Peccato che proprio noi italiani abbiamo dimenticato questa importante lezione proprio ora che il mondo del consumo si sta orientando verso la richiesta di un prodotto di qualità artigianale a prezzi accessibili.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile? by Eleonora</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/#comment-225745</link>
		<dc:creator>Eleonora</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 15:04:51 +0000</pubDate>
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		<description>Anche se non necessariamente con un lo stesso livello di sofisticazione in termini interattivi del punto vendita esistono comunque anche realtà interessanti anche in Italia. David Mayer Naman (http://www.davidmayernaman.com) per esempio è un'impresa italiana che ha proposto l'idea di punto vendita come "black box", un cubo nero per creare un'atmosfera originale - con forte espansione internazionale (Cina compresa). Attiva anche sui social media si propone come "un'azienda fashion del made in Italy in forte espansione". Concordo con Giancarlo, un approfondimento sui processi produttivi e distributivi può farci capire dove e come si ritiene valore e come si struttura il rapporto saper produttivo - capitali finanziari (per la comunicazione ed il retail).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se non necessariamente con un lo stesso livello di sofisticazione in termini interattivi del punto vendita esistono comunque anche realtà interessanti anche in Italia. David Mayer Naman (http://www.davidmayernaman.com) per esempio è un&#8217;impresa italiana che ha proposto l&#8217;idea di punto vendita come &#8220;black box&#8221;, un cubo nero per creare un&#8217;atmosfera originale - con forte espansione internazionale (Cina compresa). Attiva anche sui social media si propone come &#8220;un&#8217;azienda fashion del made in Italy in forte espansione&#8221;. Concordo con Giancarlo, un approfondimento sui processi produttivi e distributivi può farci capire dove e come si ritiene valore e come si struttura il rapporto saper produttivo - capitali finanziari (per la comunicazione ed il retail).</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile? by Giancarlo</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/#comment-225524</link>
		<dc:creator>Giancarlo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:21:10 +0000</pubDate>
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		<description>Marco, bel post su un caso davvero interessante. La mia idea è che le vie dell’innovazione (e del successo competitivo) sono tante, e che suitsupply può non solo convivere con i lussuosi brand del made in Italy, ma diventare un veicolo che valorizza stile, prodotti (come i tessuti) e lavoro degli italiani. Sarebbe ad esempio utile avere un’analisi della rete produttiva-distributiva di suitsupply, per capire dove si crea e viene trattenuto il valore aggiunto. Credo che tessuti e distribuzione-finissaggio occupino uno spazio rilevante, comprimendo fatalmente le altre funzioni. Certo, le economie di scala valgono più per le funzioni immateriali che nella distribuzione al punto vendita, ma anche i tessuti godono dell’effetto moltiplicativo. Insomma, non potrebbe essere anche questo un modo per spingere il made by Italy?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, bel post su un caso davvero interessante. La mia idea è che le vie dell’innovazione (e del successo competitivo) sono tante, e che suitsupply può non solo convivere con i lussuosi brand del made in Italy, ma diventare un veicolo che valorizza stile, prodotti (come i tessuti) e lavoro degli italiani. Sarebbe ad esempio utile avere un’analisi della rete produttiva-distributiva di suitsupply, per capire dove si crea e viene trattenuto il valore aggiunto. Credo che tessuti e distribuzione-finissaggio occupino uno spazio rilevante, comprimendo fatalmente le altre funzioni. Certo, le economie di scala valgono più per le funzioni immateriali che nella distribuzione al punto vendita, ma anche i tessuti godono dell’effetto moltiplicativo. Insomma, non potrebbe essere anche questo un modo per spingere il made by Italy?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile? by ilpiac</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/#comment-225020</link>
		<dc:creator>ilpiac</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 19:33:13 +0000</pubDate>
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		<description>Posso affermare che tra branding - inteso come vendita di una esperienza/di un mondo/di un'appartenenza più che di un prodotto o comunque oltre ad esso - e qualità del prodotto io personalmente opto per la seconda.
Quindi sceglierei probabilmente anche io Suitsupply (che però non ho mai visto né provato, il discorso però vale in generale).
In un mondo - però - dove la qualità è ormai "di base" e indispensabile (chi non ha prodotti di qualità non può vendere molto, indipendentemente dal prezzo e tranne quando la crisi, assottigliando i portafogli, obbliga a badare più al prezzo che non alla sostanza) il brand può fare la differenza, sul medio e lungo periodo. La sola qualità non è più sufficiente per fare sì che il consumatore continui ad acquistare. Lo si deve attrarre anche con altri aspetti. Branding, appunto.
Il consumatore, acquistando Armani, soddisfa non solo la voglia di qualità del prodotto, ma anche il suo ego, la voglia di appartenere a un mondo. Altrimenti perché le grandi marche avrebbero sempre, e dico sempre, il marchio/brand in bella evidenza sul capo/prodotto realizzato?
Chi acquista un prodotto di marca vuole, tra le altre cose, far sapere che lo ha acquistato. In caso contrario, se guardasse solo alla qualità, potrebbe - parliamo per esempio di abiti - rivolgersi a soluzioni sartoriali che assicurerebbero lo stesso risultati eccelsi e ottimo materiale.
Oggi Suitsupply può forse avantaggiarsi degli aspetti che avete evidenziato, ma se si vorrà porre in concorrenza con i grandi marchi dovrà giocoforza dotarsi di un brand forte. Il logotipo attuale punta solo sull'aspetto tipografico e non è decisamente sufficiente, in mancanza di un marchio distintivo forte e ben distinguibile, per differenziarsi fortemente dalla concorrenza.
Quando - e se - Suitsupply si doterà di una forte politica di branding probabilmente entrerà nelle stesse logiche degli attuali grandi marchi e, solo allora, il confronto potrà essere fatto in modo più equo. Intendo un confronto non sul prodotto, che è confrontabile anche oggi, ma sul marchio tout court visto che sui costi incidono anche - e soprattutto - le politiche di branding.
Il tutto, ovviamente, IMHO.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Posso affermare che tra branding - inteso come vendita di una esperienza/di un mondo/di un&#8217;appartenenza più che di un prodotto o comunque oltre ad esso - e qualità del prodotto io personalmente opto per la seconda.<br />
Quindi sceglierei probabilmente anche io Suitsupply (che però non ho mai visto né provato, il discorso però vale in generale).<br />
In un mondo - però - dove la qualità è ormai &#8220;di base&#8221; e indispensabile (chi non ha prodotti di qualità non può vendere molto, indipendentemente dal prezzo e tranne quando la crisi, assottigliando i portafogli, obbliga a badare più al prezzo che non alla sostanza) il brand può fare la differenza, sul medio e lungo periodo. La sola qualità non è più sufficiente per fare sì che il consumatore continui ad acquistare. Lo si deve attrarre anche con altri aspetti. Branding, appunto.<br />
Il consumatore, acquistando Armani, soddisfa non solo la voglia di qualità del prodotto, ma anche il suo ego, la voglia di appartenere a un mondo. Altrimenti perché le grandi marche avrebbero sempre, e dico sempre, il marchio/brand in bella evidenza sul capo/prodotto realizzato?<br />
Chi acquista un prodotto di marca vuole, tra le altre cose, far sapere che lo ha acquistato. In caso contrario, se guardasse solo alla qualità, potrebbe - parliamo per esempio di abiti - rivolgersi a soluzioni sartoriali che assicurerebbero lo stesso risultati eccelsi e ottimo materiale.<br />
Oggi Suitsupply può forse avantaggiarsi degli aspetti che avete evidenziato, ma se si vorrà porre in concorrenza con i grandi marchi dovrà giocoforza dotarsi di un brand forte. Il logotipo attuale punta solo sull&#8217;aspetto tipografico e non è decisamente sufficiente, in mancanza di un marchio distintivo forte e ben distinguibile, per differenziarsi fortemente dalla concorrenza.<br />
Quando - e se - Suitsupply si doterà di una forte politica di branding probabilmente entrerà nelle stesse logiche degli attuali grandi marchi e, solo allora, il confronto potrà essere fatto in modo più equo. Intendo un confronto non sul prodotto, che è confrontabile anche oggi, ma sul marchio tout court visto che sui costi incidono anche - e soprattutto - le politiche di branding.<br />
Il tutto, ovviamente, IMHO.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on Potrà il nuovo artigiano salvare l&#8217;Italia? by stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2011/12/04/potra-il-nuovo-artigiano-salvare-litalia/#comment-221999</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:12:05 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=1333#comment-221999</guid>
		<description>@tutti
i miei interventi nascono dalla mia cultura...che è di design...e che vede i fenomeni da un altro punto di vista...
dal mio punto di vista è chiaro che sta emergendo una nuova..e uso una parolona..."ontologia del fare" (ma non solo)... che giace in un complicato groviglio sistemico di relazioni e connessioni in cui le sole chiavi della visione economica non sono sufficienti se non integrati da una meta-visione complessa. 
poi possiamo fare (@roberto) un ragionamento sulla transizione che pur essendo fondamentale in termini pragmatici non ci aiuta a mettere a fuoco..identità e differenza.
credo che la questione riguardi un duplice cambiamento parallelo che cambia le possibilità cognitive-pragmatiche dell'individuo attore e della comunità-rete-sistema come insieme integrato (ma non proporzionale) ridisegnando in potenza ruoli, relazioni, processi e "senso" dell'azione.
@enzo..riferendomi al suo post ...in cui vedo una serie di punti di contatto con quello che sto dicendo... sono assolutamente d'accordo sui concetti che esprime ma non sul naming.
e penso che questa dimensione "nomologica" sia importante per poter definire qual'è il centro della questione.
non condivido l'idea di definire tutto questo una"nuova modernità". credo vada trovata una definizione originale di questa diversa relazione tra possibilità di ideare-realizzare-distribuire artefatti materiali/immateriali nel mondo e la dimensione della proprietà-potere-lavoro che essa genera o costruisce. Nussbaum parla di "indie-capitalism" facendo riferimento alla musica degli ultimi 35 anni, ma di nuovo guarda ai soggetti e non ai principii.
Io ci ho pensato (riflettendo sul concetto di "capitalismo molecolare" che è già stato metabolizzato da differenti visioni disciplinari) e penso che forse la definizione giusta possa essere "capitalismo amplificato" in cui le nuove possibilità di interfaccia tra universo analogico-digitale ridisegnano completamente (in termini di possibilità) alcuni elementi base di questo modello socio-politico.
Molti dei protagonisti del movimento dei makers stanno osservando (spesso in maniera ideologica) solo la superficie di questo grande e possibile cambiamento apparentandolo quasi esclusivamente a una cultura dell'open, controculturale, antagonista...senza accorgersi appunto di quanto invece essa sia in assoluto il ritorno a una forma primordiale e allo stesso stesso tempo ultima del capitalismo stesso.
risidegnare uno scenario di riflessione in cui si discute del concetto di scala/scopo rispetto ad alcune condizioni paradigmatiche che sono divenute dei totem (il concetto di sviluppo, ricchezza, sostenibilità sociale ed economica) credo sia un bell'esercizio di realismo. che si può fare, subire o importare (che è quello che stiamo facendo).
io voto per il fare...in puro "spirito maker"</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@tutti<br />
i miei interventi nascono dalla mia cultura&#8230;che è di design&#8230;e che vede i fenomeni da un altro punto di vista&#8230;<br />
dal mio punto di vista è chiaro che sta emergendo una nuova..e uso una parolona&#8230;&#8221;ontologia del fare&#8221; (ma non solo)&#8230; che giace in un complicato groviglio sistemico di relazioni e connessioni in cui le sole chiavi della visione economica non sono sufficienti se non integrati da una meta-visione complessa.<br />
poi possiamo fare (@roberto) un ragionamento sulla transizione che pur essendo fondamentale in termini pragmatici non ci aiuta a mettere a fuoco..identità e differenza.<br />
credo che la questione riguardi un duplice cambiamento parallelo che cambia le possibilità cognitive-pragmatiche dell&#8217;individuo attore e della comunità-rete-sistema come insieme integrato (ma non proporzionale) ridisegnando in potenza ruoli, relazioni, processi e &#8220;senso&#8221; dell&#8217;azione.<br />
@enzo..riferendomi al suo post &#8230;in cui vedo una serie di punti di contatto con quello che sto dicendo&#8230; sono assolutamente d&#8217;accordo sui concetti che esprime ma non sul naming.<br />
e penso che questa dimensione &#8220;nomologica&#8221; sia importante per poter definire qual&#8217;è il centro della questione.<br />
non condivido l&#8217;idea di definire tutto questo una&#8221;nuova modernità&#8221;. credo vada trovata una definizione originale di questa diversa relazione tra possibilità di ideare-realizzare-distribuire artefatti materiali/immateriali nel mondo e la dimensione della proprietà-potere-lavoro che essa genera o costruisce. Nussbaum parla di &#8220;indie-capitalism&#8221; facendo riferimento alla musica degli ultimi 35 anni, ma di nuovo guarda ai soggetti e non ai principii.<br />
Io ci ho pensato (riflettendo sul concetto di &#8220;capitalismo molecolare&#8221; che è già stato metabolizzato da differenti visioni disciplinari) e penso che forse la definizione giusta possa essere &#8220;capitalismo amplificato&#8221; in cui le nuove possibilità di interfaccia tra universo analogico-digitale ridisegnano completamente (in termini di possibilità) alcuni elementi base di questo modello socio-politico.<br />
Molti dei protagonisti del movimento dei makers stanno osservando (spesso in maniera ideologica) solo la superficie di questo grande e possibile cambiamento apparentandolo quasi esclusivamente a una cultura dell&#8217;open, controculturale, antagonista&#8230;senza accorgersi appunto di quanto invece essa sia in assoluto il ritorno a una forma primordiale e allo stesso stesso tempo ultima del capitalismo stesso.<br />
risidegnare uno scenario di riflessione in cui si discute del concetto di scala/scopo rispetto ad alcune condizioni paradigmatiche che sono divenute dei totem (il concetto di sviluppo, ricchezza, sostenibilità sociale ed economica) credo sia un bell&#8217;esercizio di realismo. che si può fare, subire o importare (che è quello che stiamo facendo).<br />
io voto per il fare&#8230;in puro &#8220;spirito maker&#8221;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on Per rappresentare i maker serve un&#8217;altra idea di imprenditorialità by Vladi</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/21/per-rappresentare-i-maker-serve-unaltra-idea-di-imprenditorialita/#comment-221980</link>
		<dc:creator>Vladi</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 09:47:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=1381#comment-221980</guid>
		<description>Bello il pezzo di Press. 

Mi pare che la vera questione sia quella politica, non di definizioni, nè di un presunto ritardo dell'accademia nel definire l'imprenditorialità. 
Mi spiego. L'idea di mprenditorialità espressa nell'articolo è oggetto di analisi e definizione da almeno 15 anni in un dibattito scientifico vivace, interessante, a tratti fricchettone (motivo fondamentale per cui mi piace).  Prima dei makers l'idea che l'imprenditorialità sia emancipazione, espressione di istanze di cambiamento non tanto (e non esclusivamente) economico, immaginazione, è oggetto di una letteratura sterminata, tutt'altro che astratta e generosa di implicazioni pratico-gestionali e politiche. L'accademia ha parlato poco dell'imprenditorialità tipo Silicon Valley negli ultimi 10 anni (aveva già dato). Si è parlato di officine, micro-breweries, new Danish Cuisine, agricoltura organic e via di "stranezze". Il lessico di Press testimonia la sua natura di uomo di buone letture e ottime frequentazioni accademiche. 

Nel dibattito più generale, tuttavia, questa idea di imprenditorialità non ha avuto grandi spazi, ma il problema è della politica. A destra l'imprenditorialità è stata il santino agitato da rentier e incumbent di varia estrazione per reclamare una riduzione dell'imposizione fiscale e del ruolo del pubblico dell'economia. Non fregava un granchè a nessuno dei makers o degli imprenditori di nuova generazione, bastava la retorica a far da scudo ai soliti noti (il nostro penultimo governo della rivoluzione liberale mi pare esemplare da questo punto di vista).

A manca è un dramma (è qui il problema che solleva Press). Gli imprenditori (alcuni, forse tanti, di sicuro questi makers e strani altri soggetti in giro per il mondo) sono motivati da obiettivi "progressisti", tuttavia non trovano risonanza, rappresentanza e riconoscimento nella sinistra istituzionale. C'è una società che ha obiettivi di "sinistra" e trova nella creazione di impresa un'affermazione di autonomia, compiutezza e la possibilità di perseguire fini "altri" rispetto all'arricchimento. Spesso sovverte l'equazione: la creazione di ricchezza serve a far progredire e mantenere vivo lo sforzo di cambiamento che si sono imposti. Le sinistre li guardano e li trovano "compagni che sbagliano", al massimo li tollerano. Siamo ancora al cambiamento via forme più o meno edulcorate di lotta di classe: il lavoro è il lavoro e l'imprenditore è l'imprenditore. E via di battaglie anacronistiche agitando il vessillo (chè ormai è rimasto solo quello) del "lavoro" (dipendente e subordinato, ca va sans dire, al massimo "precario").

Al netto della politica (irredimibile a mio avviso), il pezzo di Press (ed il dibattito da cui pesca) merita di essere ripreso per interrogarsi sulle politiche per l'imprenditorialità, per *queste tante e diverse* imprenditorialità, che a naso rappresenteranno l'opzione occupazionale praticabile per migliaia di giovani nei prossimi anni.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bello il pezzo di Press. </p>
<p>Mi pare che la vera questione sia quella politica, non di definizioni, nè di un presunto ritardo dell&#8217;accademia nel definire l&#8217;imprenditorialità.<br />
Mi spiego. L&#8217;idea di mprenditorialità espressa nell&#8217;articolo è oggetto di analisi e definizione da almeno 15 anni in un dibattito scientifico vivace, interessante, a tratti fricchettone (motivo fondamentale per cui mi piace).  Prima dei makers l&#8217;idea che l&#8217;imprenditorialità sia emancipazione, espressione di istanze di cambiamento non tanto (e non esclusivamente) economico, immaginazione, è oggetto di una letteratura sterminata, tutt&#8217;altro che astratta e generosa di implicazioni pratico-gestionali e politiche. L&#8217;accademia ha parlato poco dell&#8217;imprenditorialità tipo Silicon Valley negli ultimi 10 anni (aveva già dato). Si è parlato di officine, micro-breweries, new Danish Cuisine, agricoltura organic e via di &#8220;stranezze&#8221;. Il lessico di Press testimonia la sua natura di uomo di buone letture e ottime frequentazioni accademiche. </p>
<p>Nel dibattito più generale, tuttavia, questa idea di imprenditorialità non ha avuto grandi spazi, ma il problema è della politica. A destra l&#8217;imprenditorialità è stata il santino agitato da rentier e incumbent di varia estrazione per reclamare una riduzione dell&#8217;imposizione fiscale e del ruolo del pubblico dell&#8217;economia. Non fregava un granchè a nessuno dei makers o degli imprenditori di nuova generazione, bastava la retorica a far da scudo ai soliti noti (il nostro penultimo governo della rivoluzione liberale mi pare esemplare da questo punto di vista).</p>
<p>A manca è un dramma (è qui il problema che solleva Press). Gli imprenditori (alcuni, forse tanti, di sicuro questi makers e strani altri soggetti in giro per il mondo) sono motivati da obiettivi &#8220;progressisti&#8221;, tuttavia non trovano risonanza, rappresentanza e riconoscimento nella sinistra istituzionale. C&#8217;è una società che ha obiettivi di &#8220;sinistra&#8221; e trova nella creazione di impresa un&#8217;affermazione di autonomia, compiutezza e la possibilità di perseguire fini &#8220;altri&#8221; rispetto all&#8217;arricchimento. Spesso sovverte l&#8217;equazione: la creazione di ricchezza serve a far progredire e mantenere vivo lo sforzo di cambiamento che si sono imposti. Le sinistre li guardano e li trovano &#8220;compagni che sbagliano&#8221;, al massimo li tollerano. Siamo ancora al cambiamento via forme più o meno edulcorate di lotta di classe: il lavoro è il lavoro e l&#8217;imprenditore è l&#8217;imprenditore. E via di battaglie anacronistiche agitando il vessillo (chè ormai è rimasto solo quello) del &#8220;lavoro&#8221; (dipendente e subordinato, ca va sans dire, al massimo &#8220;precario&#8221;).</p>
<p>Al netto della politica (irredimibile a mio avviso), il pezzo di Press (ed il dibattito da cui pesca) merita di essere ripreso per interrogarsi sulle politiche per l&#8217;imprenditorialità, per *queste tante e diverse* imprenditorialità, che a naso rappresenteranno l&#8217;opzione occupazionale praticabile per migliaia di giovani nei prossimi anni.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Comment on Potrà il nuovo artigiano salvare l&#8217;Italia? by Stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2011/12/04/potra-il-nuovo-artigiano-salvare-litalia/#comment-221959</link>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 09:07:23 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=1333#comment-221959</guid>
		<description>@roberto
capita anche a me di leggere i pezzi dei griseri e degli scalfari. per entrambi ho rispetto. segnalo alla tua attenzione anche altri giornalisti e altri punti di vista. vivek wadhwa, ad esempio.
http://www.washingtonpost.com/national/on-innovations/why-its-chinas-turn-to-worry-about-manufacturing/2012/01/10/gIQAoRVJpP_story.html
che ci dice il wadhwa che non ci dicono i griseri e gli scalfari? ci dice che è in corso una grande rivoluzione nei modi in cui si organizza la produzione e che chi vuole la leadership industriale deve saper interpretare questo cambiamento. chi sono i protagonisti di questa rivoluzione secondo wadhwa e altri? una nuova generazione di maker capaci di trarre profitto dalle potenzialità del digital manifaturing. ci interessa? vogliamo competere? vogliamo essere protagonisti dell'economia globale? sono d'accordo con @fabio: dobbiamo promuovere una nuova idea di connettività. di upgrade del capitale umano. se questo non lo fanno le associazioni, il problema è complicato..
s.

ps. proprio su questi temi ho scritto il post qui sopra http://www.firstdraft.it/2012/01/21/per-rappresentare-i-maker-serve-unaltra-idea-di-imprenditorialita/</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@roberto<br />
capita anche a me di leggere i pezzi dei griseri e degli scalfari. per entrambi ho rispetto. segnalo alla tua attenzione anche altri giornalisti e altri punti di vista. vivek wadhwa, ad esempio.<br />
<a href="http://www.washingtonpost.com/national/on-innovations/why-its-chinas-turn-to-worry-about-manufacturing/2012/01/10/gIQAoRVJpP_story.html" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.washingtonpost.com/national/on-innovations/why-its-chinas-turn-to-worry-about-manufacturing/2012/01/10/gIQAoRVJpP_story.html?referer=');">http://www.washingtonpost.com/national/on-innovations/why-its-chinas-turn-to-worry-about-manufacturing/2012/01/10/gIQAoRVJpP_story.html</a><br />
che ci dice il wadhwa che non ci dicono i griseri e gli scalfari? ci dice che è in corso una grande rivoluzione nei modi in cui si organizza la produzione e che chi vuole la leadership industriale deve saper interpretare questo cambiamento. chi sono i protagonisti di questa rivoluzione secondo wadhwa e altri? una nuova generazione di maker capaci di trarre profitto dalle potenzialità del digital manifaturing. ci interessa? vogliamo competere? vogliamo essere protagonisti dell&#8217;economia globale? sono d&#8217;accordo con @fabio: dobbiamo promuovere una nuova idea di connettività. di upgrade del capitale umano. se questo non lo fanno le associazioni, il problema è complicato..<br />
s.</p>
<p>ps. proprio su questi temi ho scritto il post qui sopra <a href="http://www.firstdraft.it/2012/01/21/per-rappresentare-i-maker-serve-unaltra-idea-di-imprenditorialita/" rel="nofollow">http://www.firstdraft.it/2012/01/21/per-rappresentare-i-maker-serve-unaltra-idea-di-imprenditorialita/</a></p>
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