L’inclusione rilancia gli obiettivi di Milano

Chicago o San Francisco? Si discute spesso del futuro di Milano e delle sue ambizioni. I ragionamenti sviluppati dalla sua classe dirigente sono occasione di ottimismo e di fiducia per chi segue il faticoso dibattito politico elettorale di questi giorni. La città ha avuto il merito di alzare l’asticella delle ambizioni a una scala internazionale. Rimane il dubbio di quale sia il modello che la città assumerà negli anni a venire.

È qui che torna utile il confronto fra due storie di città, quelle di Chicago e San Francisco, evocate da Emily Badger in un lungo articolo apparso sul New York Times a proposito della crescita delle grandi aree metropolitane americane. Partiamo da Chicago e dalla sua storia. La città ha legato la sua ricchezza alla sua capacità di diventare punto di riferimento per l’intero Mid West degli Stati Uniti. Ha valorizzato gli allevatori dell’Iowa che a Chicago mandavano il loro bestiame e i produttori di legname del Wisconsin. La prosperità di Chicago è stata la prosperità di tante altre città minori dell’Illinois e degli Stati limitrofi.

La storia recente di San Francisco è diversa. Negli ultimi trent’anni la città ha fatto meno delle storiche connessioni che l’avevano resa ricca in passato. La sua prosperità dipende oggi da un’élite cosmopolita di lavoratori della conoscenza. Questi knowledge worker operano a stretto contatto con colleghi di altre metropoli con cui fanno ricerca, sviluppano brevetti, stringono accordi commerciali. San Francisco ha certamente bisogno delle tante comunità che popolano gli Stati Uniti. Il problema – secondo Saskia Sassen – è che San Francisco non arricchisce queste comunità ma si limita a estrarre valore dal mondo che la circonda. Le start up di San Francisco hanno bisogno di auto ferme nei parcheggi del Colorado per valorizzare app destinate al car sharing così come di spazi a basso costo per costruire magazzini destinati al commercio elettronico. Chi ci guadagna sta sempre dalla stessa parte.

Milano assomiglia molto alla Chicago che abbiamo conosciuto negli anni passati. La sua ricchezza deriva in buona parte dalla sua capacità di dare visibilità e valore a un sistema territoriale ampio e differenziato. Il Salone del Mobile è un esempio emblematico. Le imprese dell’arredo che operano in Brianza, in Veneto o nelle Marche portano ogni anno a Milano le loro novità per confrontarsi con i buyer internazionali. Durante la settimana del Salone la città diventa l’occasione per dialogare su tendenze e stili a livello globale. Anche Expo ha funzionato egregiamente come vetrina e luogo di promozione del Made in Italy agroalimentare. Per il Competence Center a sostegno di Industria 4.0 il futuro potrebbe essere analogo.

La città in tempi recenti ha ricercato nuove opportunità di crescita sul fronte delle agenzie internazionali che oggi lasciano Londra per sbarcare in qualche città del continente. A un primo sguardo, queste occasioni di crescita spingono verso un modello di crescita diverso da quello sperimentato in passato privilegiando soprattutto connessioni a scala globale. In realtà questo cambiamento di traiettoria non è dato a priori. Se guardiamo al caso EMA, l’agenzia avrebbe potuto costituire il riferimento per tante imprese che oggi concorrono (non solo a Milano) a promuovere un settore, quello farmaceutico, fra i più promettenti per il nostro export.

Il futuro di Milano ha implicazioni importanti per un pezzo importante di Italia che oggi si sente spiazzata dai cambiamenti in corso. Mai come oggi tante città italiane di taglia medio piccola hanno bisogno di un punto di riferimento che consenta loro di promuovere la propria specialità a una scala internazionale. A differenza di quanto hanno fatto altre “Città Stato” a livello internazionale, Milano non ha tagliato i suoi legami con il territorio né a permesso che si aprisse una forbice incolmabile fra chi ha e chi non ha.

Oggi il tema dell’inclusione non si limita più alla sola gestione delle periferie e dei comuni meno dinamici a ridosso del perimetro municipale. Si allarga a una scala territoriale più ampia. Merita di essere riferito a quella città orizzontale che tra Torino e Venezia concorre a perseguire gli stessi obiettivi e le stesse ambizioni del capoluogo lombardo. Senza sconti né assistenzialismo. Inventando, piuttosto, uno spazio metropolitano che tenga conto delle specificità di una parte rilevante del nostro paese.

Stefano Micelli

Pubblicato su Il Sole 24 Ore 13 feb 2018

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