Lavorare (e imparare) in versione 4.0

Nella biografia di Elon Musk c’è un episodio che illumina il modo in cui lavora un uomo capace di mandare razzi su Marte. Dopo aver assistito alla rottura di tre camere di raffreddamento dei motori, dal costo di 75.000 $ a pezzo, Musk carica in macchina il componente in metallo, lo porta nel suo laboratorio e con l’aiuto di alcuni collaboratori lo riveste di resina eposissidica per sigillare i punti di rottura. Tutti ricordano ancora Musk con il suo abito elegante e le sue scarpe (italiane) completamente imbrattato di resina mentre verifica a notte fonda il risultato del suo lavoro. La resina non è la soluzione adatta e si ricomincia tutto da capo.

L’immagine di Musk, fisico di formazione, alle prese con resine e metalli sintetizza alcuni dei concetti che ieri Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione Adapt ha discusso al Dipartimento di Management di Ca’ Foscari. Siamo molto preoccupati, ha sottolineato Seghezzi, dalla possibilità che la macchina sostituisca l’uomo in molti ambiti lavorativi. In realtà il nodo non è tanto la sostituzione quanto piuttosto la trasformazione del lavoro. Molti dei mestieri del futuro ci vedranno ancora protagonisti anche se dovremo svolgere attività diverse con un atteggiamento rinnovato. Questo vale per i lavori più semplici così come per il mestiere di imprenditore high tech.

Per capire come si trasforma il lavoro è utile mettere in discussione alcune delle categorie che hanno caratterizzato il dibattito di questi anni. In particolare è urgente ripensare la distinzione, quasi scontata per i più, fra lavori di concetto e lavori manuali. Sia gli uni che gli altri, infatti, sono oggi sotto pressione. L’operaio senza qualifiche specifiche vede a rischio il suo posto di lavoro perché il costo dell’automazione sta scendendo drasticamente (secondo i dati presentati ieri a Venezia il costo orario della macchina è già inferiore al costo del lavoro umano in tutta Europa). Nemmeno avvocati e commercialisti, però, dormono sonni tranquilli: la diffusione di strumenti sofisticati di intelligenza artificiale a costi sempre più accessibili rende molte delle operazioni routinarie degli studi professionali facilmente meccanizzabili.

Per capire il lavoro del futuro ci torna utile l’episodio che ha reso Elon Musk così popolare fra i suoi dipendenti nonostante il carattere piuttosto difficile. Dobbiamo immaginare ingegneri preparati capaci di sporcarsi le mani per capire davvero come funzionano macchine e processi. Allo stesso modo dobbiamo formare tecnici preparati in grado di riflettere su quanto accade nei reparti di produzione grazie a strumenti concettuali evoluti. Chi sarà in grado di oscillare fra queste due dimensioni, teoria e mondo della pratica, difficilmente vedrà il suo lavoro scomparire dagli organigrammi delle imprese. Non si tratta semplicemente di cambiare compiti e mansioni quanto piuttosto il modo con cui si fa esperienza del lavoro quotidiano.

I numeri proposti da Seghezzi sul mercato del lavoro del Veneto parlano delle difficoltà a reperire figure professionali in grado di interpretare i grandi cambiamenti tecnologici di questi anni. I dati relativi al dicembre 2017 ci dicono, ad esempio, che tecnici specializzati nell’informatica e nella produzione così come i conduttori di impianti nel settore metalmeccanico e nel meccatronico sono oggi fra le figure più difficili da reperire per numero e per mancanza di competenze. Manca una filiera formativa capace di avviare i giovani verso queste attività e manca soprattutto un metodo didattico in grado di fornire a giovani e meno giovani gli strumenti per orientarsi in un mondo di tecnologie che cambia rapidamente.

E’ inimmaginabile che questa grande trasformazione stia sulle spalle dei singoli. E’ fondamentale che il sistema formativo accompagni i grandi cambiamenti di questi anni lavorando sia sui contenuti che sul metodo didattico. Su questo secondo aspetto è necessario che tutte le istituzioni della cosiddetta educazione terziaria, dalle Università agli Istituti Tecnici Superiori,  facciano uno sforzo per trasformare la loro offerta tradizionale. Alle università si chiede oggi di investire in forme di apprendimento attivo, mettendo gli studenti nelle condizioni di imparare confrontandosi con problemi reali, saldando in modo originale l’impianto culturale costruito sui libri alla risoluzione di problemi del mondo che li circonda. Alla formazione tecnica post diploma spetta il compito speculare di sviluppare metodi formativi che rendano la loro offerta appetibile per un pubblico più ampio e differenziato.

Sarebbe ingiusto affermare che siamo all’anno zero. Molte università a partire da Ca’ Foscari hanno avviato laboratori didattici capaci di coinvolgere studenti, imprese e istituzioni attorno ai grandi problemi del presente. Lo stesso vale per gli ITS oggi impegnati nella ridefinizione della didattica grazie alle metodologie del Design Thinking. Il tema oggi è come accelerare questa trasformazione, possibilmente con il contributo di imprese e politica.

Stefano Micelli

Pubblicato su Corriere del Veneto venerdì 9 febbraio 2018

 

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