I meriti di Brunello Cucinelli (e della media impresa italiana)

Schermata 06-2457930 alle 09.11.34

Una settimana fa, il prestigioso Kiel Institute for the World Economy ha attribuito il Global Economy Prize a Brunello Cucinelli per la sua opera di imprenditore capace di mettere al centro della sua attenzione il lavoro dell’uomo e la sostenibilità dell’ambiente. “In un mondo globalizzato e frenetico – recita la laudazio – l’opera di Brunello Cucinelli svolge una preziosa opera di calmante”. La giuria internazionale ha voluto premiare un imprenditore della moda che esce dai binari consueti del settore: una storia personale non facile, un sincero attaccamento al territorio di appartenenza, una capacità di manifatturiera votata alla massima qualità e una proiezione internazionale che ha reso il suo prodotto un’icona nel mondo.

Per quanto speciale possa apparire la figura di Brunello Cucinelli, sarebbe ingiusto considerare il profilo dell’imprenditore umbro un caso isolato. A ben guardare, il percorso avviato da Cucinelli è simile a quello intrapreso da tante altre medie imprese della manifattura italiana nei settori del Made in Italy. Una recente ricerca promossa da Luigi Serio sul tema delle medie imprese eccellenti mette a confronto le ragioni del successo di queste medie imprese che nel corso di quest’ultimo decennio hanno saputo sviluppare percorsi di crescita fondati su scelte e valori simili.

Stando al lavoro dei ricercatori della Cattolica, gli ingredienti essenziali alla base del successo della media impresa italiana sono diversi. La qualità del prodotto è un aspetto essenziale, questo è cosa nota, così come è nota la proiezione internazionale delle nostre imprese, sia in chiave commerciale che in termini di partnership produttive e di ricerca. Ciò che davvero distingue le nostre medie imprese è l’enfasi attribuita al lavoro e la relazione privilegiata con il territorio. Il capitale umano così come la fitta rete dei fornitori che contribuiscono alle strategie del prodotto sono i due aspetti che fanno la differenza nei confronti della concorrenza.

Questa attenzione al lavoro non rimane un semplice enunciato. Cucinelli remunera i suoi artigiani il 20% in più rispetto agli standard di settore. I dati raccolti da Gabriele Barbaresco (Mediobanca) nel volume curato da Serio mettono in evidenza come nella manifattura italiana la crescita della produttività sia andata di pari passo con una remunerazione adeguata delle competenze di chi lavora. La media impresa italiana, in altre parole, è una garanzia per la solidità e la consistenza della classe media nel nostro paese.

Perché, nonostante i successi ottenuti da tanti imprenditori come Brunello Cucinelli, una parte degli analisti e dell’opinione pubblica fa fatica ad entusiasmarsi per un modello di impresa che porta l’Italia nel mondo? La ragione, emersa in un recente dibattito presso la Fondazione Bassetti in occasione della presentazione del volume, è legata alla difficoltà dell’economia italiana ad agganciare il capitalismo globale.

Le nostre medie imprese – direbbe Fernand Braudel – sono imprese di mercato. Certo si proiettano in una scala nazionale e internazionale, ma fanno i conti ogni giorno con la concorrenza, con altre imprese fanno prodotti simili ai nostri. Alle nostre imprese spetta il compito quotidiano di migliorare e di innovare guardando alla domanda. E’ il mercato e oggi le sue regole sono particolarmente stringenti.

Il capitalismo – sempre secondo Braudel – è un’altra cosa. Il capitalismo lo giocano le imprese multinazionali che dopo aver rapidamente guadagnato visibilità e posizioni dominanti su scala globale impongono il loro potere da monopolisti costruendo legami con la politica e con le istituzioni. Nel mondo della tecnologia e della finanza, dove il capitalismo esprime la sua dinamica più accentuata, il lavoro non ha la stessa valenza che ha nelle imprese italiane. Il nuovo capitalismo delle piattaforme scommette sulla gig economy, sui “lavoretti”, sull’intercambiabilità delle risorse umane.

Brunello Cucinelli si è detto molto colpito per la definizione di “onorevole mercante” a lui attribuita dai giurati di Kiel. Forse dovremmo fare tutti tesoro dell’indicazione di Cucinelli. Nell’economia globale siamo protagonisti dove il mercato è la cifra della competizione. E’ sul terreno dell’economia di mercato, in particolare della manifattura, che esprimiamo il meglio del nostro potenziale culturale e il valore del nostro capitale umano. Farlo “con onore”, senza rimpiangere il capitalismo di Facebook e Uber, può essere un modo per promuovere un’idea forte di impresa e lavoro

Stefano Micelli

Sole 24 Ore, 4 luglio 2017

 

 

 

Share/Save
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *