Più robot e più artigiani: la via italiana alla manifattura 4.0

Più artigiani e più Robot

La manifattura 4.0 ha conquistato in poco tempo uno spazio importante nel dibattito sul rilancio economico e sociale del nostro Paese. Un segnale positivo che evidenzia un ritrovato interesse degli operatori verso gli investimenti in ambito tecnologico a cui ha contribuito positivamente anche il piano di incentivi previsto dal Governo.

Il dibattito è finora ruotato attorno al problema dell’upgrade tecnologico e quindi del ritardo che le nostre imprese hanno nell’adeguarsi a questa nuova frontiera. E’ sicuramente un tema importante perché senza queste tecnologie è impossibile abbracciare quella che viene definita come la quarta rivoluzione industriale. Tuttavia poco spazio è stato finora dedicato alle modalità attraverso le quali le nuove tecnologie saranno effettivamente utilizzate all’interno delle imprese. Il problema non è tanto se usare queste tecnologie (cosa inevitabile) ma come tenendo in considerazione le particolari caratteristiche del sistema manifatturiero italiano. La quarta rivoluzione industriale non sarà appannaggio di pochi paesi sviluppati ma è già un tema globale che investe anche i paesi emergenti. Prova ne sia che la stessa Cina ha già elaborato un  proprio piano per raggiungere la quarta rivoluzione industriale. Diventa quindi urgente capire quello che potrebbe essere il nostro posizionamento all’interno di questa transizione globale verso la manifattura 4.0.

Per farlo è utile partire da quello che sta accadendo a livello internazionale. In particolare stanno emergendo due modalità diverse di applicazione delle nuove tecnologie legate alla manifattura digitale.

Il primo è legato principalmente alla ricerca di maggiore efficenza produttiva e si basa sull’utilizzo su vasta scala dell’automazione in ambito manifatturiero. Le macchine (robot, intelligenza artificiale, sensoristica evoluta, IoT) hanno subito nel corso dell’ultimo decennio una rapida evoluzione e sono oggi in grado di svolgere compiti anche complessi che prima erano appannaggio solo del lavoro umano. In questo contesto quindi assistiamo ad una graduale sostituzione dell’uomo nei processi nei quali prima era protagonista, fino ad ipotizzare la costruzione di fabbriche totalmente automatizzate, le cosiddette “dark factory” che non hanno bisogno né di luce né di riscaldamento perché popolate appunto solo da macchine. Non sono progetti al limite della fantascienza ma temi che oggi rientrano esplicitamente all’interno dell’agenda ad esempio degli imprenditori cinesi. Come testimonia un interessante articolo del MIT Technology Review (https://www.technologyreview.com/s/601215/china-is-building-a-robot-army-of-model-workers/), gli imprenditori, soprattutto nell’ambito dell’elettronica, intendono muoversi proprio lunga questa direzione per recuperare la propria competitività in relazione alla crescita dei salari interni e quindi dei costi di produzione.

Difficile dire se effettivamente la fabbrica completamente automatizzata possa essere realizzata, ma è significativo che sia diventata un progetto tanto realistico da  orientare gli investimenti e da generare già oggi delle conseguenze, non sempre positive. In un recente lavoro gli autorevoli economisti americani Daron Acemoglu del M.I.T. e Pascual Restrepo di Boston University (http://www.nber.org/papers/w23285) hanno stimato come in alcune aree degli Stati Uniti siano già presenti degli effettivi negativi legati all’automazione laddove sostituisce il lavoro umano in ambito manifatturiero. Se abbiamo imparato a conoscere dal libro “La nuova geografia del lavoro” di Enrico Moretti l’effetto positivo della tecnologia sull’occupazione in aree come la Silicon Valley, oggi vediamo anche il rovescio della medaglia, un effetto negativo nelle aree ad elevata specializzazione manifatturiera.

 Il secondo approccio invece si basa sulla capacità di utilizzare queste tecnologie per realizzare prodotti e servizi nuovi e sempre più personalizzati. Invece di pensare ad una produzione standardizzata, queste tecnologie possono essere utilizzate per realizzare prodotti ogni volta diversi e pensati sulle esigenze del consumatore a costi ragionevoli. Questo approccio si basa su una nuova complementarietà tra uomini e macchine. Da un lato il lavoro umano diventa sempre meno operaio e sempre più artigianalenel senso che è legato alla capacità di lavorare sulla qualità e sulla valorizzazione di un saper fare unico. Dall’altro le macchine possono occuparsi degli aspetti più ripetitivi e allo stesso tempo garantire una elevata flessibilità produttiva. Uno dei settori che sta sperimentando questa modalità di applicazione è l’agroalimentare. Robot e macchine di nuova generazione stanno ad esempio trovando spazio all’interno di birrifici artigianali (https://www.craftbrewingbusiness.com/equipment-systems/streamline-craft-brewery-robots-not-concede-human-touch/), come nel caso di Widmar Brothers Brewing (http://widmerbrothers.com/), svolgendo attività quali imbottigliamento, etichettatura, packaging e movimentazione. Il mastro birraio si può così concentrare sulla sua arte producendo birra di qualità e le macchine si prendono cura del resto. Su questa stessa linea si sta muovendo Chad Robertson (https://munchies.vice.com/en/articles/one-of-the-worlds-best-bakers-is-turning-to-robots-for-help), il guru del pane artigianale negli Stati Uniti. A partire dalla sua grande abilità artigianale, Robertson ha deciso di impegnarsi in un progetto molto ambizioso che prevede la creazione di macchine di nuova generazione per la macinatura del grano e la cottura del pane. L’obiettivo è quello di far nascere una nuova generazione di imprenditori che siano in grado di produrre un pane di alta qualità attraverso lente lievitazioni e  valorizzando grani locali.

Tra i due approcci, quello nel quale l’Italia può esprimere maggiormente il proprio potenziale è il secondo. La possibilità di lavorare sulla personalizzazione del prodotto e di valorizzare il nostro saper fare attraverso le nuove tecnologie manifatturiere è una strada particolarmente promettente. Già oggi si vedono le prime sperimentazioni di questo approccio come nel caso di Aqamai che fa parte del gruppo Hydor azienda di Bassano del Grappa specializzata nella produzione di tecnologie per gli acquari. L’impresa ha deciso di scommettere su una nuova generazione di prodotti intelligenti sfruttando le potenzialità offerte dall’Iot (Internet of Things). Quelli che prima erano prodotti tradizionali, come una pompa per l’ossigenazione dell’acqua o i led di illuminazione per l’acquario, si possono ora connettere al wifi e, attraverso una app sviluppata ad hoc, diventano controllabili dallo smartphone. Attraverso questa trasformazione il prodotto diventa una piattaforma digitale che consente al consumatore di trovare soluzioni “su misura” in merito alle caratteristiche del proprio acquario e alle proprie convinzioni ed esperienze di acquarista. I prodotti infatti non funzionano più solo in modalità on/off ma sono modulabili su diverse intensità, offrendo la possibilità di una regolazione molto precisa. Inoltre, l’impresa può verificare le modalità di funzionamento dei suoi prodotti in contesti reali e offrire nuovi servizi ai propri clienti come programmi di manutenzione e condivisione di best practice nella gestione dell’acquario.

La realizzazione di smart product ha richiesto la combinazione originale tra competenze tradizionali e innovative. I tecnici dell’azienda hanno lavorato fianco a fianco con esperti del digitale per riprogettare i prodotti e definire le interfacce di interazione tra consumatore e l’app. Non si è trattato di una semplice somma di saperi ma di una loro ricombinazione. I tecnici hanno iniziato a pensare in digitale mentre gli esperti digitali hanno imparato a pensare come un esperto di acquari.

La possibilità per le nostre imprese di sfruttare il potenziale della manifattura 4.0 non passa semplicemente per l’adozione di nuove soluzioni hardware/software ma attraverso la capacità di definire applicazioni innovative all’interno delle nostre specializzazioni industriali. Servono nuove competenze indubbiamente ma anche nuovi talenti imprenditoriali capaci di esplorare questa nuova frontiera.

Marco Bettiol

Articolo originariamente pubblicato su Veneziepost

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