Due modi diversi di interpretare la manifattura 4.0

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La manifattura 4.0 è il tema del momento. Nel nostro Paese si è recentemente acceso un forte dibattito soprattutto a valle del cosiddetto piano Calenda. La discussione è oggi legata principalmente alle soluzioni tecnologiche e alle loro caratteristiche. Tuttavia, manca una riflessione più approfondita sul modo in cui queste tecnologie possono essere interpretate e declinate all’interno dei processi manifatturieri. Questo aspetto, vista la nostra particolare struttura industriale, non può essere considerato marginale. E’ importante non solo fornire informazioni tecniche ma anche aiutare le aziende a capire come orientarsi nei processi di transizione verso la manifattura 4.0. Vogliamo contribuire a questo dibattito provando a fornire alcune indicazioni utili.

A livello internazionale si stanno affermando due modi diversi e contrapposti di interpretare la manifattura 4.0. Da un lato si stanno moltiplicando le esperienze di utilizzo di queste soluzioni con l’obiettivo di esaltare l’artigianalità che è alla base del prodotto. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’utilizzo di queste tecnologie è di grande aiuto in contesti nei quali la qualità è estremamente elevata. Occupandosi degli aspetti più ripetitivi sono in grado di liberare l’intelligenza artigiana che così può concentrarsi sul miglioramento del prodotto e del servizio offerto. Non è un caso, forse, che proprio il settore agroalimentare sia una delle frontiere di questa modalità di applicazione. Robot e macchine di nuova generazione stanno trovando spazio all’interno ad esempio di birrifici artigianali, come nel caso di Widmar Brothers Brewing, svolgendo tutte quelle attività che pur importanti non hanno a che fare con il prodotto, come ad esempio imbottigliamento, etichettatura, packaging e movimentazione. Il mastro birraio si può così concentrare sulla sua arte producendo birra di qualità, i robot si prendono cura del resto. Su questa stessa linea, ma con un approccio ancora più sofisticato, si sta muovendo Chad Robertson, il guru del pane artigianale negli Stati Uniti. Robertson ha deciso di impegnarsi in un progetto molto ambizioso che prevede la creazione di macchine di nuova generazione per la macinatura del grano e la cottura del pane. L’obiettivo è quello di realizzare un pane di alta qualità (lievitazioni lente, pasta madre, grani locali) in grandi quantitativi. La tecnologia aiuta le imprese a focalizzarsi sulla loro specificità artigianale senza più rinunciare alla possibilità di raggiungere economie di scala. Artigianato e tecnologia diventano complementari.

Dall’altro lato, invece, la manifattura 4.0 viene vista come l’occasione per sostituire tour court il lavoro manuale. E’ questo il progetto esplicito ad esempio di un paese come la Cina dove la manifattura 4.0 sta diventando la via attraverso la quale mantenere la propria competitività a fronte di una crescita del costo della manodopera. Gli imprenditori cinesi infatti iniziano a sentire la concorrenza sempre più forte dei paesi limitrofi e per affrontare questa sfida hanno deciso di investire in tecnologia per ridurre il più possibile l’intervento dell’uomo nei processi manifatturieri. E’ il caso di CIG, un’azienda specializzata nella produzione di componentistica elettronica, che ha deciso di realizzare una dark factory, una fabbrica dove il lavoro sarà completamente automatizzato. No più uomini, quindi, ma robot e computer che lavoreranno senza sosta alla produzione di prodotti. Non è chiaro quando e se questo obiettivo sarà effettivamente raggiungibile. Anche Foxconn, la multinazionale che assembla l’Iphone, pur avendo comunicato di aver avviato un progetto simile, non è ancora riuscita nel suo intento. Al di là del problema della fattibilità tecnica, questi progetti mettono in luce una linea comune nell’adozione delle nuove tecnologie manifatturiere.

Confrontando i due modelli, è evidente che l’Italia non possa che seguire il primo che appare non solo socialmente preferibile ma maggiormente compatibile con le specificità della nostra manifattura. Il problema è un altro. Rispetto al passato, non siamo più gli unici a voler seguire la strada della qualità e della personalizzazione, come gli esempi citati sopra ricordano. Saremo in grado di affrontare una competizione che diventerà sempre più agguerrita e che ci sfiderà proprio sul nostro terreno?

Marco Bettiol

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