La via italiana al digital manufacturing è l’artigianalità in salsa hi-tech

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intervista di Katy Mandurino

La manifattura 4.0 ha una “via italiana”. Un metodo applicativo che non è uguale a nessun altro e che senza troppi clamori ha trovato concretezza in numerose piccole e medie imprese di tutti il settori, dalla meccanica al mobile, fucine di innovazione spesso più all’avanguardia della grande industria. Si tratta di un percorso già intrapreso che, di fronte al digital manufacturing, non solo non ha rinnegato la mansione dell’uomo, ma anzi, ha dato all’apporto umano un ruolo tutto nuovo, quello di saldare la manifattura artigianale con il digitale rendendo quest’ultimo “umanizzato”.

«Non si tratta di una riflessione aprioristica – spiega il professor Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese all’università Ca’ Foscari di Venezia –, ma dettata dalla realtà delle cose. E si tratta di una via tutta italiana, che non troverebbe applicazione in altri Paesi».

Professore, ci faccia degli esempi. 

«Il settore del mobile ce ne fornisce di straordinari. Prenda aziende come la Marrone di Pordenone: è una Pmi di circa 25 milioni di fatturato, leader mondiale di cucine professionali su misura che produce per gli chef stellati. In quest’azienda la tecnologia digitale, i sensori, le stampanti 3D, si saldano perfettamente con l’artigianalità del prodotto, facendone un unicum nel mercato. È una artigianalità digitale su misura dove oltre all’enfasi della tecnologia c’è sempre l’elemento di umanità. Che rende il prodotto unico è vincente. »

Si tratta di un caso isolato? 

«No, per nulla. I casi sono sempre più numerosi, dalla Riva 1920 di Cantù, in Brianza, dove una grande artigianalità nella lavorazione del legno e una grande ricercatezza dei materiali si incontrano con il lavoro delle macchine a controllo numerico, ma il prodotto finale è ridefinito sempre dalla mano dell’uomo; alla Baldi di Firenze, che lavora le pietre a mosaico e produce prodotti per la casa, esempio di eccellenza del made in Italy: i dipendenti sono un’ottantina, quindi non parliamo di grandi dimensioni aziendali, ma le tecniche di scannerizzazione e l’utilizzo della tecnologia digitale sono all’avanguardia. Questi esempi parlano di un digitale che si salda con la manifattura attraverso un incontro con l’uomo. Questa è la via italiana.»

«C’è anche un altro livello di riflessione parlando di manifattura 4.0, che in Italia ancora non ha trovato una chiara applicabilità, quello che riguarda l’Internet of Things, i Big Data, la condivisione dei know how. C’è un grande dibattito attorno a questi concetti, ma mi pare che ancora siamo indietro. In realtà, lo ritengo un dibattito fumoso e non necessario in questo momento per il nostro Paese, proprio perché la via italiana alla manifattura 4.0 è un’altra. Non può essere la stessa di chi, ad esempio, ha a che fare con grandi produzioni di serie, altamente automatizzate. Noi dobbiamo fare i conti con la forte componente di artigianalità che, ripeto, rende del tutto umano il digital manufacturing.»

Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2015

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