L’importanza del saper fare nella formazione dei giovani: il punto di vista di Robert Schwartz

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Il convegno organizzato a Parigi dall’Institut National des Métiers d’Art sul tema delle prospettive economiche dell’artigianato di qualità ha rappresentato l’occasione per riflettere sul valore della formazione tecnica in una società in profonda trasformazione.

Il dibattito sul trasferimento e la socializzazione dei saperi che hanno fatto la fortuna della manifattura francese e di quella italiana ha radici lontane. Nella maggior parte dei casi la discussione si è focalizzata sulla difficoltà a promuovere efficacemente percorsi scolastici in grado di incontrare il favore dei giovani. Dopo la scuola media inferiore, molti studenti (così come le loro famiglie) rimangono scettici di fronte alla possibilità di investire sulla formazione tecnica e professionale. Non è un caso che ancora oggi, nonostante i risultati economici ottenuti da tanta manifattura di qualità, molte imprese sono in difficoltà nel reclutare una nuova generazione di specialisti in settori chiave del Made in Italy (e del Made in France).

Su questo tema, una delle testimonianze che più ha stupito i partecipanti è stata quella di Robert Schwartz, responsabile del settore per le politiche educative di Harvard University e autore del rapporto di ricerca “Pathways to Prosperity: Meeting the challenge of preparing young Americans for the 21st century” che ha avuto una grande eco negli Stati Uniti. La testimonianza di Schwartz non si è limitata a riflettere sul rilancio del vocational traning negli Stati Uniti grazie a una nuova generazione di Community College inseriti nelle diverse comunità locali. Ha sottolineato come, oggi, i sistemi educativi più efficaci (e, in generale, le società più innovative) sono quelle che inseriscono il saper fare come parte di un percorso formativo generalista, destinato in modo trasversale all’universo degli studenti in formazione.

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Il sistema educativo svizzero, in questo senso, è stato indicato come uno dei più interessanti a livello internazionale perché proprio la diffusione di questi saperi caratterizza in modo trasversale la maggioranza dei percorsi formativi dei giovani contribuendo non solo a favorire sbocchi professionali nella manifattura di qualità (ad esempio nell’orologeria e nella meccanica di precisione), ma a favorire in generale i processi di apprendimento degli adolescenti.

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Confrontarsi con problemi di natura pratica – ha ribadito Schwartz – è un viatico formidabile per favorire l’apprendimento di conoscenze formali astratte che, a loro volta, arricchiscono l’azione pratica. Anche nel campo della scienza e della medicina, i percorsi formativi che prevedono il confronto con il saper fare si rivelano più efficaci: proprio su questo fonte il Craft Council UK ha chiesto a chirurghi e scienziati di fama internazionale di mettere in evidenza quanto è importante, anche nelle loro professioni, un percorso di crescita formativa che includa il saper fare e il confronto con mestieri della tradizione.

Questa capacità di mescolare in modo originale sapere formale e sapere applicato non deve limitarsi – ha aggiunto Schwartz – al percorso formativo che si sviluppa nelle scuole medie superiori e nelle università grazie all’alternanza scuola lavoro. Schwartz ha sottolineato l’opportunità di sviluppare incentivi a carriere “miste”, che favoriscano il passaggio fra mestieri e attività diverse in modo da incrociare, anche dopo la formazione scolastica in senso stretto, esperienze e conoscenze in campi diversi del sapere. Anche in questo caso la Svizzera può essere presa come esempio per aver creato delle vere proprie “passerelle” fra percorsi di carriera molto diversi fra loro. Sono proprio questi incroci fra saperi e contesti di lavoro diversi che contribuiscono a formare una leadership nazionale più consapevole e competitiva.

Inutile sottolineare quanto le argomentazioni promosse da Schwartz possono essere utili a tracciare, anche nel nostro paese, le linee guida per una buona scuola e una buona società.

Stefano Micelli

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