L’automazione dal volto umano

Schermata 2015-06-21 alle 08.44.44

A poche centinaia di metri da piazza Bra, centro storico della città di Verona, è rinata una vecchia tipografia specializzata nella stampa letterpress. Il progetto è frutto di un’inedita
alleanza fra un tipografo prossimo alla pensione e un gruppo di giovani imprenditori che hanno deciso di rilanciare l’attività grazie alle possibilità offerte dalla manifattura digitale. Se oggi è possibile produrre cliché a basso costo è perché frese a controllo numerico e stampanti 3D fanno il lavoro che fino a poco tempo richiedeva tempi lunghi e materiali particolarmente costosi. E’ grazie alle nuove tecnologie, oggi sempre più economiche e sempre più facili da usare, che competenze destinate ad una rapida obsolescenza ritrovano un senso economico.

La vicenda di Lino’s Type, questo il nome della tipografia veronese, ci parla di come una nuova generazione di tecnologie potrebbe trovare una sua diffusione nel nostro paese. Strumenti tecnologicamente all’avanguardia possono essere introdotti efficacemente all’interno di settori tradizionali portando benefici sensibili a produzioni tipiche del nostro Made in Italy. I cultori di una manifattura tradizionale storceranno il naso di fronte alla commistione fra saper fare tradizionale e nuove tecnologie: in realtà questo processo di contaminazione è stato avviato da tempo e ha trovato in Italia terreno fertile in tanti settori in cui il nostro paese eccelle da tempo, dalla meccanica al design. E’ quello che molti economisti dell’innovazione chiamano “free style”, mutuando l’espressione utilizzata per indicare i tornei di scacchi in cui i giocatori possono avvalersi del sostegno di computer e software sofisticati.

Non più, insomma, l’umano contrapposto alla tecnologia: piuttosto una tecnologia che dilata la competenza di singoli e organizzazioni. Una ricerca recente di Prometeia ha provato a calcolare l’impatto dell’introduzione delle tecnologie del digital manufacturing nelle piccole e medie imprese del nostro paese mettendo in evidenza i settori che in Italia potrebbero beneficiare di questi nuovi strumenti. Secondo il rapporto curato da Alessandra Benedini, una diffusione a larga scala di queste tecnologie nella manifattura italiana porterebbe a un fatturato addizionale di circa 16 miliardi di Euro, più o meno un punto percentuale di PIL. I settori maggiormente interessati all’utilizzo di questi strumenti sono tipici del Made in Italy, dalla gioielleria, che da tempo utilizza stampi in 3D per la microfusione a cera persa, alla meccanica di precisione, fino alla produzione di mobili, dove le tecnologie del taglio laser sono sempre più diffuse.

In tutti questi settori la via italiana all’utilizzo del digital manufacturing non prevede necessariamente la nascita di “fabbriche automatiche”, senza uomini, che tanto entusiasmo avevano ricevuto in Italia già nella seconda metà degli anni ’80.  Segnala piuttosto la necessità di trovare un nuovo modello di integrazione fra competenze tipiche del Made in Italy e utilizzo di strumenti particolarmente efficaci in fasi come la prototipazione e la produzione di pezzi su misura. Questa integrazione contribuisce a consolidare le scelte strategiche promosse da tante nostre medie imprese che hanno rinunciato alla produzione di grandi serie per concentrarsi su strategie di varietà (tanti prodotti diversi di grande qualità) e strategie di personalizzazione (prodotti su misura per il cliente).

Quanto è realistico pensare a una rapida diffusione di questi strumenti (e di questa nuova cultura gestionale) all’interno del nostro sistema industriale? Una ricerca avviata dall’Università di Brescia proprio su queste tematiche suggerisce un cauto ottimismo. Lo studio, condotto su imprese di media dimensione (fatturato superiore ai 30 milioni di Euro),
segnala una crescente attenzione verso il potenziale della stampa 3D, conosciuta in modo superficiale o approfondito da più del 60% degli intervistati, e una maggiore difficoltà a
esplorare il mondo della robotica e dei sistemi esperti (in questo caso il 75% degli intervistati dichiara di non avere alcuna conoscenza a proposito). In generale le aziende intervistate segnalano un aumento della qualità dei prodotti e dei servizi offerti legato all’introduzione delle nuove tecnologie e una crescente reattività rispetto alle richieste del mercato, con benefici spesso superiori alle attese.

Rimane da capire come promuovere un percorso virtuoso che consenta all’Italia di avviare quanto la Germania ha saputo innescare sviluppando una propria strategia di Industria 4.0. Il problema è legato, in parte, allo sviluppo di un’offerta di tecnologie innovative capaci di affiancare e potenziare (non di sostituire) il lavoro umano. A questo proposito le sperimentazioni avviate da diversi centri di ricerca italiani  riflettono un’attenzione particolare verso una robotica “umanistica”, innovativa proprio perché capace di espandere le capacità del lavoro umano.

Sul fronte delle imprese rimane, invece, il problema della creazione di nuove competenze, indicato da molte analisi come fattore discriminante nella diffusione delle nuove tecnologie. Il punto non è semplicemente legato a nuovi investimenti nel mondo della scuola. Su questo fronte si può fare certamente molto, come indica Vladi Finotto nel suo volume “Cultura tecnica”, anche semplicemente replicando le tante innovazioni sul fronte della didattica avviate in paesi come la Finlandia e la Danimarca.

Il problema, in realtà, è più esteso perché riguarda coorti consistenti di lavoratori non più giovani che difficilmente torneranno sui banchi di scuola. In questa prospettiva è giusto mettere a punto processi di diffusione delle competenze più efficaci rispetto a quanto sperimentato – con poco successo – nell’ambito della formazione continua.

Una possibilità potrebbe essere quella di immaginare i tanti Fab Lab e Makerspace già attivi nel nostro paese, come luoghi di confronto e di sperimentazione fra competenze  e generazioni diverse, incentivando processi sociali di contaminazione e di apprendimento. Alcune fra queste palestre di manifattura digitale già oggi rappresentano casi di successo nella diffusione di saperi tecnici e, più in generale, di una nuova cultura manifatturiera.

Stefano Micelli

Share
Questa voce è stata pubblicata in Varie e taggata come . Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *