Globalizzazione: c’è ancora molto da studiare

Mappa Globalizzazione

Thomas Friedman, editorialista del NYT, ci ha spiegato come la globalizzazione abbia reso il nostro mondo “piatto” nel senso di aperto e senza confini: siamo sempre più interconnessi (e interdipendenti) e partecipiamo tutti ad uno stesso grande mercato. Ma le cose stanno realmente in questi termini?

Il prof. Pankaj Ghemawat – volto noto degli studi di international business ad Harvard Business School e recentemente spostatosi allo IESE (Spagna) – propone una lettura più critica e meno automatica del nuovo scenario. Attraverso una ricostruzione dei flussi reali sul fronte degli investimenti diretti, dei flussi migratori, fino al volume delle comunicazioni internazionali, Ghemawat dimostra come in realtà siamo ancora di fronte ad un’economia “semi-globale” con intensità diverse a seconda dei paesi (propone anche una mappa dinamica della globalizzazione, con cui testare il grado di apertura reale di ogni paese).

In sostanza il processo di globalizzazione è attualmente ancora in fieri e dipende molto dalle scelte che i soggetti economici compiranno nei prossimi anni. Non siamo quindi alla fine della storia, c’è ancora molto da studiare e capire. Che direzione prendere?

In un suo recente intervento all’Associazione degli studiosi di International Business (EIBA) Ghemawat ha sottolineato l’importanza di cambiare il metodo con il quale si è studiata si qui la globalizzazione. Da un lato si tratta di sviluppare nuove misure che siano più realistiche e che riescano a tratteggiare i reali valori e processi in campo. Come sta provando per esempio a fare l’OECD adottando la metodologia connessa alle catene globali del valore (qui). Dall’altro ha esortato la comunità dei ricercatori e degli studiosi a “parlare di più con i manager”, evitando di sviluppare modelli troppo sofisticati che sono troppo lontani da quanto accade e non riescono a cogliere le necessità e le dinamiche in campo. Un’attenzione verso statistiche più semplici (descrittive), ma più potenti sul fronte esplicativo (lessi s more), che aiutino meglio gli operatori economici (le imprese) a prendere decisioni e a districarsi in un mondo che loro stessi contribuiscono a costruire. Meno algoritmi quindi e più un approccio umanistico allo studio della globalizzazione.

Eleonora

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