Virtù tedesche, vizi europei e furbizie italiane

Com’è possibile che l’attivo commerciale dell’industria tedesca arrechi un danno al resto dell’Europa? Dopotutto, se la Germania aumenta la produzione, le economie vicine saranno prima o poi coinvolte dalla maggiore domanda delle imprese e dei consumatori. In realtà, la ragione che trasforma l’energia tedesca in un cortocircuito europeo è l’incompletezza politica e istituzionale dell’Euro. Di norma, un Paese in cui le esportazioni superano le importazioni – come avviene in Germania da 12 anni – ha di fronte due possibilità. O decide di investire il surplus sui Paesi in deficit, contribuendo alla loro crescita, oppure la sua moneta è destinata ad essere rivalutata, riducendo nel tempo i suoi vantaggi commerciali. Nessuna delle due condizioni si sta oggi verificando. Innanzitutto il tasso di cambio nominale è per definizione fisso all’interno della zona Euro, dove la Germania destina più della metà delle sue esportazioni. Ma anche sui mercati extra-europei il cambio non dipende dal surplus tedesco – pari al 7% del Pil – ma da quello dell’intera zona Euro, di poco superiore all’1%. Questo risultato avvantaggia la Germania, che può dunque contare su un tasso di cambio svalutato rispetto alla propria bilancia corrente, ma penalizza i Paesi dell’Euro in deficit commerciale.

L’effetto distorsivo dell’Euro è ancora peggiore se si guarda al movimento di capitali. Facilitati dalla mobilità all’interno dell’area Euro, i risparmi delle economie in difficoltà affluiscono verso i più sicuri depositi bancari e i bond tedeschi, creando un effetto paradossale: invece che essere la Germania a finanziare i Paesi europei in deficit, avviene il contrario. E’ così che banche, imprese e amministrazioni pubbliche tedesche si trovano, come mai prima d’ora, ricche di liquidità con cui finanziare investimenti produttivi e minori imposte. Non è un caso se la Germania era contraria all’abbassamento del costo del denaro deciso dalla Bce. I Paesi in difficoltà dell’area Euro, fra cui l’Italia, devono invece pagare maggiori tassi di interesse per trattenere i capitali e sono costretti a politiche fiscali restrittive per non fare esplodere i debiti sovrani. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre in Germania la produzione industriale ha superato la situazione pre-crisi e la disoccupazione è al 5%, nel resto dell’area Euro i livelli di produzione sono tornati indietro di due decenni e la disoccupazione è al 15%. La moneta unica si è perciò trasformata da strumento di integrazione a meccanismo di divergenza. Così non può durare. Le soluzioni sarebbero alla portata di una vera “comunità europea”: accelerare l’unione bancaria per assicurare condizioni di stabilità e accesso alla liquidità anche nelle economie periferiche; tassare i surplus commerciali eccessivi, non solo i deficit pubblici, in quanto fattori di squilibrio economico; costruire una politica fiscale e industriale europea, con l’obiettivo di una più equilibrate diffusione degli investimenti produttivi. Non possiamo tuttavia limitarci a criticare le virtù tedesche. La mancata convergenza è anche il risultato di cattive politiche nazionali nell’area Euro, fra cui l’Italia. Il fatto che proprio da noi ci siano le più alte retribuzioni di politici e manager pubblici fra i Paesi Ocse e che, allo stesso tempo, l’unica voce del bilancio statale che sia stata davvero ridotta è quella dell’istruzione, rende alquanto sospetti i nostri appelli ad una maggiore solidarietà fiscale. Se non facciamo ordine in casa nostra, con che faccia possiamo chiederlo ai Paesi virtuosi?

gc

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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