Perché artigiani e maker fanno fatica a parlarsi (e che fare a riguardo)

Schermata 10-2456573 alle 07.45.58Maker e artigiani parlano la stessa lingua? La domanda se la pone Giorgio Soffiato all’indomani del successo straordinario della Maker Faire di Roma. E la risposta non è difficile da intuire.

“I maker stanno com­piendo un per­corso che porta degli abili sto­ry­tel­ler a sco­prire il mondo del pro­dotto, con il quale gra­zie alla pas­sione per il fare si tro­vano a mera­vi­glia. Gli arti­giani invece non stanno com­piendo il per­corso inverso, o meglio lo stanno facendo in maniera total­mente estem­po­ranea e depo­ten­ziata.”

La differenza tra i percorsi non è solo, a mio avviso, una questione di età media dei protagonisti (giovani i primi, più in là con l’età i secondi) o di sguardo rivolto al futuro. Certo, questi sono fattori che contano. Credo che le differenze fra maker e artigiani (o meglio fra  artigiano d’antan e artigiano futuro) siano più profonde. Metterle a fuoco aiuta anche a capire quel che si può fare per accelerare un cambiamento che – condivido con Giorgio – costituisce una priorità per l’economia del nostro paese.

Suggerisco tre punti su cui concentrare l’attenzione.

Il primo ha a che fare con la fine della cultura del segreto. I nostri artigiani d’antan hanno custodito gelosamente il proprio saper fare. Hanno fatto del segreto una vera e propria bandiera. Non senza ragione, in alcuni casi. Oggi la situazione è cambiata. E il problema non è tanto la concorrenza, che ovviamente si attrezza per capire cosa c’è dietro a un prodotto e alla sua qualità. Il vero fattore del cambiamento è la domanda, che oggi reclama – a ragione – di sapere che storia c’è dietro un oggetto e un servizio. Oggi, il racconto è parte integrante del valore di un bene. Senza una storia è difficile immaginare di differenziare alcunché. E’ proprio sul fronte del racconto che il maker è decisamente in vantaggio. Il maker un po’ fa, un po’ twitta. Il suo è un fare sociale, non solitario. Raccontare è nel suo DNA. Su questo fronte l’artigiano d’antan ha bisogno di qualcosa di più di una spintina..

Il secondo punto ha a che fare con la necessità di una nuova cultura dell’internazionalizzazione. L’artigiano d’antan è profondamente radicato nella cultura locale. E questo è un bene. Ma oggi bisogna aprirsi alla globalizzazione, ai mercati che crescono, ai nuovi designer che girano per il mondo, alle nuove opportunità della ricerca. In questi anni, in molti hanno intrapreso un percorso di internazionalizzazione: hanno preso la loro valigia e sono andati a nuove fiere, in paesi a lungo poco battuti, scoprendo una geografia del mondo tutta nuova. Il tema però non è semplicemente quello della vendita all’estero. Lo straniero, è bene ripeterlo allo sfinimento, non è semplicemente un consumatore cui rifilare il prodotto made in Italy. E’ una persona che pensa, che ha idee, che spesso ha sensibilità e gusto. Apririsi all’internazionalizzazione significa accettare la sfida di un dialogo con il mondo (senza perdere la propria anima). Su questo terreno l’esperienza Banzi/Arduino docet.

Il terzo punto riguarda una nuova idea di gioco e di sperimentazione. I maker avvicinano la complessità del mondo materiale con uno sguardo pieno di curiosità e di entusiasmo. Chi è andato a Roma in questi giorni lo ha visto in tutti gli stand. I maker, anche i più giovani, non hanno la reverenza dell’apprendista che si accinge a cinque anni di gavetta prima di poter prendere davvero in mano l’iniziativa. L’approccio play + fun ha un senso perché oggi le nuove tecnologie, in primis il digital manufacturing, consentono di passare dal livello principiante al livello intermedio in tempi relativamente brevi. E’ un po’ come nello sci. Una volta passavano anni prima che uno imparasse a sciare a sci uniti. Oggi, con gli sci ultimo modello, qualche settimana è sufficiente per fare bella figura. E i più vecchi rosicano, increduli. In realtà, non è poi tutto così facile. Il tempo necessario per passare da un livello intermedio a un livello di eccellenza (livello richiesto per chi vuole fare della propria pratica un mestiere che incontri stabilmente i favori del mercato) rimane decisamente lungo. E’ altrettanto vero però che non possiamo più imporre ai giovani una retorica del sangue e del sudore: avvicinare un mestiere deve essere divertente e pure “cool”. La fatica viene dopo.

Come fare per accelerare una transizione culturale quanto mai necessaria? Di solito non è facile affrontare punti così diversi immaginando un unico punto d’attacco. Questa volta penso che una soluzione semplice ci sia: è quella di incentivare in tutti i modi la diffusione della rete – in tutte le sue forme – nel tessuto economico nazionale, in particolare nella piccola e piccolissima impresa.

Si tratta di sostenere la banda larga, l’accesso a servizi innovativi, la presenza sui social network e sui portali del commercio elettronico:  un incentivo alla pratica delle rete a tutti i livelli è un modo intelligente per far capire i vantaggi della condivisione della conoscenza, per accendere nuove relazioni internazionali, per capire che il proliferare di un gran numero di “dilettanti” non è una minaccia per un lavoro di qualità (anzi, è il contrario). Questa è la direzione da prendere per accelerare la convergenza.

Il lavoro artigiano ha un gran bisogno di entrare a testa alta nella rete. Speriamo che la politica se ne accorga.

s.

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9 Responses to Perché artigiani e maker fanno fatica a parlarsi (e che fare a riguardo)

  1. angelo soldani dicono:

    Ciao a tutti, capisco che bisogna innovarsi e ricercare, ricercare, ricercare. Ma noi italiani abbiamo un patrimonio che sta andando a puttane e non riusciamo a recuperare il territorio, i materiali e le maestranze per lavorali e ci mettiamo a fare le cose di plastica per conquistare il mondo? Capisco perchè esiste la favola “la volpe e l’uva”! E’ come se Capri che propone il suo territorio, la sua cultura per fare turismo e diventare la meta di turisti di tutto il mondo decidesse di organizzare e promuovere dei viaggi sulla luna senza sapere se si potranno fare e soprattutto se possono avere uno sbocco economico. Faccio veramente tanta fatica a capire! Io sono anche un esperto del cad cam, le stampanti 3d le uso, i centri cnc li uso per costruirmi quei pezzi speciali non disponibili in commercio necessari per allestire le mie produzioni. Che ci vuole a prendere una lastra di policarbonato e fare milioni di oggettini con un controllo a laser ma non ci penso proprio perchè so che il mondo non vuole questo dagl’italiani e soprattutto dopo 24 ore i cinesi ne fanno miliardi cento volte meglio a 0 euro. Queste cose lasciamole fare agli americani che non hanno un patrimonio culturale del fare come il nostro, lasciamo che continuino a farlo nei garege dopo il lavoro per fare i loro bei lavoretti hobbistici. Noi italiani ritorniamo nei laboratori, adottiamo un artigiano e recuperiamo la nostra storia perchè è questa che ci salverà. Io credo che chi vuole investire sulle nuove tecnologie fa bene a farlo ma l’artigianato ITALIANO è un’altra cosa. W il made in italy, W il design, W l’artigianato

  2. Conny dicono:

    Da quello che leggo sopra mi rendo conto che probabilmente della Maker Faire Rome tu ti sia concentrato coprattutto sui piani inferiori. Salendo al primo piano avresti trovato l’ETSY ITALIA TEAM, una piccola rappresentanza di Artigiani (non so se siamo d’antan o no) che per 4 giorni ha speso la voce a spiegare il loro lavoro, come lo fanno, come lo sponsorizzano sulla più grande piattaforma di vendita on line che è ETSY, di come realizziamo ogni singolo oggetto, dei materiali usati, di come è venuta l’idea ad esempio dell’avvolgicavo pee I Phone, di come nasce il Design del collare del gatto, realizzato a mano ma con un occhio attento e divertente allo stile. Di come COLLABORIAMO tra di noi quotidianamente usando i mezzi messi a disposizione dalla tecnologia moderna, i social network, i nostri tread e forum, dove tutte le informazioni sono a disposizione di tutti, di come i nuovi arrivati siano supportati e non sopportati come potrebbe accadere ad un apprendista. Noi stessi siamo apprendisti di noi stessi, cerchiamo sul Web nuove vie, nuove tecniche e collaboriamo con i Maker di Roma. Infatti è grazie a loro che noi eravamo lì, grazie al cammino iniziato alcuni mesi fa e che contiamo di portare avanti. Personalmente ho tratto grande energia e idee dalla manifestazione. Spero di poterne realizzare almeno una, ma, qui chiudo, prendere spunto dalla fiera che c’è stata fino a ieri per scrivere questo articolo dimostra che si è perso qualche pezzo importante, del resto c’era tanta gente ed era difficile girare. Noi occupavamo solo un corridoio intero!

  3. ROLANDO GIOVANNINI dicono:

    ho scritto più cose sui Makers nel recente.

    tuttavia la sintesi è in una traccia realizzata per una conferenza tenuta a Faenza il 28 09 2013, della quale ho un word, che qui non so allegare.

  4. Filippo dicono:

    Una domanda che molti artigiani tradizionali spesso si pongono è “perchè nonostante generazioni di eccellenze, i makers raccolgono più interesse dei cugini d’antan?” Una sorta di lotta makers vs artigiani/plastica vs legno/rete vs cataloghi. Ma il tema centrale e le soluzioni sono quelle proposte dal prof Micelli. Non è importante sapere chi vincerà la guerra ma chi saprà cogliere le opportunità che la rete offre oggi. A tutti.

  5. Mi piace l’dea delle tecniche d’apprendimento basate sulla sperimentazione e su un approccio in parte ludico, non è tuttavia una prerogativa dei maker, fortunatamente grazie al design thinking si attua a vari livelli anche nelle aziende piccole, medie e grandi. Per quanto riguarda gli artigiani, non sono d’accordo: il mondo non si divide in dinosauri e maker. Ho avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di artigiani del ferro battuto che si sta strutturando stupendamente, ognuno sta operando per internazionalizzarsi e per sfruttare tutte le tecnologie, web incluso. Infine, in tema di apprendisti: da qualche anno pratico yoga e tai chi, discipline che utilizzo come metafora per la mia evoluzione personale e per gli imprenditori con cui lavoro. Il principale insegnamento appreso è che non ci sono scorciatoie: per imparare un’arte servono tempo (molto tempo), assiduità, impegno, solo in questo modo si crea consapevolezza. Così anche nei mestieri… Vanno benissimo i maker e gli oggetti in resina, ma viva gli apprendisti (troppo pochi) che dedicano anni ad apprendere un mestiere!

  6. Stefano dicono:

    @angelo
    capisco il disagio di un designer che conosce da tempo questi strumenti e si chiede francamente il motivo di tutto questo fermento attorno a strumenti e possibilità che da tempo erano sotto il naso di tutti. capisco anche la richiesta di senso che esprime il tuo commento (della serie: a che servono tutti questi pupazzetti android stampati in abs?!). il fatto è che là fuori ci sono un sacco di ventenni a cui è stato detto che non potevano fare nulla, che il mondo è una giungla di regole e di burocrazia, che per fare qualcosa dovranno elemosinare un po’ di attenzione da qualche azienda in salute. la maker faire lancia un segnale nuovo: dice a questi giovani che le cose si fanno e basta, senza chiedere permesso. quando il mondo degli hobbisti si confronterà con il mercato sono certo che non mancheranno le ragioni per un confronto più serrato con il tema dell’italianità che tu sollevi. questa è l’impressione che mi sono fatto in questi giorni…

  7. Stefano dicono:

    @conny
    ho visitato e conosciuto un bel pezzo della rappresentanza di etsyitalia grazie a una guida specializzata, la gentilissima francesca baldassarri (trovi le foto anche sul post di futuro artigiano di facebook). sono un grande estimatore della piattaforma (di cui ho pure parlato nel mio speech di venerdì) e ho pure proposto a francesca di chiamare chad dickerson in italia (credo che davvero sarebbe utile dare un quadro più generale del movimento). sono a vostra disposizione per ragionamenti e progetti!!

  8. Fabrizio Cotza dicono:

    Ottimo articolo e intelligenti riflessioni nei commenti.
    Mi permetto di aggiungere solo un ingrediente, per deformazione professionale. Ovvero la competenza nel gestire un’attività, il che significa unire le abilità tecniche e creative a quelle prettamente imprenditoriali (anche per una micro società di due persone): controllo di gestione, organizzazione dei flussi, delega e collaborazione tra soci, organigramma chiaro, abilità commerciali etc.
    Affidarsi solo all’estro porta ai dati che tutti noi conosciamo: 7 startup su 10 muoiono entro un anno, ovvero di solito quando finiscono i soldi (propri o di qualche finanziamento pubblico).
    Creatività + competenze + imprenditorialità possono davvero far risorgere il made in italy nel mondo.

  9. Giovanni dicono:

    @allofyou

    Grazie a Stefano che firma quest’articolo. Grazie agli scrittori di commenti preziosi. Non sono stato alla maker faire di Roma, e vi scrivo da un piccolo paese di provincia. Partendo dai problemi per giungere alle soluzioni penso che sia evidente il fatto che gli incubatori d’impresa abbiamo posto troppo l’accento sul web, le apps, e in genere l’ ICT, e le ragioni sono legate ai numeri. Se invece riconsiderassimo l’emergenza sociale, l’inoccupazione dei giovani, la peste della piccola impresa, e la perdita del know how manuale, forse dovremmo insieme rimodulare degli ‘incubatori di lavoro’ dove al centro non ci sono il credito o i servizi, piuttosto lo sviluppo della comunità locale, e la dignità dell’uomo attraverso il lavoro. Il nostro capitale è fatto di storia, persone istruite o abili, tempo e connesione. Si accettano suggerimenti per approfondimenti e ricerche sul tema per immaginare nuovi scenari di futuro sostenibile.

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