Il capitalismo umanistico non ha paura della crisi

“Non aver paura” è la frase che Brunello Cucinelli, di passaggio a Treviso per Modesign, ha citato più spesso nelle risposte alle domande che Giusy Ferrè gli poneva. Chi è abituato a sentire gli imprenditori lamentarsi continuamente (e in parte giustamente) delle troppe tasse e dell’asfissiante burocrazia Italiana rimane un po’ spiazzato. Cucinelli sembra parlare e venire da un altro mondo. Secondo l’imprenditore umbro siamo all’inizio del “secolo d’oro”, all’alba di una rivoluzione che cambierà in meglio le nostre vite e l’Italia giocherà un ruolo da protagonista. Il mondo ci vede come un “sogno”, ama il fare italiano, lo stile di vita, la nostra cultura. Per essere però all’altezza dell’attenzione che ci viene accordata dobbiamo cambiare. Come? Costruendo un nuovo capitalismo: un capitalismo umanistico. Tra una citazione di Kant e una di Sant’Agostino, Cucinelli indica, in modo a tratti funambolico, quelli che sono i principi ispiratori di questa nuovo modello del capitalismo. Il primo riguarda la dignità del lavoro dell’uomo. Per Cucinelli significa valorizzare sia culturalmente che economicamente il lavoro artigianale che considera uno degli asset strategici del nostro paese. Non è solo una valorizzazione teorica ma ha molti aspetti concreti. Ecco i principali: l’aumento del 20% della retribuzione (“non puoi fare prodotti speciali fatti a mano con 900 euro al mese”), la bellezza dei luoghi di lavoro (la sede dell’azienda è un borgo, Solomeo, che Cucinelli ha ristrutturato nel tempo), nuovi modi di interagire tra le persone (le email interne sono bandite, bisogna tornare a parlarsi di persona) e un orario di lavoro ben definito (dalle 8 alle 17.30) per garantire un bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata. Il secondo principio è quello del profitto garbato. Che vuol dire? L’impresa deve fare profitti ma lo deve fare senza distruggere il territorio nel quale è inserita e comunque provocando meno danni possibili. Il consumatore è oggi particolarmente sensibile non solo alla qualità del prodotto ma al modo in cui è stato realizzato (in quali condizioni ambientali e di lavoro). E lo sarà sempre di più in futuro. L’impresa deve essere trasparente, non può più nascondersi. Rientra nell’idea del profitto garbato anche la decisione di Cucinelli di condividere nel Natale 2012 i 5 milioni di utili con i suoi 783 dipendenti (un assegno di 6.385 euro ciascuno).
Il capitalismo umanistico sembra dargli ragione. L’impresa ha conseguito nel 2012 un fatturato di 280 milioni di euro, in crescita rispetto al 2011 del 16%, con un export del 75%. In più si è quotata in borsa con grande successo.
Certo sarebbe facile liquidare come retorica o alla meglio difficilmente replicabile l’impostazione di Cucinelli. In fondo i suoi bellissimi pullover di cashmere costano 1000 euro al pezzo. Quante altre aziende possono permettersi di fare filosofia in un mercato sempre più competitivo? Tuttavia, se non proprio un nuovo capitalismo, l’esperienza di Cucinelli è un punto di riferimento per capire come quel mix tra artigianalità, cultura e paesaggio, che rappresenta il patrimonio umanistico del nostro paese, possa diventare un fondamentale fattore di rilancio. E’ la nostra unicità nella globalizzazione.

Marco

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