Gli artigiani nei FabLab (Italiani)

Venerdì 26 maggio ho ascoltato a Roma la lezione di Neil Gershenfeld, professore del MIT, sulla fabbricazione digitale. Forte anche della recente decisione di Obama di investire fortemente su questo tema, Gershenfeld sostiene che la fabbricazione digitale è l’epicentro della nuova rivoluzione industriale che segna il passaggio dalla produzione di massa ad una personalizzata e ambientalmente più sostenibile. Gersnhenfeld è anche noto per aver inventato i Fablab, abbreviazione di Fabrication Laboratories, spazi organizzati dove poter sperimentare le potenzialità delle nuove tecnologie di fabbricazione digitale come le stampanti 3D, macchine CNC, laser cutter, ecc. Questi spazi non sono dedicati all’elite scientifica, ed è qui la dimensione innovativa del progetto, ma sono aperti a chiunque voglia approfondire il concetto della produzione digitale e voglia realizzare progetti innovativi. Nell’idea di Gernshefeld, i Fablab sono l’equivalente odierno delle botteghe rinascimentali dove formazione e innovazione sono indistinguibili: si produce per imparare, si impara per produrre. Con in più due elementi importanti: l’uso delle tecnologie digitali e l’approccio open source basato sulla condivisione delle informazione e sulla rinuncia alla proprietà intellettuale.

Il fenomeno dei Fablab non è più solo americano ma mondiale. Anche in Italia iniziano a moltiplicarsi queste iniziative. E’ stato interessante ascoltare, dopo la presentazione del Gershendelf, le principali esperienze italiane di Fablab chiamate a raccolta da Riccardo Luna e Massimo Banzi, gli organizzatori dell’incontro e della prossima ventura Maker Faire Europea. Assia Hassanein ha presentato il progetto WeDo FabLab in provincia di Novara, dove hanno riutilizzato un vecchio capannone dell’area industriale per costruirci un fablab, uno spazio per il coworking e un incubatore d’impresa. Paolo Cavagnolo ha raccontato l’esperienza del Techlab di Chieri (in provincia di Torino) dove hanno raccolto la sfida del Sindaco locale e hanno costruito uno spazio per favorire l’incontro tra giovani makers e artigiani locali. Francesco Bombardi ci ha parlato di Fablab Reggio Emilia che, sostenuto dalle istituzioni locali, ha l’obiettivo di mettere in contatto le tecnologie di fabbricazione digitale con le tradizionali specializzazioni manifatturiere del territorio. Amleto Picerno del Med FabLab di Napoli ha raccontato il successo dei workshop realizzati sul fronte dell’addobbo natalizio mescolando 3d printing con tecniche più tradizionali. Infine Enrico Bassi del Fablab Torino, il primo creato in Italia, ha presentato gli interessanti risultati della collaborazione con Domus per il Fuori Salone del 2012 dove le tecnologie di fabbricazione digitale sono state creativamente intepretate dai designer per dare origine a nuovi prodotti.

Tutte queste esperienze, pur nella loro diversità, sono accumunate da due elementi principali. Il primo di natura biografica: i fondatori e gli attivatori di queste esperienze sono tutti giovani laureati (architettura, ingegneria, grafica, design, ecc.) che in teoria avrebbero dovuto avviare la loro carriera nel terziario avanzato e che oggi guardano con crescente interesse al mondo della produzione. Il secondo riguarda la scelta di utilizzare le potenzialità delle tecnologie di produzione digitale per valorizzare il saper fare diffuso nel territorio. Più che farsi sedurre dal presunto carattere rivoluzionario della stampa 3D, i Fablab italiani stanno cercato di capirne l’innovazione che il loro uso può portare alla manifattura made in Italy. Mi sembrano segnali positivi sulla determinazione con cui i giovani italiani intendono rilanciare la competitività del paese.

Marco

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