I conti dell’austerity non tornano

austerity
Ha suscitato grande clamore la notizia che i risultati di un influente studio, pubblicato dagli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, fossero basati su rilevanti errori metodologici e di calcolo. Reinhart e Rogoff sono due noti studiosi, e a essere messi in dubbio sono alcuni dei dati fondamentali della loro ricerca, poi impiegati anche per il successivo libro dal titolo Questa volta è diverso, vero e proprio best-seller sulla crisi. I risultati del loro studio portavano argomenti di rilievo a sostegno della linea di politica economica basata sull’austerity che prevede il contenimento del debito pubblico attraverso una forte riduzione della spesa pubblica.
Nel loro lavoro, oggi fortemente criticato, i due economisti hanno studiato l’evoluzione del rapporto tra debito pubblico e crescita economica di diverse nazioni prese nell’arco temporale degli ultimo 110 anni, e hanno identificato un effetto soglia del 90% nel rapporto tra debito pubblico e Pil, superato il quale il paese entra inevitabilmente in recessione. Questa tesi ha trovato una forte eco nel dibattito politico, soprattutto negli Stati Uniti (in Europa l’austerity ha altre radici culturali), dove il debito pubblico sta crescendo a ritmi molto sostenuti dopo l’avvio della crisi nel 2008.
Proprio questo studio è stato messo in discussione da Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin della University of Massachusetts che, utilizzando gli stessi dati e criteri impiegati da Reinhart e Rogoff, hanno ottenuto risultati molto diversi. La ragione di questa diversità è dovuta a una serie di errori che gli economisti di Harvard hanno fatto nei loro calcoli: il primo legato alla formula di Excel che ha escluso alcuni paesi dal conteggio, il secondo – più metodologico – è relativo al “peso” che è stato assegnato ad alcune nazioni per renderle confrontabili, il terzo all’esclusione di alcuni periodi storici di alcune nazioni che hanno conosciuto un rapporto debito/Pil superiore al 90%.
Con i calcoli corretti da Herndon, Ash e Pollin la soglia del 90% perde significato, in quanto non ci sarebbe più una recessione (che Reinhart e Rogoff indicano in -0,1%) ma una crescita del 2,2% del Pil. Nella loro replica Reinhart e Rogoff ammettono l’errore di calcolo, ma continuano a sostenere che anche con i risultati corretti la crescita, in presenza di un rapporto debito/Pil oltre il 90% è comunque minore (sebbene positiva, e non negativa come sostenuto precedentemente) rispetto a quello che si osserva a quote inferiori.
Negli Stati Uniti, la rilevazione di questi errori di calcolo ha avuto importanti ripercussioni nel dibattito economico e politico rafforzando le tesi di quanti da tempo si battono contro l’austerity e sostengono la necessità di un intervento massiccio per aumentare la spesa pubblica in modo da controbilanciare la contrazione della domanda. Ad esempio, Paul Krugman, premio nobel per l’economia ed editorialista di punta del New York Times, sostiene addirittura che non c’era bisogno di aspettare un Excel errato per capire che l’analisi di Reinhart e Rogoff era poco convincente, bastava guardare i recenti dati sulla crescita in Europa per verificare quanto l’austerity fosse poco efficace. A livello politico, soprattutto da parte di quanti avevano utilizzato i risultati del paper di Reinhardt e Rogoff come argomento della propria compagna elettorale, c’è molta prudenza.
Al di là di come la si pensi, mai come in questo caso ci rendiamo conto di quanto l’orizzonte temporale della scienza, e del suo processo di falsificazione, sia più lungo e complicato di quello nel quale ci troviamo a dover collettivamente prendere delle decisioni. Chi ipotizzava, per l’ambito economico, la fine del ruolo della politica a fronte di una maggiore centralità della competenza tecnica, forse oggi dovrebbe rivedere le proprie convinzioni.

Marco

Pubblicato il 23 aprile su ilbo 

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