Democrazia e apprendimento

La democrazia è un sistema politico imperfetto. Sia chi governa, sia i cittadini che eleggono chi li governa può compiere errori. Chi governa può sbagliare perché ha conoscenze limitate dei problemi da affrontare, oppure perché cede di fronte ad interessi particolari, o anche perché, nel frattempo, è cambiato lo scenario economico. Ad esempio, l’enorme debito pubblico italiano è stato creato negli anni ’80, quando l’economia cresceva a tassi del 3%, i sistemi finanziari erano molto più chiusi di adesso e si pensava che il problema si potesse gestire stampando moneta. Nel frattempo la globalizzazione – indotta dalla diffusione delle nuove tecnologie e dalla giusta aspirazione al benessere dei Paesi in via di sviluppo – ha cambiato le regole dell’economia, rendendo il mercato dei beni, dei servizi e dei capitali molto più aperto del passato. L’errore è continuare a governare il debito pubblico come se questo cambiamento non ci fosse stato, mettendo a rischio la stabilità finanziaria del Paese e condannando le generazioni future a pagare l’egoismo di quelle precedenti. Quanto avvenuto in Argentina e in Grecia, dove i governi hanno truccato i conti per nascondere l’abuso della spesa pubblica a beneficio delle oligarchie al potere, dovrebbe insegnarci qualcosa. In democrazia, del resto, anche i cittadini possono sbagliare, specie quando ci si fa abbagliare da promesse che, alla prova dei fatti, risultano irrealizzabili. Le promesse politiche sono un elemento costitutivo delle campagne elettorali, e non dobbiamo perciò stupirci se anche in quella attuale sentiamo proposte spettacolari, in particolare sulla riduzione delle imposte e dei costi della politica, sul recupero dell’evasione fiscale e sull’aumento di pensioni e investimenti in infrastrutture. Tuttavia, una scelta consapevole non dovrebbe dipendere solo dalla desiderabilità delle promesse, ma anche dalla loro realizzabilità e, in particolare, dalla credibilità di chi le propone. Diversamente dai regimi autoritari, dove ogni errore viene fatto pagare al popolo, la qualità della democrazia risiede nella capacità di imparare dagli errori, facendo in modo che non si ripetano e, in particolare, punendo con il voto chi ha sbagliato. Questa caratteristica della democrazia richiede tuttavia due presupposti. Il primo è la buona memoria degli elettori, che dipende anche dalla qualità e dal pluralismo dell’informazione. Il secondo è la possibilità di trovare nell’offerta politica un reale cambiamento rispetto al passato. Sia negli Stati Uniti, sia nelle principali democrazie europee, entrambi i requisiti sono solitamente rispettati. In Italia molto meno, soprattutto a causa di un sistema chiuso e oligarchico dei partiti, asserragliato nella difesa dei propri privilegi e impermeabile all’inclusione di nuove competenze e nuove idee. Ciò vale per la destra, come per la sinistra, che oggi ripropongono gli stessi identici schemi che si sono rivelati fallimentari nel ventennio della seconda repubblica. Il voto utile, in una democrazia vitale, non è quello che insegue chi ha maggiori probabilità di vincere, bensì quello che fa pagare gli errori ai governi che hanno sbagliato e che favorisce un vero rinnovamento di idee e classi dirigenti.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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