Resistenze politiche all’innovazione

Una delle più grandi innovazioni per lo sviluppo umano è stato il sistema combinato fognatura-WC (water closet o cesso con sciacquone), che ha contribuito non meno delle conquiste della medicina al miglioramento delle condizioni igieniche e della salute della popolazione. Nella sua apparente semplicità – in realtà impianti idraulici e reti fognarie e di depurazione costituiscono, nel loro insieme, un sistema industriale e tecnologico molto complesso – questo caso mette bene in luce il rapporto pubblico-privato che caratterizza ogni vera “innovazione di sistema”. Senza lo stretto rapporto fra Stato e mercato l’umanità non avrebbe potuto introdurre nessuna delle innovazioni che hanno contribuito negli ultimi 200 anni ad accrescere produttività, benessere e prosperità ad un tasso prima inimmaginabile. Così è stato per l’elettricità, i trasporti ferroviari e aerei, le telecomunicazioni, la medicina moderna. Se, infatti, in tutti questi casi c’è stata la capacità imprenditoriale di combinare conoscenze scientifiche e tecnologiche in nuovi prodotti vendibili sul mercato, dall’altro lato c’è stata la volontà dello Stato di mettere a sistema tali innovazioni, creando infrastrutture e standard tecnici e di sicurezza che hanno reso possibile la loro diffusione. Non solo. Come aveva spiegato molto bene Joseph A. Schumpeter, ogni innovazione genera un processo di “distruzione creativa” che mette a repentaglio prodotti e interessi esistenti. Solitamente – scriveva Schumpeter – non sono i proprietari di diligenze a costruire le ferrovie. Perciò le ferrovie costituiscono una minaccia per quanti lavorano nel servizio diligenze, i quali hanno tutte le loro ragioni per opporsi all’introduzione dell’innovazione. La politica può dunque affrontare l’innovazione in due modi. Il primo e più facile è quello di bloccarla, aderendo alle istanze degli interessi costituiti e, in molti casi, della maggioranza avversa al rischio. E’ sufficiente abusare del “principio di precauzione” e mettere in campo apparati burocratici e amministrativi che rendono impossibile la diffusione dell’innovazione. Così è stato, ad esempio, nella Russia dell’800, quando lo Zar si oppose al trasporto ferroviario, imponendo ai treni di essere trainati da cavalli! Per fortuna le innovazioni hanno incontrato anche istituzioni più aperte e inclusive, che ne hanno regolato lo sviluppo attraverso norme tecniche, infrastrutture pubbliche e politiche sociali. Queste ultime sono infatti fondamentali per distribuire i benefici dell’innovazione anche a chi subisce la pars destruens.

Ma quanto sono ancora oggi possibili innovazioni di natura sistemica? La domanda è tutt’altro che retorica ed è al centro di una riflessione a cui ha dato voce l’ultimo numero dell’Economist, che imputa all’eccesso di regolamentazione dei governi la difficoltà di fare oggi passare innovazioni radicali. Frenando così quegli sviluppi tecnologici che potrebbero ulteriormente accrescere la salute e la prosperità della popolazione. Seguendo il ragionamento dell’Economist, potremmo dunque arrivare alla conclusione che con gli attuali apparati pubblici – sempre più potenti e simili a quelli della Russia dell’800 – difficilmente i cittadini godrebbero dei benefici dei trasporti ferroviari, come anche del bagno e dell’igiene delle città. C’è di che pensare.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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