L’economia dei maker? Tutta da inventare

Chi entra in un bar italiano la mattina presto ha buone probabilità di imbattersi in una brioche Forno d’Asolo. Fabio Gallina, che di Forno d’Asolo è il fondatore, è riuscito a portare in tutta Italia un prodotto surgelato che mantiene, in buona parte, le qualità di un prodotto di pasticceria. La chiave del successo con i bar è stata la farcitura. Agli inizi della sua carriera, Gallina ha inventato un ingegnoso sistema per farcire le brioche di marmellata con un’ingegnosa pistola ad aria compresa con annesso un mezzo gancio di scarponi da sci. Oggi Forno d’Asolo fattura un centinaio di milioni di euro in tutto il mondo. L’azienda è cresciuta ma è rimasta intatta la voglia di mettere le mani su processi e tecnologie.

Nel nostro paese Fabio Gallina, va detto, non è un caso isolato. Molti imprenditori della cosiddetta terza Italia hanno saputo costruire/inventare/adattare tecnologie e oggetti per portarli con efficacia sul mercato. La teoria economica ha dato molte etichette a questi imprenditori che sono stati capaci di inventare e sviluppare tecnologie e prodotti che alla lunga si sono imposti sul mercato. Malcom Gladwell per loro ha rilanciato l’espressione tweaker (adattatori). Il gesto è tutt’altro che triviale: senza un qualche adattamento creativo le tecnologie non riuscirebbero a generare valore nel mercato.

Oggi questi artigiani/tweaker hanno un nuovo nome. Oggi parliamo di maker. La parola, per quanto generica, riflette bene la tensione di un movimento che, oltre a essere economico e tecnologico, è anche culturale. I maker, infatti, non si danno fare solo per guadagnare. Il loro non è solo business. I maker puntano a mettere in discussione le fondamenta di una società in cui i più sono stati relegati al rango di semplici consumatori. Il movimento dei maker suona la sveglia a un esercito di famiglie che si dà appuntamento alle otto di sera per guardare in tv le varianti aggiornate di carosello. E’ tempo di prendere in mano (letteralmente) il mondo che ci circonda per romperlo, decostruirlo, ricostruirlo senza aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

Si può diventare imprenditori dopo aver imparato a costruire da sé qualcosa di importante? Certamente sì. Ma non è detto che vogliano seguire a tutti i costi le orme di tanti imprenditori italiani che, come Fabio Gallina, hanno costruito aziende oggi consolidate. Il movimento dei maker non punta a creare ricchezza seguendo le tappe indicate in tanti manuali di management. Ha in mente percorsi diversi.

La principale differenza con gli imprenditori che li hanno preceduti ha a che fare con un’idea diversa di proprietà intellettuale. La filosofia del maker non prevede che a fronte di una buona scoperta scatti la sua valorizzazione economica all’interno del perimetro di un’impresa e di un’organizzazione ben definita. Il maker punta sulla diffusione di pratiche innovative in una logica di condivisione “open”.

Come si guadagna allora? La risposta non è scontata. Più che organizzazioni in senso stretto, questi nuovi imprenditori puntano a sviluppare piattaforme a cui anche altri possono partecipare dando un contributo autonomo. Un po’ quanto è successo per Arduino, la piattaforma di sviluppo hardware open source promossa da Massimo Banzi.

Questa disposizione all’apertura e alla condivisione del sapere costituisce un elemento di differenza significativo con la tradizione della piccola impresa italiana. I nostri artigiani ci sanno fare con le cose, conoscono gli strumenti, hanno un gusto estetico superiore, ma hanno meno facilità a capire le nuove regole della rete. Non si parla in questo caso semplicemente di come usare Facebook o Twitter, ma più in generale di come far proprie le potenzialità insite in quelle logiche di divisione del  lavoro che hanno segnato il successo di tante start up.

In Italia, siamo fortunati ad avere un sacco di artigiani, inventori e tweaker. La materia prima dello sviluppo è essenziale (saper fare le cose rimane una delle poche cose che gli italiani sanno fare bene), ma la valorizzazione di questo tesoro passa attraverso regole che non sono ancora state scritte e codificate.

In attesa della pubblicazione di qualche buon manuale su cui studiare e prendere appunti, è più che mai opportuno concentrarsi su quelle esperienze da cui è lecito attendersi qualche lezione significativa. Nell’ambito del design, ad esempio, il fenomeno dell’autoproduzione costituisce già oggi una palestra interessante per una generazione di nuovi sperimentatori che invece di costruire un dialogo univoco con il mondo delle imprese nel settore del design, prova a portare sul mercato la propria inventiva sperimentando nuovi canali di comunicazione, nuove piattaforme per il commercio on line, nuovi strumenti di tutela della proprietà intellettuale. E’ con tutta probabilità da queste esperienze, già oggi in fase di maturazione rapida, che sarà possibile trarre una lezione di carattere più generale sull’economia dei maker e, soprattutto, sulla sua declinazione in versione italiana.

Stefano Micelli

(pubblicato su Wired versione italiana Novembre 2012)

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