Tute olimpiche e nuova manifattura

 

Fin dai primi giorni di gare olimpiche si è capito che questa volta lo squadrone americano farà molta più fatica a mantenere il primato rispetto alle precedenti edizioni. Tuttavia, la polemica che tiene banco in questi giorni a Washington sulle Olimpiadi di Londra non riguarda tanto le performance sportive, bensì le tute degli atleti Usa, che si è scoperto essere rigorosamente Made in China. Non una grande novità. Ma tanto è bastato per toccare un nervo scoperto nel dibattito sul declino inarrestabile dell’industria Usa, che continua a perdere imprese e occupazione a causa dei processi di delocalizzazione verso la Cina. La preoccupazione riguarda anche aspetti di natura strategica: l’industria manifatturiera è essenziale per mantenere adeguati tassi di innovazione tecnologica e di crescita della produttività, fattori fondamentali dell’egemonia economica e militare americana. Una economia di soli servizi – che negli Stati Uniti hanno oramai raggiunto l’85% dell’occupazione – rischia di non essere in grado di sostenere i processi di apprendimento tecnico e la competitività di lungo periodo. La polemica sulle tute Made in China degli atleti Usa potrebbe dunque essere la goccia che fa traboccare il vaso di un sentimento nazionale che vede nella globalizzazione una minaccia crescente alla prosperità e alla sicurezza del Paese.

Queste conclusioni non sono tuttavia condivise da tutti. In un articolo su Foreign Policy, Vivek Wadhwa, direttore di ricerca al Center for Entrepreneurship and Research Commercialization della Duke University, ha infatti posto la discussione in una prospettiva molto diversa: mentre la Cina e altre economie emergenti sono impegnate ad imitare e accogliere sul proprio territorio processi industriali oramai maturi (compresa la crescente automazione, che renderà sempre meno rilevante il costo del lavoro), negli Stai Uniti si sta invece già esplorando la frontiera della “nuova manifattura”, dove il vantaggio competitivo non si gioca sulla produzione di massa, bensì su creatività e ideazione del prodotto, personalizzazione spinta, filiere corte, piccola scala, sostenibilità. L’industria a cui fa riferimento Vivek Wadhwa non è certo un ritorno al passato, quanto un salto nel futuro tecnologico che è già in gran parte realtà: si tratta del cosiddetto additive manufacturing, che significa realizzare il singolo prodotto attraverso processi di aggiunta progressiva di parti di materiale (metalli, plastiche, tessuti, ecc.), che può avvenire anche a livelli molecolari o di nano-componenti. Prodotti di questo tipo si stanno diffondendo in alcuni importanti settori: protesi mediche, componentistica meccanica, occhialeria, gioielleria, tessile tecnico, ma le applicazioni sono destinate a diventare molto più numerose, comprese le industrie delle costruzioni e dell’automobile. Con questo nuovo modello di manifattura la produzione tende a superare il tradizionale processo di montaggio in linea, assomigliando invece ad una “stampa a tre dimensioni” (3D printing technology). Grazie alla combinazione fra scienza dei materiali e tecnologie della comunicazione, la nuova manifattura renderà possibile realizzare il prodotto in prossimità del consumatore finale e adattarlo alle proprie esigenze, limitando costi di trasporto, scorte di magazzino e scarti di produzione. E’ evidente che in tale prospettiva la delocalizzazione basata sul basso costo del lavoro perde di significato, mentre lo acquistano le fasi di progettazione, la ricerca e lo sviluppo del prodotto, e tutte le attività di interazione con il consumatore.

Dietro una crisi della manifattura che nei Paesi occidentali appare inarrestabile, si sta dunque preparando una nuova rivoluzione industriale. Al punto che Vivek Wadhwa è disposto a fare una scommessa: alle Olimpiadi del 2020 la polemica per le tute sportive scoppierà a Pechino, in quanto quelle degli atleti cinesi saranno realizzate con tecnologie di additive manufacturing, rigorosamente Made in Usa!

Giancarlo

Share

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Innovazione, Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

One Response to Tute olimpiche e nuova manifattura

  1. L’articolo è interessante, ma la conclusione mi lascia perplesso.
    Venti giorni fa tornavo in treno da Milano a Padova e nella mia carrozza c’erano 3 giovani ragazzi cinesi (2 ragazzi e un ragazzo) che stavano finendo di organizzare un mini tour per l’Italia. Tre giorni per visitare Venezia, Firenza, Roma e Milano, da vedere per ultima, prima di tornare a Francoforte.
    Francoforte sì, perchè questi tre giovani cinesi, sui vent’anni, avevano appena iniziato un semestre di “students exchange” che li aveva portati dalle rispettive università di origine – 2 di loro da quella di Pechino, un’altra dalla Washington University (US) – a svolgere un semestre presso la Business School dell’Università di Francoforte. In realtà, tra le opzioni avevano anche la Bocconi di Milano e il Politecnico di Parigi, ma hanno preferito Francoforte – tutti e tre e in autonomia – per gli scambi commerciali che esistono oggi tra Cina e Germania, e pertanto per il valore aggiunto che tale scelta potrà offrire in prospettiva lavoro.
    Il bello è che, tra l’indirizzo di un ristorante fiorentino e qualche consiglio su dove prendere i vaporetti, la discussione è finita sulle olimpiadi appena concluse (complice la canzone “call me babe” uscita dall’ipod di un passeggero di passaggio). Ebbene, non abbiamo fatto in tempo a toccare l’argomento olimpiade che tutti e tre, ma soprattutto la ragazze, sono uscito con affermazioni del tipo: “Ma quanto belle erano le tute degli italiani alle Olimpiadi. Quelle tute di Armani molto slim fit e dai dettagli così raffinati. In Cina stanno spopolando. La gente le usa per andare al lavoro, al supermercato, dal medico, insomma stanno riscuotendo un enorme successo.”
    Vuoi vedere che tra quattro, e perchè no magari anche tra otto anni, le tute degli atleti cinesi saranno firmate da uno stilista italiano, alla faccia dell’additive manufacturing e di Vivek Wadhwa?!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *