Città-stato e patti federativi: alla ricerca di un modello istituzionale per l’Europa

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Nello stesso giorno in cui Moody’s declassava il debito pubblico italiano, un articolo pubblicato dal Wall Street Journal indicava l’Italia, assieme alla Grecia, come il modello politico per l’Europa. Un abbaglio? Niente affatto. Solo che il modello a cui l’articolo del WSJ si riferisce è quello delle città-stato creato ad Atene nel 500 AC e che poi rifiorisce nelle repubbliche autonome del Rinascimento italiano. L’autrice dell’articolo, Marcia Kurapovna è una storica che aveva già offerto un importante contributo di ricerca per comprendere la tragedia jugoslava: quando diversità culturali e religiose vengono forzate all’interno di un’unità statuale troppo rigida, il disastro è assicurato. La sua attenzione si rivolge ora alla formazione dello Stato unitario in Italia e Grecia, sostenendo che tale costruzione politica ha creato molti più problemi di quanti ne abbia risolti. Inutile ricordare che Atene è stata la culla della nostra civiltà, mentre ora viene additata come il concentrato di tutti i mali europei. Marcia Kurapovna fa tuttavia notare che la città nella quale oltre 2500 anni fa nacque la cultura classica non era la capitale di uno Stato unitario, bensì una “polis” autonoma, che prosperava all’interno di un sistema regionale in cui altre città, come Tebe e Corinto, godevano di ampie libertà. Lo stesso confronto con Sparta non si esprimeva solo attraverso conflitti armati, ma con una competizione economica, culturale e politica che è stata fertile di innovazioni come mai in precedenza. Una situazione simile si ricrea con le città-stato italiane durante il Rinascimento. A partire dal 1400, Venezia, Genova, Pisa, e poi Firenze, Siena e Lucca sviluppano proprie istituzioni autonome ed entrano in concorrenza tra loro per formare, trattenere e attrarre risorse umane preziose, innanzitutto scienziati, artisti e imprenditori. Per quanto non siano mancati conflitti anche cruenti, il Rinascimento è stata un’epoca di straordinario sviluppo dei commerci e di crescita delle ricchezze, e proprio le città italiane hanno esercitato un influsso preminente in tutta Europa. Secondo Marcia Kurapovna, proprio le diversità regionali e la competizione fra città autonome hanno costituito un motore dell’innovazione, non solo tecnologica e artistica, ma anche istituzionale. La nascita delle banche, delle prime forme di organizzazione industriale e della stessa figura moderna dell’imprenditore avviene in questo scenario, nel quale il gioco fra autonomia territoriale e scambi di conoscenze svolge una funzione fondamentale. Del resto, il modello delle città-stato non si è mai completamente dissolto. In Germania ancora oggi vige uno statuto speciale per le città di Amburgo e Brema, così come per la Baviera, aree fra le più ricche d’Europa. In estremo Oriente sono città-stato Singapore e Hong Kong, il cui tasso di crescita misura una sorprendente continuità nell’arco degli ultimi quaranta anni. Anche in Italia, laddove è resistita una forte autonomia regionale lo sviluppo economico non è mai mancato, come in Alto Adige, regione con un reddito pro-capite superiore del 30% alla media nazionale. Quali conclusioni si possono trarre da questa analisi? Non tanto che l’unità dell’Italia sia stata un errore, quanto piuttosto che la struttura istituzionale che è stata costruita per governare questa unità – uno stato centrale con molti poteri e una “periferia” priva di vera autonomia e di risorse proprie – non è adatta a governare la complessità sociale, economica e culturale degli italiani. In questo senso, la storia dell’Italia (e ancora prima della Grecia) ha molto da insegnare al futuro dell’Europa. Ma finché il presente rimane così distante dalla propria storia, non sarà facile convincere gli altri.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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3 Responses to Città-stato e patti federativi: alla ricerca di un modello istituzionale per l’Europa

  1. s dicono:

    un po superficiale come analisi.
    partendo dagli stessi fatti si potrebbe anche sostenere il contrario di cio’ che affermi, non trovi?

  2. corog dicono:

    L’analisi della Kurapovna non è affatto superficiale. Bisognerebbe intanto considerare che in un articolo di 5mila battute non è possibile scendere troppo nei dettagli. L’autrice ritorna sul tema anche nel blog del WSJ, con una risposta documentata sui testi di riferimento della sua analisi. In ogni caso, ciò che conta qui è l’idea che senza autonomia e controllo sulle risorse non ci sono incentivi alla produzione efficiente di beni pubblici: ritengo tale problema molto serio per l’Italia. L’unità del Paese è servita fin tanto vigeva un equilibrio di potenza fra Stati-nazione, ma non ha mai davvero funzionato. Il permanere di profondi squilibri Nord-Sud è lì a dimostrarlo. Tali squilibri potevano essere gestiti in un’economia relativamente chiusa e con margini della politica economica (fiscale e monetaria) che rendevano possibile riassorbire il costo dell’inefficienza dello Stato. La globalizzazione e l’euro hanno fatto saltare questo equilibrio. Nel frattempo, però, lo Stato centrale e intere regioni del Sud hanno selezionato una classe dirigente che si legittima nel “distribuire” risorse, molto meno nel “produrle”. Le economie regionali che hanno invece garantito la produzione di reddito (Lombardia, Veneto, Emilia R., Toscana, Marche) sono oggi sovra-caricate di oneri fiscali, finanziari e burocratici che riducono drammaticamente la loro competitività. Il risultato è che anche quella parte dell’Italia che ha livelli di produttività simili alla Germania, rischia di essere trascinata verso la Grecia. Come salvarsi? Con più Europa e più federalismo. Farebbe molto bene anche al Sud.

  3. Lorenzo Gui dicono:

    Credo che la chiave risieda nella parola responsabilitá.
    L’autonomia senza responsabilitá é un disastro, come stiamo vedendo in questi giorni con gli scandali delle regioni. Distribuire sul territorio le ricchezze prodotte altrove crea corruzione e irresponsabilitá.
    In Spagna, il sistema autonomico, uno dei piú “avanzati” d’Europa, ha prodotto enormi buchi di bilancio e una sovrainfrastrutturazione (50 aereoporti rispetto ai 18 della Germania) figlia delle promesse elettorali dei tanti baronati locali. Il binomio autonomia di spesa e irresponsabilitá fiscale non porta sviluppo, bensì il gigantismo sprecone e e corrotto dell’autonomismo siciliano.

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