Jobs compact: un patto per rilanciare l’occupazione

L’ennesimo dato deludente sul mercato del lavoro Usa conferma un fenomeno che oramai non può più essere definito ciclico. Nonostante negli Stati Uniti l’economia stia crescendo ad un tasso del 2%, l’occupazione ristagna. La scarsità di lavoro, soprattutto per i giovani, sta dunque diventando una problema “strutturale”.

Sono oramai trascorsi quattro anni dall’inizio della crisi e il numero di posti di lavoro perduti e non più recuperati ha assunto dimensioni allarmanti: oltre 5 milioni negli Usa, quasi 4 milioni in Europa, un milione in Italia. Anche in Veneto, dove prima della crisi erano le imprese a lamentare la mancanza di lavoratori, si contano alla fine 80mila posti in meno, e il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 6%, praticamente raddoppiato rispetto al periodo pre-crisi. In Europa, per il momento, sembrano salvarsi solo la Germania e alcuni Paesi nordici. Ma anche in questi casi la situazione è destinata a peggiorare, specie se nel vecchio continente non riprenderanno a breve consumi e investimenti.

Il caso americano ci insegna che i problemi dell’occupazione non sono solo l’effetto della crisi finanziaria. Secondo Thomas Kochan del MIT, uno dei più autorevoli analisti del mercato del lavoro, la relazione fra crescita economica e occupazione ha smesso di funzionare da almeno un paio di decenni. Anche il nesso fra produttività e salari non è più vero come un tempo: se la prima aumenta grazie all’innovazione tecnologica e all’organizzazione sempre più internazionale della produzione, non segue un aumento equivalente dei redditi da lavoro. Secondo Kochan, il perdurare di tale problema rischia di minare le fondamenta di quel patto sociale su cui si fonda la democrazia economica nel capitalismo moderno.

Le cause del problema sono in realtà molteplici, soprattutto lo sviluppo tecnologico, la finanziarizzazione dell’economia, le strategie di delocalizzazione internazionale delle imprese. Ma ci sono anche responsabilità politiche, come la scarsa attenzione al sistema educativo, che fatica a creare figure professionali adatte alla nuova fase dello sviluppo, oppure l’atteggiamento corporativo dei sindacati, arroccati nella difesa degli attuali posti di lavoro e poco inclini a svolgere un ruolo positivo nei processi di innovazione. Qualunque sia la causa, bisogna ora fare il possibile per uscire da questa situazione. Anche in Europa oltre alle politiche di rigore finanziario (Fiscal Compact) c’è dunque l’esigenza di un patto per l’occupazione (Jobs Compact) attraverso cui favorire la crescita e la distribuzione sociale di buoni lavori.

Le azioni da intraprendere possono essere diverse. La prima è rilanciare gli investimenti in infrastrutture, soprattutto quelle che aiutano la crescita competitiva e la sicurezza dei territori: banda larga, ambiente, energia, mobilità sostenibile. La seconda è attrarre (e trattenere) l’industria innovativa: per ogni lavoro nella manifattura intelligente se ne possono creano da tre a cinque in altre attività. La terza e forse più importante è avvicinare imprese e sistema educativo per preparare le professioni del futuro. Un’idea che si sta affermando nei Community College americani è fornire anche a chi ha già un titolo di studio difficilmente spendibile sul mercato del lavoro, come quelli umanistici, una seconda chance per perfezionare in senso tecnico il proprio profilo professionale. Ad esempio, acquisendo conoscenze tecnologiche e manageriali per fornire servizi all’export alle imprese. Oppure sviluppando profili qualificati per mestieri tradizionali: si pensi al ruolo che potrebbe avere un idraulico o un elettricista “evoluto” come veicolo di diffusione della green economy. Comunque sia, un nuovo Patto per il lavoro non può che partire da una più stretta collaborazione fra sistema economico e istruzione.

Non serve aspettare l’ennesima riforma, poiché molti progetti possono essere realizzati a livello locale. Cosa aspettiamo ancora?

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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