Elogio della piccola impresa (sul Financial Times)

Manufacturing

E’ piuttosto sorprendente leggere sul Financial Times una vera e propria apologia della piccola impresa manifatturiera. In un lungo articolo di mercoledì scorso, Peter Marsh mette a fuoco le caratteristiche dei nuovi protagonisti dell’economia britannica: piccole imprese con una cinquantina di addetti, agili nella gestione, focalizzate su nicchie di mercato difficili da presidiare per una multinazionale tradizionale e capaci di interconnettersi con le catene del valore a livello internazionale.

Molti degli esempi citati dal FT (Spirax, Spectris, Sigmatex) dicono poco al grande pubblico. Si tratta di imprese che operano in mercati di nicchia (dagli strumenti di misurazione ai nuovi materiali) e che hanno costruito la propria reputazione lontano dai riflettori del mass market.

A scorrere il pezzo del Financial Times si rimane sorpresi non poco. Invece di propinarci la solita manfrina sul postindustriale (che pare andare ancora di moda dalle nostre parti), l’articolo ragiona sul potenziale di un comparto, la manifattura, a lungo snobbato. Ma non si tratta solo di questo. Come ha sottolineato Fulvio Coltorti sul Corriere, il profilo delle nuove imprese manifatturiere del Regno Unito assomiglia terribilmente a quello delle medie aziende italiane che tanti economisti industriali (mi metto pure io nella lista) hanno messo a fuoco in questi anni come i nuovi campioni del made in Italy. Aziende capaci di innovare senza necessariamente seguire i precetti delle grandi corporation, pronte a presidiare mercati di nicchia che richiedono attenzioni particolari.

Per capire come si muovono i nuovi campioni del made in UK, è utile guardare il business della Formula 1, un settore che praticamente non ha economie di scala. Costruire auto per la Formula 1 richiede conoscenze ingegneristiche di punta necessarie a disegnare e creare macchine che sono per la maggior parte dei casi prototipi (one offs). La produzione in serie? Meglio lasciarla ad altri.

La sorpresa aumenta ancora quando il Financial Times precisa alcune delle caratteristiche dei nuovi campioni dell’industria britannica. I nuovi imprenditori oltre manica non sono tipi scontati. Sono personaggi capaci di ribaltare le prospettive convenzionali per imporre al mercato regole proprie (“mavericks”). Sono imprenditori in grado di vivere a proprio agio in un mondo globale perché figli di una cultura che li aiuta a gestire situazioni anche complicate (anche noi non siamo da meno). Hanno un’innata capacità di adattare la propria offerta alle richieste del mercato (in pratica vendono prodotti e servizi allo stesso tempo).

Oltre alle dimensioni, insomma, i nuovi campioni dell’industria britannica hanno in comune con il modello italiano un’antropologia da super artigiani che li rende a noi perfettamente comprensibili. Non solo nella meccanica (si pensi ai tanti fornitori del mondo Formula 1 e Formula Indy in versione emiliana), ma anche nella moda, nel design e nell’alimentare.

Tutte queste analogie suggeriscono di guardare all’Italia con occhi diversi. A lungo abbiamo chiamato le medie aziende italiane multinazionali tascabili. Il termine rivela un’insicurezza di fondo. Ci sono paesi che hanno le vere multinazionali, quelle grandi. A noi toccherebbe il modello in versione small. Forse è il momento di cambiare prospettiva. La rivoluzione industriale che abbiamo di fronte tende a premiare una nuova creatività coltivata ai margini delle metropoli (sic!), fatta di imprenditori testardi che, prima di scrivere il business plan, pensano a un mondo diverso e migliore. Imprenditori capaci di fare e di fare di testa propria. Artigiani contemporanei cui la rete consente finalmente di trovare una propria sostenibilità economica.

Se guardiamo in questa prospettiva la rivoluzione industriale di cui la stampa anglosassone discute a cadenza settimanale, scopriamo che il nostro paese potrebbe essere l’avanguardia di un mondo che cambia a una velocità sorprendente.

Stefano

pubblicato anche su: http://www.linkiesta.it/blogs/avantcraft/multinazionali-tascabili-o-artigiani-globali-le-tesi-del-financial-times-sui-campio

 

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