La terza rivoluzione industriale ha bisogno di Kickstarter (parola di Wired)

In Italia non abbiamo ancora familiarizzato granché con il crowdfunding (il finanziamento di progetti attraverso piccole donazioni in rete). Negli Stati Uniti il fenomeno è già consolidato, al punto che kickstarter, la piattaforma di riferimento di questo nuovo modello di finanziamento, rischia di rimanere vittima del suo successo. Secondo Gizmodo su kickstarter ci sono ormai troppi progetti e nessuna selezione. Qualche buona proposta c’è, ma è sempre più difficile da scovare. Secondo Gawker, poi, l'anonimato premia l'opportunismo. Ci sono società che non avrebbero il minimo bisogno di donazioni e il rischio è quello di finanziare operatori che potrebbero cercarsi i soldi da soli senza nessun particolare aiuto dalle folle.

Non tutti si accodano al carro dei critici. Wired si schiera con kickstarter. La rete, dice Wired, ha un sacco di spazzatura, ma questo lo sapevamo già. Kickstarter avrà pure dei limiti, ma la sua funzione è cruciale per la prossima fase di sviluppo della nostra economia (anche per noi italiani).

A lungo abbiamo scommesso su start up digitali. Quando si trattava di finanziare lo sviluppo del software i risparmi di uno studente del college bastavano per mettere a punto un primo prototipo credibile. Adesso che una nuova generazione di start up punta sugli atomi e non sui bits il problema è sostenere i costi necessari per un prototipo che richiede macchine utensili, materie prime, competenze specializzate. E’ questo il motivo per cui kickstarter è necessario: perché consente a nuovi imprenditori a cavallo fra analogico e digitale di capire l’interesse del mercato per un certo prodotto e creare un primo volano economico e finanziario sul quale far conto per avviare un'attività.

Per una generazione di nuove start up made in Italy la questione è tutt’altro che marginale. Progetti innovativi nel campo della meccanica, della moda o del design potrebbero davvero beneficiare di meccanismi in grado di attivare interesse e ordini sulla base di un prototipo o di una prima serie in bella mostra sul Web. Le piattaforme di crowdfunding possono rappresentare un'alternativa efficace a un sistema finanziario poco incline a dar credito a progetti di questo tipo, almeno nella fase iniziale di lancio.

Rimane da capire se ha un senso proporre un progetto per una lampada riciclabile o una serie di documentari sul made in Italy in un sito che propone di finanziare stravaganze tipo un vibratore ricaricabile via usb o un matrimonio con la propria birra preferita (per una selezione delle idee più incredibili di kickstarter cliccate su http://kickstopper.blogspot.it/).Per molti prodotti made in Italy un'attività di curatela può essere utile. A Digital Makers a Firenze abbiamo ascoltato Valeria Cornacchini e Matteo Gioli di Superduperhats.com raccontare di come una start up del mondo analogico abbia beneficiato del lancio di luisaviaroma.com, un portale in cui l'offerta è selezionata e proposta con attenzione. Non solo per un problema di immagine, ma anche per la raccolta dei primi ordini su cui avviare la produzione.

Per le piattaforme italiane di crowdfunding che si stanno affacciando a questo mercato la discussione sui pro e i contro di kickstarter può essere un'opportunità. Esiste oggi uno spazio per piattaforme dedicate alle esigenze di una nuova manifattura. La partita è aperta.

Stefano

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2 Responses to La terza rivoluzione industriale ha bisogno di Kickstarter (parola di Wired)

  1. Stefano, il punto di discussione è interessantissimo. Parto dall’esperienza “sul campo” degli ultimi mesi e da tante chiacchierate con investitori, angel (o sedicenti) VC. Il binomio “idea / denaro per finanziarla”, sembra quasi non toccare questi soggetti, che partono spesso da due concetti più articolati, il primo è la scala di importanza nella valutazione di una start up (team, team, team, prodotto, mercato), il secondo il cosiddetto “dealflow”, cioè il tasso di entrata di idee in un progetto di incubazione, accelerazione, finanziamento, seeding. Questo tasso è fondamentale perché è solo vedendo tante situazioni che si trova quella giusta da finanziare, anche se mi sembra che in molti casi la moda tutta italiana del “rischiare il meno possibile” (che per la verità ci pone in questo momento in situazione felice rispetto ad altri illustri paesi, molto più di noi vittime del credit crunch ad esempio) stia portando ad un’economia dei cloni (ok, tira Pinterest, finanziamone una copia) che nel digitale uccide le idee buone al servizio di un portafoglio idee di tipica ispirazione finanziaria. Forse nelle start up analogiche le cose vanno diversamente ma la mia domanda è: sono davvero i soldi che mancano? O sono piuttosto la voglia di rischiare tutto, di cambiare (almeno) città, di buttarsi su giornate da 15 ore almeno? Credo che il crowdfounding all’interno di un ipotetico flusso di capitalizzazione a tre stadi 1) business angel 2) acceleratore 3) venture capital possa ben incarnare e sostituire la prima parte, difficilmente la seconda e la terza dove l’attività di mentoring, sinergia, contaminazione portata da queste figure di impatto non può essere “ridotta” a un mero indicatore finanziario, ammesso e non concesso che il crowdfounding permetta di rastrellare grandi capitali. Quando una realtà come h-farm finanzia in un rapporto accettate/ricevute 20 a 1000 (e credo di essere stato ottimista) significa che è in altri asset che risiede il lavoro di un venture o acceleratore, il crowdfounding può essere un ottimo filtro, ma è di un’ecosistema di competenze che abbiamo bisogno. Resto spesso basito nel vedere come tanta competenza di prodotto (sia esso codice o abilità manifatturiera) non coincide con conoscenze ed abilità di marketing e comunicazione, necessità prima per chi lavora sul business del futuro, penso ne vedremo delle belle..

  2. Ti segnalo, anche se lo conoscerai certamente già, un progetto tutto italiano di croudfounding che riguarda la città di Venezia: http://www.ponteaccademia.it/

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