La lezione di Instagram e quella di Ikea

Nei giorni scorsi due notizie hanno tenuto banco nella rete: l’acquisto di Instagram da parte di Facebook per la cifra impressionante di un miliardo di dollari e la scelta di Ikea di rilocalizzare in Italia alcune importanti attività manifatturiere a lungo affidate a produttori orientali. I commenti che ho potuto vedere in rete non hanno segnalato collegamenti fra i due eventi. Mi permetto di avanzare il mio.

Riparto dalla vicenda Instagram che, al netto di considerazioni sull’importanza di social media, foto sharing e mobile, ripropone il tema della start up come leva della crescita economica. Un lungo articolo su Linkiesta ripropone la differenza abissale fra contesto italiano e contesto americano. Negli Stati Uniti, lo sappiamo da mo’, ci sono i venture capital, la finanza per la crescita, i business angels; c’è insomma tutto l’armamentario istituzionale che serve a trasformare un progetto imprenditoriale di due scrivanie in un business miliardario. C’è soprattutto la fiducia nel futuro perché le start-up, ci dice Linkiesta, sono “l’espressione più alta dell’entusiasmo sociale”. Negli Stati Uniti, ma anche in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, in Australia e in gran parte del mondo emerso questo entusiasmo è alle stelle. Da noi sembra latitare.

E qui vengo alla seconda notizia di questi giorni, la decisione di Ikea di localizzare in Italia un parte importante della propria produzione. Il colosso svedese parla di un impegno a stabilizzare il rapporto con 24 fornitori italiani per circa 1 miliardo di euro di acquisti, il che equivale all’8% degli acquisti mondiali, mettendo l’Italia al terzo posto fra i paesi di approvvigionamento dopo Cina e Polonia. Come ha scritto Gramellini su La Stampa, all’estero si ostinano a riconoscere l’esistenza di un’altra Italia in cui noi abbiamo smesso di credere. L’Italia “del lavoro ben fatto, del buon gusto, del bel vivere e del meglio pensare”.

La vicenda Ikea, sia ben chiaro, è tutt’altro che isolata. Cito un caso ancora più sorprendente, anche se meno noto. Di recente un grande marchio della moda italiana, Raffaele Caruso, è stato contattato da un colosso del tessile abbigliamento cinese, China Garments, per produrre la collezione del suo marchio di punta, “Sorgere”. Il nuovo lusso cinese si affida ancora una volta al Made in Italy. Non si tratta di un contratto di licenza, simile a quelli che hanno fatto ricchi i nostri produttori di scarpe sulla Riviera del Brenta. Si tratta proprio di “offshoring” al contrario. A loro il marchio e la distribuzione, a noi la manifattura. Noi produciamo, loro fanno quello che la letteratura economica chiama “upgrading”.

In Italia resiste (tenacemente, against all odds) un saper fare e un senso estetico che si traduce in progetti imprenditoriali che magari non sono sorteggiati sulla ruota della turbo-finanza globale, ma che attirano gli stranieri e li appassionano. L’entusiasmo di cui parla Linkiesta c’è ancora; si manifesta in quella passione verso il lavoro artigiano che non ha ancora l’attenzione che si merita, soprattutto da chi pensa alla crescita del paese. La materia prima abbonda per progetti ambiziosi, il problema è che i nostri startupper guardano altrove.

Il tema vero allora non è tanto perché in Italia non è nato ancora un campione del web 2.0, ma perché nessuno ha pensato di fare una start up di commercio elettronico con i mobilieri veneti, friulani e lombardi su cui Ikea ha deciso di scommettere; perché nessuno ha lanciato un progetto di marchio internazionale con qualche imprenditore cinese per sviluppare a scala globale il potenziale della manifattura di Raffaele Caruso; perché nessuno si decide a lanciare un progetto innovativo per vendere online scarpe su misura coinvolgendo i produttori della Riviera del Brenta. A forza di guardare altrove, il rischio è di vedere sprecato l’unico vero tesoro da cui l’Italia può ripartire per rilanciare la propria economia. E magari per brillare un po’ sulle pagine dei giornali internazionali.

Stefano Micelli

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