Le ragioni del successo di Hermès

Una intervista interessante a Patrick Thomas, amministratore di Hermès, spiega il successo della maison francese (e del lusso in generale) in anni di stagnazione. Mentre l’Europa sperimenta una crisi che non lascia spazio all’ottimismo, Hermès cresce a un ritmo senza precedenti: il volume di attività è aumentato del 50% negli ultimi due anni fino a raggiungere un fatturato che oggi si attesta a quasi tre miliardi di euro. Non è solo la Cina a trainare le vendite: anche in Europa e negli Stati Uniti il marchio del lusso continua a crescere grazie a una élite di ricchi che, secondo Thomas, continua a essere sempre più ricca.
“Il sistema liberale che aveva garantito la crescita della classe media è saltato” dice Thomas. “I molto facoltosi non fanno che aumentare, così come gli indigenti”. Per questo Hermès non teme la crisi: offre qualità senza compromessi a un mondo che, nonostante i rovesci dell’economia mondiale, continua a migliorare la sua posizione.
Colpisce ascoltare la ricetta del successo secondo Hermès. I tre pilastri “suonano” molto italiani: artigianato, prima di tutto, e poi creatività e stile. A proposito del primo dei tre elementi, vale la pena sottolineare qualche numero. Quanto Thomas arriva a Hermès nel 1989 trova 300 artigiani. Oggi ce ne sono 3000. Peraltro ancora insufficienti per coprire la domanda di alcuni oggetti culto che Hermès ha messo sul mercato. Nessun atteggiamento retrò. Da Hermès prospera un artigiano contemporaneo – come recita la recente campagna pubblicitaria – un artigiano capace di evolvere nel tempo come ha fatto del resto lo stesso Emile Hermès, storico fondatore dell’azienda.
Il quadro fornito da Patrick Thomas tranquillizza di certo gli azionisti di Hermès, ma non è rassicurante per il mondo in cui viviamo. Parla di una società divisa in due, senza una classe media in grado di permettersi un prodotto di qualità. Per i meno facoltosi, qualche mobile Ikea quando va bene; shopping da Wal Mart nel peggiore dei casi.
E se le imprese italiane provassero a percorrere strade diverse? Se il lavoro artigiano diventasse l’ingrediente per una nuova offerta di qualità a prezzi accessibili?

s.

ps. ma perché il Corriere mette questi articoli nelle pagine di cronaca e non in quelle di economia? mah

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