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	<title>Commenti a: Perchè gli olandesi ci battono nella sartoria maschile?</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
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		<title>Di: ilpiac</title>
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		<dc:creator>ilpiac</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 20:22:27 +0000</pubDate>
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		<description>@Marco: in effetti non investire in sfilate, eventi etc consente un notevole risparmio di denaro che porta a potere offrire un prezzo inferiore, devo ammettere che non avevo tenuto in debito conto questa parte di fattori.
Su Zara - però - devo dire che a fronte di scelte che portano a un prezzo inferiore (rimasto tale dall&#039;inizio ad oggi) la qualità invece - lo dico per esperienza personale e dopo avere fatto diverse verifiche - ha subito un discesa abissale rispetto agli esordi.
Segno che tenere costanti tutti i fattori del mix vincente iniziale - qualità, minor prezzo, design ed appeal verso il cliente - non è così facile nel tempo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Marco: in effetti non investire in sfilate, eventi etc consente un notevole risparmio di denaro che porta a potere offrire un prezzo inferiore, devo ammettere che non avevo tenuto in debito conto questa parte di fattori.<br />
Su Zara &#8211; però &#8211; devo dire che a fronte di scelte che portano a un prezzo inferiore (rimasto tale dall&#8217;inizio ad oggi) la qualità invece &#8211; lo dico per esperienza personale e dopo avere fatto diverse verifiche &#8211; ha subito un discesa abissale rispetto agli esordi.<br />
Segno che tenere costanti tutti i fattori del mix vincente iniziale &#8211; qualità, minor prezzo, design ed appeal verso il cliente &#8211; non è così facile nel tempo.</p>
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		<title>Di: Marco</title>
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		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 19:59:32 +0000</pubDate>
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		<description>@ilpiac
Il brand è e continuerà ad essere importante per la costruzione di esperienza e di un immaginario. Ma non è l&#039;unico modo. Il servizio ed il punto vendita possono fare altrettanto. Rinunciando ad investire nelle attività di comunicazione che un brand della moda necessariamente impone (sfilate, eventi, pubblicità, edifici rappresentativi, ecc.) è possibile offrire un prezzo inferiore. Il caso Zara, che non investe nulla in pubblicità, è un caso emblematico.

@gian ed eleonora

Avete ragione: una lettura puntuale della supply chain è necessaria per approfondire il modello suitsupply. Penso che però, per quanto riguarda il Made in Italy, il tema non sia esclusivamente produttivo. Il caso suitsupply mette in evidenza la scarsa capacità del nostro sistema imprenditoriale nello sperimentare nuovi modelli di business.  Negli anni 80-90 il sistema italiano della moda ha successo e diventa un settore trainante non solo per il talento di stilisti straordinari ma anche per un&#039;intuizione geniale: l&#039;invenzione delle seconde linee (emporio Armani, D&amp;G, ecc.) che hanno reso accessibile il mondo dell&#039;alta moda ad un mercato più allargato. Peccato che proprio noi italiani abbiamo dimenticato questa importante lezione proprio ora che il mondo del consumo si sta orientando verso la richiesta di un prodotto di qualità artigianale a prezzi accessibili.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ilpiac<br />
Il brand è e continuerà ad essere importante per la costruzione di esperienza e di un immaginario. Ma non è l&#8217;unico modo. Il servizio ed il punto vendita possono fare altrettanto. Rinunciando ad investire nelle attività di comunicazione che un brand della moda necessariamente impone (sfilate, eventi, pubblicità, edifici rappresentativi, ecc.) è possibile offrire un prezzo inferiore. Il caso Zara, che non investe nulla in pubblicità, è un caso emblematico.</p>
<p>@gian ed eleonora</p>
<p>Avete ragione: una lettura puntuale della supply chain è necessaria per approfondire il modello suitsupply. Penso che però, per quanto riguarda il Made in Italy, il tema non sia esclusivamente produttivo. Il caso suitsupply mette in evidenza la scarsa capacità del nostro sistema imprenditoriale nello sperimentare nuovi modelli di business.  Negli anni 80-90 il sistema italiano della moda ha successo e diventa un settore trainante non solo per il talento di stilisti straordinari ma anche per un&#8217;intuizione geniale: l&#8217;invenzione delle seconde linee (emporio Armani, D&amp;G, ecc.) che hanno reso accessibile il mondo dell&#8217;alta moda ad un mercato più allargato. Peccato che proprio noi italiani abbiamo dimenticato questa importante lezione proprio ora che il mondo del consumo si sta orientando verso la richiesta di un prodotto di qualità artigianale a prezzi accessibili.</p>
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		<title>Di: Eleonora</title>
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		<dc:creator>Eleonora</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 15:04:51 +0000</pubDate>
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		<description>Anche se non necessariamente con un lo stesso livello di sofisticazione in termini interattivi del punto vendita esistono comunque anche realtà interessanti anche in Italia. David Mayer Naman (http://www.davidmayernaman.com) per esempio è un&#039;impresa italiana che ha proposto l&#039;idea di punto vendita come &quot;black box&quot;, un cubo nero per creare un&#039;atmosfera originale - con forte espansione internazionale (Cina compresa). Attiva anche sui social media si propone come &quot;un&#039;azienda fashion del made in Italy in forte espansione&quot;. Concordo con Giancarlo, un approfondimento sui processi produttivi e distributivi può farci capire dove e come si ritiene valore e come si struttura il rapporto saper produttivo - capitali finanziari (per la comunicazione ed il retail).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se non necessariamente con un lo stesso livello di sofisticazione in termini interattivi del punto vendita esistono comunque anche realtà interessanti anche in Italia. David Mayer Naman (<a href="http://www.davidmayernaman.com" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.davidmayernaman.com?referer=');">http://www.davidmayernaman.com</a>) per esempio è un&#8217;impresa italiana che ha proposto l&#8217;idea di punto vendita come &#8220;black box&#8221;, un cubo nero per creare un&#8217;atmosfera originale &#8211; con forte espansione internazionale (Cina compresa). Attiva anche sui social media si propone come &#8220;un&#8217;azienda fashion del made in Italy in forte espansione&#8221;. Concordo con Giancarlo, un approfondimento sui processi produttivi e distributivi può farci capire dove e come si ritiene valore e come si struttura il rapporto saper produttivo &#8211; capitali finanziari (per la comunicazione ed il retail).</p>
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		<title>Di: Giancarlo</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/comment-page-1/#comment-225524</link>
		<dc:creator>Giancarlo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:21:10 +0000</pubDate>
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		<description>Marco, bel post su un caso davvero interessante. La mia idea è che le vie dell’innovazione (e del successo competitivo) sono tante, e che suitsupply può non solo convivere con i lussuosi brand del made in Italy, ma diventare un veicolo che valorizza stile, prodotti (come i tessuti) e lavoro degli italiani. Sarebbe ad esempio utile avere un’analisi della rete produttiva-distributiva di suitsupply, per capire dove si crea e viene trattenuto il valore aggiunto. Credo che tessuti e distribuzione-finissaggio occupino uno spazio rilevante, comprimendo fatalmente le altre funzioni. Certo, le economie di scala valgono più per le funzioni immateriali che nella distribuzione al punto vendita, ma anche i tessuti godono dell’effetto moltiplicativo. Insomma, non potrebbe essere anche questo un modo per spingere il made by Italy?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, bel post su un caso davvero interessante. La mia idea è che le vie dell’innovazione (e del successo competitivo) sono tante, e che suitsupply può non solo convivere con i lussuosi brand del made in Italy, ma diventare un veicolo che valorizza stile, prodotti (come i tessuti) e lavoro degli italiani. Sarebbe ad esempio utile avere un’analisi della rete produttiva-distributiva di suitsupply, per capire dove si crea e viene trattenuto il valore aggiunto. Credo che tessuti e distribuzione-finissaggio occupino uno spazio rilevante, comprimendo fatalmente le altre funzioni. Certo, le economie di scala valgono più per le funzioni immateriali che nella distribuzione al punto vendita, ma anche i tessuti godono dell’effetto moltiplicativo. Insomma, non potrebbe essere anche questo un modo per spingere il made by Italy?</p>
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		<title>Di: ilpiac</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2012/01/25/perche-gli-olandesi-ci-battono-nella-sartoria-maschile/comment-page-1/#comment-225020</link>
		<dc:creator>ilpiac</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 19:33:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=1389#comment-225020</guid>
		<description>Posso affermare che tra branding - inteso come vendita di una esperienza/di un mondo/di un&#039;appartenenza più che di un prodotto o comunque oltre ad esso - e qualità del prodotto io personalmente opto per la seconda.
Quindi sceglierei probabilmente anche io Suitsupply (che però non ho mai visto né provato, il discorso però vale in generale).
In un mondo - però - dove la qualità è ormai &quot;di base&quot; e indispensabile (chi non ha prodotti di qualità non può vendere molto, indipendentemente dal prezzo e tranne quando la crisi, assottigliando i portafogli, obbliga a badare più al prezzo che non alla sostanza) il brand può fare la differenza, sul medio e lungo periodo. La sola qualità non è più sufficiente per fare sì che il consumatore continui ad acquistare. Lo si deve attrarre anche con altri aspetti. Branding, appunto.
Il consumatore, acquistando Armani, soddisfa non solo la voglia di qualità del prodotto, ma anche il suo ego, la voglia di appartenere a un mondo. Altrimenti perché le grandi marche avrebbero sempre, e dico sempre, il marchio/brand in bella evidenza sul capo/prodotto realizzato?
Chi acquista un prodotto di marca vuole, tra le altre cose, far sapere che lo ha acquistato. In caso contrario, se guardasse solo alla qualità, potrebbe - parliamo per esempio di abiti - rivolgersi a soluzioni sartoriali che assicurerebbero lo stesso risultati eccelsi e ottimo materiale.
Oggi Suitsupply può forse avantaggiarsi degli aspetti che avete evidenziato, ma se si vorrà porre in concorrenza con i grandi marchi dovrà giocoforza dotarsi di un brand forte. Il logotipo attuale punta solo sull&#039;aspetto tipografico e non è decisamente sufficiente, in mancanza di un marchio distintivo forte e ben distinguibile, per differenziarsi fortemente dalla concorrenza.
Quando - e se - Suitsupply si doterà di una forte politica di branding probabilmente entrerà nelle stesse logiche degli attuali grandi marchi e, solo allora, il confronto potrà essere fatto in modo più equo. Intendo un confronto non sul prodotto, che è confrontabile anche oggi, ma sul marchio tout court visto che sui costi incidono anche - e soprattutto - le politiche di branding.
Il tutto, ovviamente, IMHO.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Posso affermare che tra branding &#8211; inteso come vendita di una esperienza/di un mondo/di un&#8217;appartenenza più che di un prodotto o comunque oltre ad esso &#8211; e qualità del prodotto io personalmente opto per la seconda.<br />
Quindi sceglierei probabilmente anche io Suitsupply (che però non ho mai visto né provato, il discorso però vale in generale).<br />
In un mondo &#8211; però &#8211; dove la qualità è ormai &#8220;di base&#8221; e indispensabile (chi non ha prodotti di qualità non può vendere molto, indipendentemente dal prezzo e tranne quando la crisi, assottigliando i portafogli, obbliga a badare più al prezzo che non alla sostanza) il brand può fare la differenza, sul medio e lungo periodo. La sola qualità non è più sufficiente per fare sì che il consumatore continui ad acquistare. Lo si deve attrarre anche con altri aspetti. Branding, appunto.<br />
Il consumatore, acquistando Armani, soddisfa non solo la voglia di qualità del prodotto, ma anche il suo ego, la voglia di appartenere a un mondo. Altrimenti perché le grandi marche avrebbero sempre, e dico sempre, il marchio/brand in bella evidenza sul capo/prodotto realizzato?<br />
Chi acquista un prodotto di marca vuole, tra le altre cose, far sapere che lo ha acquistato. In caso contrario, se guardasse solo alla qualità, potrebbe &#8211; parliamo per esempio di abiti &#8211; rivolgersi a soluzioni sartoriali che assicurerebbero lo stesso risultati eccelsi e ottimo materiale.<br />
Oggi Suitsupply può forse avantaggiarsi degli aspetti che avete evidenziato, ma se si vorrà porre in concorrenza con i grandi marchi dovrà giocoforza dotarsi di un brand forte. Il logotipo attuale punta solo sull&#8217;aspetto tipografico e non è decisamente sufficiente, in mancanza di un marchio distintivo forte e ben distinguibile, per differenziarsi fortemente dalla concorrenza.<br />
Quando &#8211; e se &#8211; Suitsupply si doterà di una forte politica di branding probabilmente entrerà nelle stesse logiche degli attuali grandi marchi e, solo allora, il confronto potrà essere fatto in modo più equo. Intendo un confronto non sul prodotto, che è confrontabile anche oggi, ma sul marchio tout court visto che sui costi incidono anche &#8211; e soprattutto &#8211; le politiche di branding.<br />
Il tutto, ovviamente, IMHO.</p>
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