Per rappresentare i maker serve un’altra idea di imprenditorialità

Un lungo articolo di Mike Press, professore di Design Policy all’università di Dundee, lancia un tema che potrebbe essere a breve di consistente attualità: chi rappresenterà sulla scena politica i maker, gli artigiani di nuova generazione che stanno rapidamente conquistando peso economico e visibilità sui media anglosassoni?

Nel post, Press ripercorre le tappe della rapida escalation mediatica che ha portato a più riprese il movimento dei maker su testate accreditate come l’Economist e Fast Company: da fenomeno di costume, il fenomeno dei maker assume i contorni di un’avanguardia che preannuncia profondi cambiamenti nel mondo della produzione industriale. Non è chiaro chi potrebbe rappresentare in politica questi nuovi soggetti: questo perché i maker sono interlocutori abbastanza difficili da interpretare. Sono certamente imprenditori, ma di un tipo nuovo. Come ha scritto William Deresiewicz sul NYT queste figure sono il nuovo enzima del cambiamento sociale; sostituiscono l’artista e il riformatore, lo scienziato e il santo. Sono il motore del cambiamento, i promotori di nuova idea di autonomia e di immaginazione. Non vogliono necessariamente diventare super ricchi; vogliono di sicuro una società migliore.

Per un certo periodo di tempo la politica ha provato a fare i conti con questi nuovi imprenditori attraverso la categoria della creatività. Sulla scia delle indicazioni di Richard Florida abbiamo immaginato una classe di creativi che avrebbe fatto da motore a una nuova idea di innovazione, meno ancorata alla tecnologia e più attenta alla dimensione del gusto e del design. In realtà, l’idea di una “classe” di creativi non riesce a catturare davvero il fenomeno dei maker e dei nuovi appassionati di fai da te, terribilmente ancorati al mondo materiale e non necessariamente affezionati alle grandi aree metropolitane. Il fenomeno, insomma, richiede categorie nuove rispetto a quanto utilizzato dall’accademia e dalla politica.

Vale la pena segnalare soprattutto l’imbarazzo del Labour party di fronte a questa nuova ondata di imprenditorialità fattiva. La sinistra sposa la causa del lavoro, ma ha difficoltà a capire e ad abbracciare questa idea di “fare” perché troppo imprenditoriale. Il che, secondo Press, è singolare proprio perché molti di questi nuovi imprenditori non sono lontani da priorità e ideali tipici di un’area progressista.

Che sia l’idea stessa di imprenditorialità a dover essere rivista?

s.

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