La crisi e gli errori dell’Occidente

Abbiamo oramai capito che l’attuale crisi economica e finanziaria viene in realtà da lontano ed è destinata a segnare in profondità gli equilibri globali che si sono affermati nel corso del ‘900. Per quanti, come noi, vivono in quella parte fortunata di mondo chiamata “Occidente”, diventa dunque necessario prendere consapevolezza dei mutamenti in atto, riflettere sugli errori compiuti e prepararsi a cambiare passo. Un utile lettura in questa direzione è fornita da Dambisa Moyo, brillante economista di origine africana, con studi universitari ad Oxford e Harvard, di cui Rizzoli ha da poco tradotto l’ultimo libro: La Follia dell’Occidente. Come cinquant’anni di decisioni sbagliate hanno distrutto la nostra economia. Fra i numerosi spunti che il libro offre vale qui riprenderne almeno tre. Il primo riguarda le distorsioni di un’economia basata sul debito. Secondo l’Autrice la crescita a debito non ha riguardato solo gli Stati, ma anche le famiglie e le imprese delle economie avanzate, portando ad una illusione di ricchezza che è stata esasperata da una industria finanziaria fuori controllo, che ora rischiamo di pagare a carissimo prezzo. Il debito pubblico sarebbe in particolare il risultato di politiche sbagliate sul fronte della previdenza (le passività pensionistiche stanno esplodendo in tutto l’Occidente a causa dell’invecchiamento della popolazione), della fiscalità (che non riesce a tassare in modo equo i soggetti più ricchi, che sono anche i più sfuggenti) e delle infrastrutture energetiche e di trasporto (che nei paesi industriali sono sempre più obsolete e la loro modernizzazione è spesso ostacolata da processi decisionali lunghi e costosi). Il debito privato è stato invece alimentato soprattutto dagli investimenti immobiliari, il cui eccesso non solo ha scatenato la crisi finanziaria attraverso i famigerati mutui sub-prime, ma che alla fine ha distolto il risparmio da investimenti più produttivi nel lungo periodo, come quelli sul capitale umano e tecnologico.

Un secondo fattore preso in considerazione è la progressiva perdita nelle economie avanzate di lavoro e conoscenze produttive nell’industria. Non che i servizi siano irrilevanti, ma quando occupazione e investimenti nella manifattura scendono sotto una certa soglia, come sta avvenendo nei “vecchi” Paesi industriali anche a seguito delle delocalizzazioni, nell’economia viene a mancare una base fondamentale di apprendimento tecnico senza la quale l’innovazione perde slancio. In tale prospettiva, la critica della Moyo colpisce anche un altro dei pilastri dello sviluppo dell’Occidente, quello del libero commercio basato sulla teoria dei vantaggi comparati. Questa teoria può funzionare a condizione che tutti rispettino le stesse regole, altrimenti si innesca una concorrenza a-simmetrica che avvantaggia solo una parte, fino a creare posizioni di monopolio che deformano i rapporti di scambio.

Il terzo e decisivo aspetto che Dambisa Moyo considera è dunque il ruolo dello Stato nell’economia di mercato. Il giudizio è qui ambivalente. Se, da un lato, l’aumento del debito pubblico sul Pil segnala un maggiore peso della politica, dall’altro il suo effettivo potere viene oggi minacciato sia dai grandi gruppi multinazionali, sia dalla frammentazione della società in interessi sempre più difficili da conciliare. In questa apparente contraddizione risiede forse il messaggio più importante di questo libro: ciò che le democrazie occidentali stanno perdendo è proprio quel senso di coesione collettiva che rende possibile affrontare le sfide comuni che il progresso pone continuamente di fronte alle società, come i cambiamenti demografici, gli investimenti in conoscenza, l’efficienza energetica, la tutela dell’ambiente, l’equità sociale. Queste sfide richiedono uno Stato più autorevole e moderno, ma proprio per questo anche più essenziale. Uno Stato che sappia regolare più che gestire, attivare le energie sociali e imprenditoriali più che sostituirsi ad esse. Uno Stato che nel rappresentare gli interessi di una comunità nazionale sappia riconoscere e valorizzare le crescenti interdipendenze globali. E’ anche nel ripensare il ruolo e le forme dello Stato che le economie dell’Occidente potranno ritrovare la via dello sviluppo.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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2 Responses to La crisi e gli errori dell’Occidente

  1. Stefano dicono:

    gian
    molto di quello che propone la moyo è ormai evidente. immagino che la diagnosi sia argomentanta e meriti la lettura. ciò detto, mi chiedo se il libro indica qualche rimedio ai nostri problemi. perché è di questo che iniziamo terribilmente bisogno..

  2. Giancarlo dicono:

    Stef, il libro della Moyo è molto ben documentato e le sue analisi lasciano davvero il segno, soprattutto nella critica agli eccessi della “leva finanziaria”, agli incentivi distorsivi della proprietà immobiliare e alla sottovalutazione dei costi sociali dell’invecchiamento demografico e infrastrutturale (anche quest’ultimo più drammatico di quanto pensiamo). La parte costruens è un po’ sacrificata: gli scenari presentati nell’ultimo capitolo rimangono su un pian ipotetico. Tuttavia, molte decisioni sono implicitamente conseguenti alle critiche. D’altro canto, quando un cappotto è abbottonato male, la prima azione da fare è sbottonarlo. Se non partiamo da qui, l’abito non sarà mai sistemato come si deve.

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