Potrà il nuovo artigiano salvare l’Italia?

L’apertura di Artigiano in fiera a Milano ha fatto da cornice a un seminario mattutino sul significato del lavoro artigiano nell’attuale congiuntura economica. Segnalo l’intervento di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, che ha portato alla platea una lettura della figura dell’artigiano tutt’altro che scontata.

Vittadini ha chiesto di superare il luogo comune che vede il lavoro artigiano come l’emblema della piccola impresa. Rilanciare la figura dell’artigiano non significa affatto riproporre lo slogan “piccolo è bello”. L’artigiano – dice Vittadini – incarna un metodo. E’ l’emblema di un modo di lavorare che oggi è straordinariamente attuale dopo il crollo di un’economia basata su alchimie finanziarie, stati indebitati e una smisurata fiducia sulla virtualità.

Quali sono i punti che fanno del lavoro artigiano un riferimento per una nuova idea di creazione di valore economico? Secondo Vittadini bisogna riflettere su cinque passaggi essenziali. Il primo è il rifiuto della standardizzazione: la domanda esprime una richiesta di prodotti sempre più personalizzati e solo il lavoro artigiano può garantire una risposta in questa direzione. Il secondo è la ricerca della bellezza. Il lavoro artigiano si pone l’obiettivo del bello prima di quello del profitto: in questo senso la bellezza deve essere intesa come rispondenza profonda alle aspettative del mondo in cui viviamo. Il terzo aspetto che distingue il lavoro artigiano è il rapporto con la realtà: l’atteggiamento “intellettualistico-virtuale” che ha segnato l’ultimo decennio non può più essere condiviso. L’esperienza del reale non è semplicemente esperienza mentale: deve diventare capacità di essere presente nel mondo con la totalità dei sensi. Il quarto aspetto del ragionamento di Vittadini riguarda l’innovazione. Il lavoro artigiano non è folklore: è (o dovrebbe essere) alta tecnologia, rapporto costante con i nuovi materiali e con la ricerca. Nulla a che fare con un mantenimento della tradizione che nella maggior parte dei casi si risolve nella caricatura di identità locali spesso superate. In conclusione, il tema della formazione. Se c’è un’”introduzione al reale” per i giovani, questo passaggio è sicuramente legato alla possibilità di acquisire un metodo artigiano.


Il ragionamento di Vittadini colpisce. Non tanto per l’attenzione al lavoro artigiano da parte del mondo cattolico. Colpisce, piuttosto, l’enfasi che il presidente della Fondazione della Sussidiarietà attribuisce all’artigiano protagonista del contemporaneo: una figura cosmopolita, tutt’altro che barricata dietro la richiesta di dazi e tutele contro lo straniero, orientata all’innovazione e all’high tech. L’artigiano di Vittadini è un “Io che parla a un altro Io” attraverso una dimensione del fare che coinvolge mente e corpo nella sua totalità (esattamente il contrario di quanto diceva Sartre mentre affermava che “le mani sono la distanza fra me e la realtà”).

L’impostazione di Vittadini, mi pare importante sottolinearlo, ricalca in maniera impressionante le tante proposte di matrice laica che rilanciano la figura dell’uomo artigiano come protagonista di una nuova stagione economica. L’esigenza di rimettere al centro dell’attenzione il fare come fulcro di un nuovo sistema di relazioni sociali e economiche attraversa oggi – con accenti diversi – il mondo dei maker americani (che scommettono su una nuova idea di innovazione attraverso il fare e la partecipazione) così come l’universo degli auto produttori che in Italia e in Europa provano a farsi spazio fra i grandi brand della moda e del design. Lo spirito di queste letture laiche del pensiero artigiano hanno come punti di riferimento filosofico culturali la fine del post-moderno (e la rivincita del concetto di autenticità particolarmente rivalutato in questi anni di crisi) e i principi dell’economia partecipata maturati nell’esperienza delle comunità del web (le logiche dell’open source e, più in generale, le tante esperienze di comunità on line).

Il “metodo” artigiano, insomma, unisce (per ora in modo abbastanza inconsapevole) la cultura cattolica della sussidiarietà e i fautori di un futuro artigiano per l’innovazione e per una nuova idea di economia. E se fosse il nuovo artigiano il perno di un’azione politica davvero bipartisan per il rilancio (economico e culturale) del nostro paese?

Stefano

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