Lusso e saper fare artigianale secondo Concetta Lanciaux

Concetta Lanciaux, a lungo braccio destro di Bernard Arnaud nella gestione del gruppo LVMH, ha spiegato a Venezia come sposare lusso e saper fare artigianale. Il punto di vista della Lanciaux non è uno fra i tanti. Un po’ italiana e un po’ francese, la Lanciaux ha contribuito alla costruzione di quell’impero del lusso che oggi guardiamo come a un riferimento da seguire per portare il nostro saper fare nazionale nelle economie emergenti.

Le ragioni del lusso in Francia, ha spiegato, hanno origini storiche profonde, riconducibili al desiderio di autoglorificazione di Luigi XIV. A capo di un popolo tutt’altro che sofisticato (rustique nell’espressione della Lanciaux), Luigi XIV impone una immagine della corte francese che mette in moto una nuova economia costruita sul saper fare di artigiani eccellenti. Nonostante origini così lontane – ha sottolineato la Lanciaux – la cultura e l’economia francese hanno capito l’importanza del lusso solo in tempi recenti. Nel 1985, quando si avvia la prima campagna di selezione delle risorse umane per formare il management del lusso, la Lanciaux trova porte chiuse nelle grandi scuole di commercio francesi (HEC e Essec). Secondo l’accademia, il lusso non era un’industria da studiare. In poco tempo le cose sono cambiate e oggi la Francia è un riferimento su questi temi. Proprio la Lanciaux, tuttavia, ha tenuto a precisare che questa evoluzione è stata più rapida di quanto spesso è dato di percepire dall’esterno. Un segnale importante per l’Italia che oggi conta su un saper fare distribuito che ha bisogno di nuove competenze per essere valorizzato quanto merita.

Quanto alla “presunta” conquista francese dei marchi italiani (ultimo quello di Brioni), l’Italia, secondo Lanciaux, ha tutte le carte in regola per inventare altri poli del lusso (oltre a quelli che ha già) facendo leva su quel saper fare che i francesi ci invidiano. A una condizione: pensare in termini globali, senza indugiare sulla possibilità di operare in mercati protetti. L’esempio proposto dalla Lanciaux, a riguardo, è illuminante. A metà ‘800 quando i fratelli Vuitton decidono di aprire il loro secondo negozio, dopo quello già avviato sugli Champs Elysées, non guardano alla Rive Gauche, ma decidono di aprire direttamente a Londra. Lezione: il settore del lusso oggi chiede una proiezione internazionale che non ammette incertezze.

Meno discusso ieri, purtroppo, il tema sollevato da Maria Luisa Frisa all’inizio della conversazione: come evitare che l’Italia rimanga semplicemente un polo manifatturiero, forte del suo saper fare di matrice artigianale, senza essere capace di elaborare una propria cultura creativa nel settore del lusso. Il problema non ha soluzioni scontate. Un primo aspetto del problema è legato certamente alla formazione e alla ricerca (di cui la Frisa è già una protagonista). Un secondo tema, più culturale, ha a che fare con lo spirito del tempo in cui viviamo. La parola lusso non ha mai avuto buona stampa dalle nostre parti e negli anni a venire sarà difficile costruire un immaginario del lusso sul versante della domanda interna.

Nel decennio passato Francia e Italia hanno fatto da riferimento culturale (almeno per quanto riguarda i beni di lusso) alla nuova borghesia dei paesi emergenti. Sarà così anche nel prossimo?

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4 Responses to Lusso e saper fare artigianale secondo Concetta Lanciaux

  1. valentina dicono:

    Sono anche io convinta che per il settore del lusso sia necessario trovare una strada nuova: non la terziarizzazione manifatturiera da parte dei grandi poli multinazionali.
    E poi, come nella moda così nel design, sarebbe auspicabile una declinazione più variegata della professione. Perché il lusso, di fatto, è una nicchia.
    Grazie Stefano dei continui e interessanti update.
    Valentina

  2. Stefano dicono:

    Credo che la testimonianza di ieri abbia confermato le potenzialità di una via italiana alla gestione del “luxury”. La Lanciaux ha specificato a più riprese che ogni marchio del gruppo LVMH mantiene la sua specificità all’interno di una federazione che mette in comune alcune funzioni come la finanza e la logistica. Questo modello federativo potrebbe essere facilmente riproposto anche in Italia, a condizione di trovare manager e imprenditori in grado di mettere insieme (e rispettare) nicchie e percorsi imprenditoriali diversi.
    Il passaggio su cui ieri sono emersi i dubbi più consistenti è quello legato alle risorse umane. Poco si è fatto finora a riguardo nel nostro paese, soprattutto per promuovere in modo deciso la creazione di competenze a scala internazionale.

  3. marco dicono:

    Molto interessante la testimonianza della Lanciaux, che ben chiarisce il modello del lusso francese, basato su una originale combinazione tra il meglio del capitalismo manageriale e la qualità della manualità artigiana. Non sono così sicuro che per l’Italia l’idea dei poli del lusso possa essere una reale opportunità visto che le esperienze finora tentate non sono state di particolare successo. Il progetto Burani è fallito, Prada ha cercato di sviluppare un proprio polo ma poi ha preferito concentrarsi sul proprio brand. Al contrario i monobrand italiani (Armani, Dolce e Gabbana, Prada, Versace, ecc.) godono di ottima salute. Rispetto a quello francese, il modello Italiano del lusso è più imprenditoriale e più legato alla figura del suo fondatore/creatore. Non è un caso infatti che molti di questi monobrand siano ancora guidati dai loro fondatori. E’ proprio quando queste figure vengono a mancare oppure entrano in crisi che i nostri brand soffrono e non riescano a trovare le risorse per rigenerarsi. E’ accaduto con Gucci e con Bottega Veneta nel passato, è accaduto con Brioni oggi.
    Più che inseguire i francesi nella creazione di imperi di lusso che non sono molto congeniali alla tradizione imprenditoriale italiana, mi sembra decisamente più importante concentrarsi sul tema della ricerca e della formazione (richiamato dalla Frisa) per consentire ai nostri brand di poter trovare in Italia le risorse umane e culturali per garantire la loro rigenerazione nel tempo e per favorire la nascita di nuovi realtà imprenditoriali.

    Marco

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