Autoproduttori e innovazione Made in Italy

Il seminario organizzato da Opendesign Italia a Bologna è stata un’ottima occasione per fare il punto sul fenomeno dell’autoproduzione in Italia. Valentina Croci ha messo insieme una serie di esperienze che hanno testimoniato della vitalità del fenomeno a scala nazionale e che hanno consentito di mettere a fuoco le criticità di operatori ancora in cerca di precise strategie di crescita.

I casi discussi a Bologna confermano che l’incontro fra la creatività del designer e il saper fare di matrice artigianale produce risultati sorprendenti. In alcuni casi questo incontro è il frutto di una sperimentazione personale. Massimiliano Adami nasce come designer ma cinque anni fa decide di investire su un percorso di sperimentazione che ha nel “fare con le mani” un aspetto essenziale. I suoi “fossili domestici” nascono come riflessioni su tipologie di arredamento (la libreria, ad esempio) e prendono forma dal confronto con la materia e col fare.

In altri casi l’incontro fra designer e saper fare artigiano è il risultato di un percorso gestito da istituzioni. Venanzio Arquilla (Politecnico di Milano) cura da tre anni il progetto DEA che ha come obiettivo quello di favorire l’incontro tra designer e imprese artigiane. Come altri progetti promossi in altre realtà italiane, DEA scommette sulla possibilità di mescolare saperi diversi per innescare forme originali di innovazione di prodotto.

Anche Alessandro Molinari (Garage Design) fa questo mestiere sfruttando, però, le potenzialità della rete. Garage Design punta a mettere insieme designer talentuosi con aziende e artigiani. I progetti sottoposti all’attenzione della piattaforma sono valutati dal pubblico che ne decide il valore. Se “approvati” questi progetti diventano prodotti che Garage Design offre su commessa. Per il designer il vantaggio è quello di vedere il suo prodotto finalmente a catalogo con royalties sostenute. Per le aziende si tratta di un’opportunità di mercato senza rischi di magazzino.

Il problema che emerge in modo ricorrente dalle testimonianze degli autoproduttori è quello della proiezione commerciale sul mercato finale. I casi presentati spingono a pensare che, per prosperare, questi progetti hanno bisogno di pensare meno al dialogo con il consumatore finale – titubante rispetto ai costi elevati di un pezzo unico – e di intensificare gli sforzi verso l’impresa industriale e la grande distribuzione. Molti fra i prodotti presentati possono effettivamente essere pensati come prototipi da elaborare e industrializzare. Gli autoproduttori che si sono dati appuntamento a Bologna, insomma, possono essere pensati come un grande laboratorio di ricerca e sviluppo del sistema casa a livello nazionale. Un laboratorio cui le aziende italiane (e non) devono poter far riferimento per rinnovare il proprio prodotto. Una riserva a cielo aperto di creatività e di saper fare da valorizzare in uno schema di open innovation.

Stefano

ps. Quanto si avvicinano queste esperienze italiane ai modelli di open design che stanno imponendosi sulla scena internazionale? Esiste di certo uno scarto visibile fra la visione di una nuova rivoluzione industriale open à la Wired (di cui ha parlato Marco Bocola di Vectorealism) e molte delle proposte italiane. Sulle sovrapposizioni e sulla convergenza fra questi i diversi percorsi vale la pena riflettere (con calma) in un altro post.

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4 Responses to Autoproduttori e innovazione Made in Italy

  1. Ivano dicono:

    Ottima iniziativa! Peraltro organizzata in un territorio nel quale la gente ha una storica formazione alla cooperazione, indispensabile a mio avviso per competere efficacemente in un contesto globale.

    E poi, il “prodotto” (manifatture) è di fatto l’attore protagonista del mercato e di conseguenza anche della tanto acclamata (solo ora in certi ambienti) crescita economica, e chi meglio del designer potrebbe interpretare il relativo processo di innovazione industriale. Magari da queste iniziative ci si può accorgere che il designer potrebbe fare molto di più per l’innovazione di prodotto, e cioè andare oltre al design e ai modelli di utilità. Mi riferisco all’invenzione classificata come “di combinazione”, come ad esempio la “Turbina Eolica Orizzontale” proposta anni fa da Philippe Starck. Ampliare la professionalità e le competenze del designer verso l’invenzione ottenuta dalla combinazione di più elementi già conosciuti allo stato della tecnica, ritengo possa diventare la chiave di volta per realizzare quell’innovazione di prodotto necessaria a raggiungere una efficace crescita economica. Insomma l’invenzione industriale nel contesto della Proprietà Industriale, a differenza dei modelli e del design, offre la possibilità agli uomini del marketing di pianificare strategie efficati e performanti nel tempo. Concludo dicendo che: BENVENGANO QUESTO TIPO DI INIZIATIVE! 😉

  2. Alessandro dicono:

    Più si procede in questo ambito più, mi pare, che ci sia bisogno di termini nuovi. Non per il gusto del neologismo in sè (peraltro fastidioso), ma perchè mi pare che alcune parole (produzione, industria, artigianato) non siano più sufficienti a contenere nuovi significati. Forse come quando, ad un certo punto, nella storia è comparso il termine Design…

  3. Valentina Croci dicono:

    Grazie Stefano per la nota sul convegno e soprattutto per l’entusiasmo che hai dimostrato verso l’evento OpendDesignItalia.
    Grazie anche ai due commentatori. Più che di problematica terminologica, la questione si sposta sulla ridefinizione di distretto produttivo, sulla concezione di una catena allargata in cui il progetto si verifica a livelli diversi e sui concetti di distribuzione e consumo, che devono trovare altri paradigmi.
    Riguardo alla tua nota, Stefano, non sono sicura di un aspetto: non bisogna più rivolgersi a un mercato tradizionale di massa, e dunque alla grande distribuzione, ma pensare in termini di frammentazione del consumo, per il quale trova giustificazione anche la piccola serie, all’interno di un contesto globale.
    Ricette per adesso non ce ne sono. Solo esempi virtuosi che abbiamo cercato di mettere in luce, con la speranza di una diffusione virale. Come in rete.
    Valentina

  4. Elisa Barbieri dicono:

    Cari Stefano e Valentina
    Premettendo che mi ha fatto molto piacere conoscervi di persona e partecipare all’evento, trovo la proiezione del design autoprodotto come una grande laboratorio di ricerca e sviluppo molto molto affascinante…l’importante credo sarebbe farlo senza tendenze monopolizzanti da parte delle industrie, con trasparenza e libertà. In questo caso non solo le buone idee potrebbero diventare accessibili a chi cerca un prodotto meno standardizzato non solo il design fresco e giovane potrebbe trovare un canale di contatto con la massa, ma addirittura credo che – grazie a quella trasparenza onesta a cui facevo riferimento prima – potrebbe addirittura crearsi un’attrazione parallela per il prototipo, un mercato per il pezzo n° uno, imperfetto magari si, ma pregno di potnezialità, slanciato verso il futuro.
    Grazie ancora, un saluto, a presto, Elisa

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