Ulisse e le sirene nelle onde della politica italiana

Per ben tre decenni dopo la seconda guerra mondiale l’economia italiana è stata fra le più dinamiche al mondo. Fino agli anni ’70 è cresciuta ad un tasso del 5%, raddoppiando il reddito ogni 14 anni. Ha poi proseguito fino ai primi anni ’90 ad un ritmo del 3% annuo: in questo caso il reddito raddoppia in 23 anni, l’arco di una generazione. Dopo di allora l’Italia diventa il fanalino di coda dei Paesi Ocse e mutano sensibilmente le aspettative sul benessere: se nel 1991 i trentenni avevano un reddito pro-capite del 10% superiore agli over 65, oggi è inferiore del 25%. Anche in Germania subito dopo la caduta del Muro di Berlino i tassi di crescita rallentano. Tuttavia, nell’ultimo decennio la politica tedesca riesce a realizzare un complesso processo di riforme che porta ad una riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto e rilancia la competitività della sua industria sui mercati esteri. L’Italia rimane invece bloccata in una stucchevole discussione fra chi sostiene l’ineluttabilità del declino – a causa di imprese troppo piccole, settori troppo tradizionali, filiere troppo locali – e chi nega l’evidenza della crisi, attribuendo la responsabilità dei nostri problemi all’euro, alla Cina o alla speculazione internazionale. Entrambe le posizioni risulteranno alla prova dei fatti sbagliate. La prima, che ha albergato soprattutto a sinistra, perché non ha saputo riconoscere lo straordinario potenziale di crescita della piccola e media industria del made in Italy, travisando come problemi di competitività delle imprese i vincoli spaventosi che il sistema-paese impone a chi investe sullo sviluppo. La seconda posizione, molto più popolare a destra, ha sbagliato perché appellandosi in modo a-critico e demagogico alle virtù dell’operosità italiana, si è di fatto disimpegnata dall’intervenire sui gravi problemi interni, conservando quel sistema di rendite private e pubbliche che è la nostra principale palla al piede. Ma mentre il confronto politico non portava da nessuna parte, la spesa pubblica è continuata a crescere a ritmi superiori al Pil, esponendoci ai pericoli di una grave crisi finanziaria. Adesso è urgente mettere i conti a posto, ma non solo. E’ necessario rimuovere i tanti ostacoli che rendono difficile tornare a crescere: ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese, favorire gli investimenti in infrastrutture e in capitale umano, superare la cultura burocratica della pubblica amministrazione, fissare nuove regole per promuovere la concorrenza nei servizi, rinnovare il vecchio sistema di relazioni industriali a favore di un mercato del lavoro più flessibile e di un sistema di welfare più inclusivo.

Ma perché un tecnico come Mario Monti dovrebbe riuscire in ciò in cui ha fallito la politica di destra e di sinistra negli ultimi vent’anni? A ben vedere, non si tratta di sospendere la democrazia, quanto semmai di alzare lo sguardo oltre l’immediato per dare un futuro al Paese. Bisogna infatti rendersi conto che ci sono passaggi cruciali che bisogna attraversare con ferma determinazione. Come Ulisse che si fece legare all’albero della nave per non rispondere al canto delle sirene, anche l’Italia deve oggi legarsi alla razionalità economica e politica, senza prestare ascolto alle tante rendite che hanno finora frenato il cammino delle riforme.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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