I troppi debiti di un Paese in frantumi

Per quanto appaia cinico ammetterlo, le agghiaccianti immagini dell’alluvione in Liguria non ci hanno affatto sorpreso. Come un copione che si ripete da anni, ecco l’ennesimo disastro causato da un mix di cause in cui, tuttavia, l’incuria dell’uomo ha una parte rilevante di responsabilità. Adesso siamo qui a contare i morti e misurare i danni, alzando le nostre voci indignate contro gli amministratori che non hanno saputo governare un fenomeno tanto prevedibile. Ma quanti di noi avevano protestato contro i tagli di spesa per la difesa del suolo passati da 550 milioni del 2008 agli attuali 83? Quanti in passato erano scesi in piazza contro i numerosi condoni edilizi che hanno sanato scelte individuali irresponsabili che adesso tutti paghiamo? Certo, il dibattito politico sembra oggi avere altre priorità, in particolare come gestire l’enorme debito statale, i cui costi stanno mettendo in pericolo non solo i servizi pubblici, ma il funzionamento dell’intera economia nazionale. Eppure, i ricorrenti disastri ambientali sono lì a testimoniare che i “debiti” che l’Italia ha accumulato sono anche altri. Quello idro-geologico è un debito nei confronti del nostro territorio, che paghiamo puntualmente in termini di vittime e danni privati e pubblici. Dobbiamo perciò decidere se continuare a pagare il conto annuale in questo modo, o intervenire per tempo attraverso investimenti e nuove regole che riducano il rischio ambientale, cresciuto anche a causa dei cambiamenti climatici. Per fare questo dobbiamo tuttavia rinunciare a qualcos’altro, siano altre spese pubbliche, oppure la libertà di costruire dove e come vogliamo. Purtroppo, il debito idro-geologico non è il solo che in Italia stiamo sottovalutando. C’è anche il debito nelle infrastrutture di trasporto che cittadini e imprese pagano quotidianamente sotto forma di maggiori costi di mobilità e che si misura nelle strade congestionate (una stima del tempo perso porta ad un costo di 40 miliardi all’anno!), nella carenza di servizi ferroviari metropolitani (a Milano l’estensione della rete è un quinto di Londra, un terzo di Parigi, Mosca o Madrid), nell’isolamento dall’Europa delle nostre poche linee ad Alta Velocità. C’è anche un altro debito importante che siamo soliti dimenticare, quello del capitale umano, il fattore fondamentale per alimentare l’innovazione e accrescere la produttività. La quota di laureati sulla popolazione è in Italia metà della media Ocse, e questa distanza si sta riducendo troppo lentamente. Del resto, per ogni studente universitario in Italia di spende metà che in Germania e Francia, addirittura un terzo rispetto agli Usa. Inoltre, le imprese italiane non riconoscono ai laureati un adeguato premio salariale rispetto agli altri Paesi, soprattutto ai più giovani. Questo è dovuto anche ad un altro debito che in Italia abbiamo accumulato da tempo, quello pensionistico, i cui costi gravano maggiormente sulle generazioni che oggi si affacciano sul mercato del lavoro. Recenti calcoli sulle cosiddette “passività implicite”, cioè il valore attualizzato della differenza fra gli impegni futuri di pagamento delle pensioni e i contributi previdenziali, hanno messo in luce che con l’innalzamento delle aspettative di vita l’Italia non è affatto in equilibrio economico. Se non si interviene si rischia perciò di dover pagare un prezzo enorme alle decisioni irresponsabili prese in passato.

La situazione può sembrare tragica, ma non è affatto così. L’Italia può contare anche su grandi ricchezze – patrimoniali, storico-ambientali, imprenditoriali – con cui fare fronte ai debiti espliciti ed impliciti che finora ha accumulato. Ma deve tuttavia affrontare il debito più grave che ha di fronte, quello dell’incapacità di una classe politica che, nonostante sia la più pagata d’Europa, si sta rivelando a tutti i livelli fallimentare. Rinnovare questa classe non sarà affatto operazione semplice. Ma se vogliamo ridare una speranza all’Italia è da qui che bisogna partire.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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