Il ritorno della manifattura

Negli Stati Uniti si è da un po’ di tempo ritornati a parlare di manifattura e della sua centralità per la crescita e lo sviluppo economico. Non è né un dibattito improvvisato né frutto della nostalgia canaglia per i tempi eroici del fordismo. A sostenere questa tesi è infatti il gotha dell’intellighenzia americana e dell’imprenditoria più innovativa. Solo per citarne alcuni: Andy Grove, fondatore di Intel, Susan Hockfield, presidente del MIT e direttrice di General Electric, Gary Pisano e Willy Shih della Harvard Business School.

Dovendo sintetizzare i termini del dibattito, sono due le ragioni principali che inducono a riconsiderare la vecchia e tanto bistrattata manifattura: innovazione e lavoro. Cominciamo con l’innovazione. Il ricorso all’outsourcing su scala globale messo in pratica dalle corporation americane ha avuto sì il vantaggio di ridurre i costi di produzione (e quindi anche i prezzi al consumo) ma ha gradualmente svuotato le aziende di competenze che stanno a ridosso della produzione manifatturiera. Proprio queste competenze hanno un ruolo cruciale nell’alimentare i processi di innovazione. Non stiamo parlando di lavoro in catena di montaggio. Ma di ingeneri, tecnici, esperti e del loro know how, che non si improvvisa, ma richiede esperienza e grande applicazione. E’ una domanda che anche in Silicon Valley iniziano a porsi con sempre maggiore insistenza: se i nostri ingegneri migliori se ne vanno in Cina per seguire la produzione, saranno i Cinesi ad inventare i prodotti tecnologici del futuro? Forse è anche per questo che Apple ha deciso di rilocalizzare negli Stati Uniti la produzione del case in alluminio, uno dei componenti strategici per il design dei prodotti della mela morsicata.

Il secondo punto riguarda il lavoro. I servizi non sono in grado di assorbire la disoccupazione creata negli ultimi anni dalla delocalizzazione. Soltanto la manifattura consente di rappresentare una soluzione concreta al problema occupazionale su larga scala. Naturalmente nessuno pensa di riportare negli Stati Uniti la produzione a basso valore aggiunto oppure riesumare il mondo dei blu collar del secolo scorso. Si sta pensando di specializzare gli Stati Uniti nella produzione ad alto valore aggiunto in settori industriali quali il biotech, nanotech e le energie rinnovabili.

In Italia l’eco di questo dibattito si è già fatto sentire, con prese di posizione contrastanti e forse troppo ideologizzate. Da un lato entusiastiche adesioni (si veda Prodi) all’insegna della manifattura o il nulla per l’Italia. Dall’altro posizioni fortemente critiche nelle quali sostanzialmente si nega che la manifattura possa rappresentare un motore per la crescita italiana (si vada Giavazzi).

Al netto delle diverse posizioni, credo che il dibattito che si è aperto negli Stati Uniti possa essere molto utile per riflettere in modo più oggettivo sulle capacità competitiva del nostro paese. Stefano con il suo libro Futuro Artigiano ha messo ben in luce le potenzialità che le competenze artigianali hanno per garantire l’innovazione sul fronte della qualità e del design di prodotto nei settori industriali nei quali siamo leader. Certo il tempo dei distretti industriali è passato e non ritornerà. Ne possiamo pensare di far tornare indietro l’orologio della globalizzazione. Come italiani però possiamo partire dal software diffuso dell’intelligenza artigiana per rilanciare la nostra competitività. A patto di investirci seriamente come paese.

Marco

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3 Responses to Il ritorno della manifattura

  1. Giancarlo dicono:

    Ottimo post Marco. I rischi della de-industrializzazione dell’America erano già stati paventati diversi anni fa (Manufacturing matters di Cohen e Zysman!), quando le imprese della California cominciavano a sentire il fiato sul collo della Cina. In realtà, come tu stesso metti in luce, il tema ha un carattere più generale, poiché riguarda i processi di creazione della conoscenza. Ogni fabbrica è un luogo in cui si produce qualcosa e, allo stesso tempo, si sotto-produce (by product) conoscenza utile a migliorare prodotti e processi. Senza questa comunità di pratica, i processi di creazione della conoscenza sono più deboli. Tutto questo non può però eludere il problema della sostenibilità economica, che significa costruire metodi adeguati di misurazione dei “ricavi effettivi”, in grado di includere i benefici cognitivi di lungo periodo del manufacturing. Ecco una bella sfida per la nostra disciplina!

  2. LeoSorge dicono:

    Mi sembra che la fase di industrializzazione del software abbia tolto qualcosa alla competitività artigiana italiana. Adesso che il software è diventato (quasi) una commodity forse possiamo respirare un po’. Ma nel frattempo abbiamo tolto ai giovani la voglia di usare le mani fuor di tastiera, quindi è possibile che ci sia una (ri)partenza lenta. CHe ne pensate?

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