Nuova imprenditorialità contro il declino

“Turning Japanese”: con questo titolo in copertina l’Economist di inizio agosto anticipava la nuova fase di difficoltà dell’economia mondiale. Più che una recessione, uno scenario di stagnazione permanente, che l’economia nipponica conosce dai primi anni ’90.

Questo scenario può sembrare tutto sommato rassicurante. Il Giappone è pur sempre la terza economia al mondo dopo Usa e Cina, con un reddito pro-capite di poco inferiore alla Germania e un’aspettativa di vita superiore a tutti gli altri. Eppure c’è qualcosa di inquietante in questo destino di crescita zero, che sembra preludere ad un lento ma inesorabile declino in un mondo in cui le “economie emergenti” corrono molto più veloce.

Queste economie – Cina, India, Brasile e non solo – creano già oggi nel loro insieme il 50% della produzione mondiale, ma contribuiscono per l’80% alla crescita. E conteranno sempre di più negli equilibri finanziari e politici globali. Del resto, la crisi culminata nel 2008, e dalla quale ci eravamo illusi di essere usciti, è anche il risultato di un progressivo cambiamento nella geografia dello sviluppo. Nei Paesi ricchi gli squilibri commerciali che ne sono seguiti sono stati compensati, ad eccezione della Germania, con l’indebitamento estero. Si tratta di una semplice regola di bilancia dei pagamenti: se le importazioni superano le esportazioni, devono entrare capitali dall’estero per finanziare il deficit.

Negli Usa i debiti sono stati inizialmente privati, in Europa pubblici. Ma dopo tre anni di tentativi per scongiurare la depressione attraverso iniezioni di spesa pubblica, gli Usa hanno raggiunto nel debito sovrano i livelli europei, nonostante anche questi siano nel frattempo cresciuti. E insieme ci stiamo dunque muovendo in direzione del Giappone, il cui debito pubblico è il 220% del Pil. Con la differenza che mentre in Giappone questo debito è in gran parte in mano ai propri risparmiatori, non è così negli Usa, né in Europa, che dunque rimangono più esposti alla volatilità (e ai ricatti) dei mercati finanziari.

Come uscire da questa pericolosa spirale? L’unica strada è ridare fiato alla crescita. Il che significa soprattutto contare su una nuova capacità imprenditoriale di creare beni e servizi utili ad un mondo che non ha certo esaurito la sacrosanta domanda di benessere: energia, salute, assistenza, cultura, viaggi, sport, comunicazione, prodotti alimentari di qualità, beni per la persona e la casa, mobilità intelligente e tutte le tecnologie necessarie a tali produzioni. Se gli Stati hanno ormai finito le risorse a disposizione e, semmai, il costo dei debiti sovrani rischia oggi di frenare gli investimenti, non è certo così per l’economia privata e la società civile, che anche in Italia può contare su una ricchezza diffusa, frutto di risparmi di anni.

Per rimettere in moto questa ricchezza bisogna però liberare un’economia ingessata, nella quale lo Stato ha occupato troppi spazi di manovra e dove una burocrazia irresponsabile può mettere veti ad ogni passo. Ciò non significa rinunciare alle prerogative di uno Stato moderno – tutela dei beni comuni, rispetto dei diritti di proprietà, promozione dell’equità sociale e correzione dei fallimenti del mercato – ma per rimettere in moto l’economia bisogna innanzitutto dare più fiducia all’imprenditorialità della società civile. Altrimenti la svolta giapponese rischia di portarci verso il declino.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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