Economia e società del Nord Est: un modello a fine corsa?

Da più di dieci anni la Fondazione Nord Est presenta a luglio il suo rapporto sulla società e l’economia, cercando di coniugare analisi puntuali sulle dinamiche regionali con considerazioni politiche su prospettive e limiti dello sviluppo. Quest’anno la consueta presentazione è avvenuta in un clima di pesante incertezza. Non solo a causa degli attacchi della speculazione finanziaria, ma anche perché a tre anni dall’inizio della crisi, la ripresa dell’economia reale stenta ancora a consolidarsi. Il Nord Est ha pagato un prezzo molto alto alla crisi: nel 2009 la caduta del Pil è stata di oltre il 5%, mentre l’export, tradizionale punto di forza dell’economia, è crollato in un solo anno di 15 miliardi di euro, bruciando un valore corrispondente ai redditi di 400mila lavoratori. Nel 2010 e nei primi mesi del 2011 la situazione è migliorata, ma tuttavia non ancora al punto da tornare ai livelli pre-crisi. Anzi, calcolando il valore del Pil pro-capite a prezzi costanti, nel 2011 rimaniamo ampiamente sotto la soglia che avevamo raggiunto nel 2000. La tendenza è il progressivo allineamento alla media nazionale e l’allontanamento da quel nucleo di regioni più forti d’Europa con le quali eravamo soliti confrontarci. L’interrogativo di fondo è perciò diventato se sia oramai arrivata la fine del “fenomeno Nord Est”. Del resto, anche per un sistema regionale esistono dei cicli dello sviluppo, e lo slancio sociale che in un certo periodo storico scatena il processo di accumulazione non dura all’infinito. Possono inoltre venire meno anche le condizioni esterne che avevano favorito l’espressione del potenziale di crescita endogena. Nel caso del Nord Est dobbiamo rilevare come, a partire dagli anni ’90, si succedano tre shock esogeni che mutano in misura rilevante gli equilibri concorrenziali: la rivoluzione tecnologica digitale, l’entrata sulla scena mondiale delle economie asiatiche e l’affermazione del regime macro-economico dell’euro. Anche se molte imprese hanno cercato di reagire a questi cambiamenti, non si è tuttavia riusciti a tenere il passo di altri sistemi economici – come quello tedesco – che si sono trovati meglio attrezzati ad affrontare il nuovo scenario competitivo. Probabilmente, i meccanismi dello sviluppo si sono inceppati nel Nord Est anche per cause interne, in particolare come conseguenza della maturità anagrafica del ceto imprenditoriale e per mancanza di un adeguato flusso di ricambio. C’è tuttavia un aspetto che non deve essere sottovalutato: nell’economia moderna un ruolo chiave è svolto dalla politica, in quanto alcuni fattori fondamentali dello sviluppo hanno natura collettiva, o sono comunque il prodotto di investimenti istituzionali, come il capitale umano, le infrastrutture urbane e di comunicazione, la giustizia, la sicurezza, il welfare. Ma quale agenda politica ha oggi il Nord Est? Quali risorse sono state messe in campo per migliorare il sistema dell’istruzione e della ricerca? Quali iniziative concrete per creare moderne infrastrutture energetiche, ambientali e di comunicazione? Quali interventi sono stati presi per rendere più efficiente il sistema della giustizia e per assicurare un’adeguata assistenza all’estero alle imprese? Quali azioni per integrare la popolazione straniera arrivata negli ultimi dieci anni e favorire il suo contributo alla crescita economica e culturale del sistema regionale?

Una riflessione sulle difficoltà economiche del Nord Est dovrebbe partire anche da queste domande. Che non pongono tanto le solite questioni sui “costi” della politica, quanto sulle sue inadeguate “prestazioni”.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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3 Responses to Economia e società del Nord Est: un modello a fine corsa?

  1. Lorenzo G. dicono:

    Uno dei problemi per le piccole aziende del Nordest riguarda anche il fattore “fondamentale” delle risorse umane. Oggi è aumnetata la necessità di risorse ad alto potenziale (laureate e con esperienza), ma queste preiligono aziende strutturate che possano offrire percorsi di carriera coerenti. Il modello padronale non attira i migliori dipendenti; a meno che non si mettano sul piatto stipendi superiori, ma anche la disponibilità finanziaria per assunzioni di livello non rientra tra le caratteristiche attuali delle piccole realtà del NordEst. Ecco dunque un ulteriore vantaggio per le medio-grandi: maggiore domanda e maggior fidelizzazione dei dipendenti qualificati. Continuare a operare con risorse poco qualificate è oggi poco auspicabile, ma anche convincerle a investire la propria professionalità in realtà imprenditoriali padronali sarà sempre più arduo.

  2. Sergio dicono:

    @Lorenzo G.: Altrettanto difficile è convincere del tuo corretto ragionamento le stesse realtà padronali.

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