Futuro artigiano

Ieri sera ho presentato a villa Widmann nella Riviera del Brenta il mio libro “Futuro Artigiano – L’innovazione nelle mani degli italiani“. Dopo qualche “anteprima”, si è trattato della prima uscita ufficiale dopo la pubblicazione. L’occasione è stata la presentazione di Confartigianato del progetto Casa Artigiana, un’abitazione ecosostenibile realizzata da un consorzio composto da una quindicina di artigiani con competenze diverse nel mondo delle costruzioni.

Non è semplice comprimere un libro appena terminato in una mezz’ora. Lo è ancora meno fare una sintesi della sintesi nelle righe di un blog. Mi pare comunque che tre idee siano passate. La prima ha a che fare con la parola “artigianato“. Ci siamo abituati questa parola come sinonimo di piccola impresa e abbiamo dimenticato l’importanza da attribuire al lavoro artigiano come ingrediente essenziale della qualità manifatturiera del Made in Italy tanto nella piccola quanto nella media e nella grande impresa. In realtà, il rilancio del lavoro artigiano è essenziale per la competitività del nostro sistema industriale: per questo è necessario imparare a riconoscerlo dovunque esso si trovi.

Un secondo tema che ieri è emerso con forza è quello della complementarità fra lavoro artigianale e attività di tipo industriale. Per anni abbiamo giocato a contrapporre le due dimensioni: da un lato le regole dell’industria con le sue economie di scala e con una sua idea di qualità di prodotto; dall’altro il mondo dell’artigianato destinato a giocare le sue carte come semplice custode della tradizione. In realtà molta industria italiana comprende ancora oggi quote importanti di lavoro artigiano nell’ambito della manifattura in senso stretto, dello sviluppo prodotto, della personalizzazione e pure dell’innovazione.

Un terzo tema che ieri è stato affrontato riguarda lo specifico del lavoro artigiano come lavoro della conoscenza. Lavorare con le mani (oltre che con il cervello) richiede una sensibilità e un investimento in sapere specifici. Se l’intelligenza del knowledge worker si sviluppa principalmente in senso orizzontale (perché le conoscenze generali astratte servono prima di tutto a risolvere problemi di diversa natura grazie a metodologie che rimangono più o meno le stesse), l’intelligenza dell’artigiano si sviluppa in senso verticale attraverso l’investimento su uno specifico dominio di saperi, di pratiche e di conoscenza della materia. A questo proposito, non si tratta tanto di dire cosa sia meglio o cosa sia peggio in termini assoluti, ma di mettere a fuoco come combinare in modo economicamente sensato questi due ingredienti.

Il libro sviluppa questi tre passaggi prima di tutto attraverso la descrizione di una serie di casi di studio che consentono di guardare al lavoro artigiano in una prospettiva diversa. Sono casi di imprese più o meno note che hanno tutte in comune la capacità di pensare le competenze e i mestieri della nostra tradizione a scala globale. Quanto emerge da questo spaccato di Italia, è prima di tutto un tesoro di saperi e di intelligenza che, se portato davvero alla ribalta, potrebbe costituire la benzina per un processo di crescita economica e di rilancio culturale del paese.

Stefano

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5 Responses to Futuro artigiano

  1. Stefano dicono:

    Abbiamo fatto pure la paginetta facebook!
    http://www.facebook.com/pages/Futuro-Artigiano/111279315630557
    se fate like vi arrivano gli aggiornamenti!
    s.

  2. Fabio dicono:

    Ho letto con grande interesse il lavoro di Stefano. Tra gli altri aspetti di innovatività ho trovato il superamento, argomentato in modo convincente, della dicotomia tra produzione di massa e produzione artigianale. Superamento che va oltre le proposte di Piore e Sabel, che da un punto di vista diverso avevano tentato di suggerire una posizione intermedia, nel concetto di “specializzazione flessibile”. In questo paradigma la presenza di sistemi produttivi flessibili garantisce efficienza elevata e insieme una minore standardizzazione rispetto alla produzione di massa. Il “software” che governa le macchine (l’esempio più noto sono i sistemi a controllo numerico) è il simbolo di questo passaggio.
    Nella descrizione di artigianato “evoluto” presente in questo lavoro, dal mio punto di vista diviene protagonista quello che qualche neuroscienziato chiama il “wetware”: il cervello. Questo elemento rappresenta un livello ulteriore e decisamente più complesso del software, in grado innanzitutto di assorbire la complessità generata dalla quota più sofisticata della domanda di beni da parte del mercato. Non solo: il “wetware” artigiano, nella prospettiva complessiva della filiera, alimenta le possibilità di problem solving e consente di sviluppare il contenuto culturale e simbolico, aggiungendo valore al prodotto, con maggiore efficacia che nella logica del bene “standardizzato-accessoriato” realizzabile con la specializzazione flessibile di impronta industriale (di cui un esempio avanzato è il configuratore web della Fiat 500).
    Anche se in termini di pura analogia con l’evoluzione del ruolo artigiano, non va dimenticata la straordinaria circolarità virtuosa tra progressivo affinamento del sistema nervoso centrale, della vista e della capacità di manipolazione degli oggetti, base del processo evolutivo che ha condotto allo sviluppo del cervello umano e del pensiero simbolico.

    Dal punto di vista della conoscenza, condivido gli stimoli sulla formazione iniziale contenuti nel volume. Per quanto riguarda la formazione continua, come cambia l’esigenza di apprendimento nel passaggio dall’artigianato tradizionale alle forme descritte da Stefano? Oltre all’offerta di conoscenze codificate (ad esempio tecnico-scientifiche), che cosa può servire all’artigiano “evoluto”, che vuole “alzare la testa dal banco” come mi diceva un orafo qualche anno fa? Una prima risposta, parziale, è che probabilmente servano dei “link cognitivi” per aiutarlo ad esplorare porzioni di mondo, filiere e linguaggi non immediatamente contigui con i contesti praticati tradizionalmente dagli artigiani. Ancora, possono essere efficaci delle occasioni di incontro e di scambio, come quelle descritte nel volume, con una solida “regia” orientata all’agevolazione dell’apprendimento . Dal punto di vista metodologico, credo che la formazione continua abbia di fronte una sfida interessante se desidera supportare lo sviluppo della “maestria” e delle sue nuove competenze corollarie, anche nella prospettiva dell’efficienza (ovvero della riduzione dei tempi e dell’investimento richiesto per raggiungere e soprattutto mantenere nel tempo livelli di performances adeguati).

  3. Sergio dicono:

    Nella nostra azienda siamo in due. Una microazienda artigiana, dunque.
    Ci occupiamo di domotica. Scassiamo muri, posiamo cavi, ma anche integriamo sistemi e sviluppiamo software.
    Devo confessare che per noi questo libro è stato molto più che una analisi, per quanto condivisibile, del ruolo dei “makers” nel futuro industriale di questo malridotto paese. E’ stato molto più che una descrizione dell’artigiano evoluto in contrapposizione alla figura dell’artigiano che svolge la propria attività in modo inefficiente e non strutturato.
    Questo libro è stata una conferma e direi quasi una fonte di speranza.
    E’ stata la conferma che, seppur con tutti i limiti che le dimensioni aziendali impongono, siamo nel giusto quando dedichiamo tempo e denaro alla formazione continua, quando cerchiamo di organizzarci come un’azienda strutturata, quando cerchiamo di coniugare le potenzialità del maker con quelle del knowledge-worker.
    E siamo nel giusto quando cerchiamo collaborazioni e partnerships con aziende internazionali senza vergognarci di essere “piccoli”.
    E’ stato addirittura fonte di speranza scoprire che aziende basate sul saper fare possono ancora competere a livello globale, in una fase storica in cui sembra che la bulimia consumistica lasci spazio solo a chi è in grado di fornire il miglior prezzo, a scapito di una assenza di qualità sostanziale e di amore per le cose ben fatte che potenti marketing camuffano abilmente.
    Questo paese possiede una quantità sterminata di microimprese, una quantità sterminata di artigiani più o meno evoluti. Una quantità sterminata di “makers”.
    In quest’ottica si tratta di un capitale di risorse umane forse unico al mondo.
    E’ un capitale che andrebbe valorizzato e fatto crescere favorendone l’inserimento nei processi produttivi della media o grande impresa, mettendo le basi per lo sviluppo di modelli industriali vincenti come quelli di Geox o di Gucci
    E’, a mio parere, un processo culturale prima ancora che economico.
    Per questo è di fondamentale importanza, per cominciare, che si ricominci a parlare di artigianato come di una possibile opportunità, che ci si liberi dallo stereotipo dell’artigiano approssimativo, disorganizzato, praticone, modello da abbandonare acriticamente.
    Il contributo dell’analisi di Micelli in questo senso mi pare davvero particolarmente prezioso.

  4. Pingback: Futuro artigiano: l’Italia che sa fare | Cliclavoro Blog

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