Accoglienza dei profughi e politica dell’immigrazione

La gestione dei profughi libici lascia sbigottiti. Com’è possibile essere terrorizzati per poche migliaia di persone da accogliere, quando negli ultimi dieci anni sono arrivati in Italia quattro milioni di immigrati regolari? Si tratta di oltre mille persone al giorno, domeniche comprese! Anche nel 2009, l’anno più duro della crisi, i residenti stranieri sono aumentati di 343mila unità. E le previsioni demografiche fornite dall’Istat indicano che la tendenza è destinata a continuare al ritmo di almeno 200mila ingressi all’anno. Questi numeri fanno pensare ad un’invasione. Ma non è affatto così, perché i flussi in entrata nel nostro paese non riescono nemmeno a compensare le uscite per invecchiamento nella fascia d’età lavorativa. L’immigrazione è dunque un fenomeno che non possiamo più permetterci di ignorare o trattare in modo ipocrita. Gli stessi confronti internazionali rischiano di metterci nel ridicolo: non riusciamo a gestire 50mila rifugiati, quando la Germania ne ospita da sola quasi 600mila. Gli stranieri sono in Germania il 9% della popolazione totale, in Austria il 10%, in Spagna il 12%, in Italia il 7%. Certo, la velocità con cui l’immigrazione si è presentata da noi ci ha colti impreparati. Ma è anche vero che il ritardo con cui tale fenomeno è arrivato poteva darci qualche vantaggio. Invece, abbiamo evitato di guardare in faccia una realtà legata a cause profonde e destinata a creare rilevanti trasformazioni sociali. Un’analisi seria e documentata di questo fenomeno è fornita nell’ultimo numero della rivista Economia e società regionale, curato dal Laboratorio di ricerca sull’immigrazione dell’Università Ca’ Foscari. Ogni anno 200 milioni di persone al mondo cambiano paese e le stime dell’Onu segnalano per il futuro un aumento costante. Non ci sono solo le guerre a spingere le migrazioni dai paesi in via di sviluppo, ma anche i disastri ecologici e i cambiamenti nell’agricoltura, dove la combinazione fra crescita di produttività e protezionismo occidentale sta facendo più danni dei cambiamenti climatici. Ma ci sono anche potenti fattori di attrazione al Nord, come gli squilibri demografici e gli abissali divari economici.

Di fronte a questo fenomeno possiamo usare due atteggiamenti: chiuderci in una strenua difesa dei vantaggi acquisiti, alzando barriere politiche, militari e culturali di fronte al pericolo; oppure guardare all’immigrazione come una risorsa utile al nostro sviluppo economico e sociale. Questa seconda posizione non deve affatto essere confusa con un terzomondismo di maniera: l’immigrazione pone seri problemi di convivenza e anche di criminalità, che pesano in gran parte sui ceti popolari delle nostre comunità. Ma proprio per questo dobbiamo investire di più e meglio nella gestione di questo fenomeno. Con una più efficace selezione in origine (attraverso punteggi in base al profilo professionale dei migranti e ai loro comportamenti concreti), con un ruolo più attivo di scuola e università e con un impegno maggiore delle imprese, che finora hanno ricevuto molti vantaggi dai lavoratori immigrati. Ma, soprattutto, deve cambiare l’atteggiamento politico. In questi giorni il governo americano sta discutendo la riforma del sistema di ingressi degli stranieri. Nel suo messaggio, Barack Obama osserva che se gli Usa sono diventati il motore dell’economia mondiale e un faro per l’imprenditorialità innovativa, ciò è dovuto anche alla capacità di accogliere l’immigrazione. Obama ricorda che fra i rifugiati russi degli anni ’80 c’era un certo Sergey Brin, diventato poi il fondatore di Google. Un monito che deve farci capire come affrontare seriamente questo problema non è solo un dovere umanitario, ma anche nel nostro interesse.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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2 Responses to Accoglienza dei profughi e politica dell’immigrazione

  1. marco dicono:

    Sono d’accordo con te, ma mi sento di aggiungere che ci vuole anche un progetto paese, un’idea complessiva della società che stiamo costruendo e vogliamo costruire. Abbiamo bisogno di un nuovo patto fondativo, che consenta agli immigrati di sentirsi parte anche loro della nuova società che ci aspetta. Negli Stati Uniti il sogno americano è stato il grande collante che ha consentito agli immigrati di sentirsi davvero parte della società americana e impegnarsi al massimo per contribuire ad essa. Per quanto oggi questo sogno sia meno brillante che in passato, rimane comunque un elemento importante. Noi (Italiani) che sogno abbiamo?

    Marco

  2. Giancarlo dicono:

    Marco hai perfettamente ragione. Se c’è un’immagine del declino italiano è proprio questa incapacità di guardare al futuro. Così facendo, togliamo prospettive ai nostri giovani e non ne offriamo nessuna nemmeno agli altri. Forse a salvarci saranno ancora una volta le piccole imprese e l’artigianato del made in Italy. Da questo mondo dovrebbe arrivare un segnale chiaro e coraggioso, anche attraverso le associazioni e le scuole professionali. Ancora, però, non ho sentito nulla.

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