Politica contro economia

Magistratura e Scuola non sono gli unici fronti ostili per la politica italiana. Pure l’economia è sotto attacco. In questo caso l’offensiva è più sottile, ma non meno insidiosa. Anche perché su una serie di provvedimenti – fra cui spicca la riesumazione dell’IRI attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, la limitazione agli investimenti esteri nelle imprese nazionali e la fine della breve stagione delle liberalizzazioni – si sta manifestando una convergenza bi-partisan che deve seriamente preoccupare chiunque abbia a cuore la ripresa di un cammino di crescita economica dell’Italia.

Lo ha capito Emma Marcegaglia, costretta a lanciare una dura controffensiva al governo e chiamando a raccolta il sistema Confindustriale alle assise del 7 maggio. Sarà questo un appuntamento importante per ristabilire alcuni principi di fondo per lo sviluppo del nostro capitalismo imprenditoriale. Il pericolo è una deriva statalista che ha già fatto il suo tempo e i suoi danni: basterebbe ricordare l’enorme fardello del debito pubblico (oramai a 1.900 miliardi di euro), il pesante carico fiscale (che ha superato il 43% del Pil) e la modesta qualità dei servizi e delle reti infrastrutturali. Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare che lo scontro fra politica ed economia si stia consumando solo a Roma.

Anche in Veneto c’è di che pensare. Se, infatti, proviamo a stilare un’agenda per lo sviluppo regionale, ci si accorge quanto distanti siano i temi fondamentali dal dibattito politico locale. Uno di questi temi dovrebbe essere il sostegno alle medie imprese industriali, leader nei mercati internazionali su prodotti ad elevato contenuto di design e tecnologia. Queste imprese hanno per definizione una forte proiezione multinazionale: pensiamo a Benetton, Dainese, Diesel, Geox, Luxottica, ma in tutto il Veneto se ne contano 1.200, per un totale di quasi 100mila lavoratori impiegati nelle filiali all’estero.

Il sistema politico accusa da tempo tali imprese di delocalizzare la produzione in altri paesi e di mettere a rischio l’occupazione. In realtà, senza queste multinazionali il sistema industriale del Nordest sarebbe molto più povero, poiché la loro presenza è fondamentale nell’organizzare reti locali di fornitura e nella diffusione di cultura tecnologica e manageriale a beneficio di tutto il territorio. I loro investimenti all’estero non sono dunque una minaccia, quanto una leva fondamentale per la crescita del tessuto produttivo locale. Bisognerebbe, semmai, creare le condizioni per attirare altri investimenti e talenti dall’estero, favorendo nel nostro territorio lo sviluppo di funzioni a più alto valore aggiunto.

Qui sta un secondo tema cruciale per il Veneto: la creazione di uno spazio metropolitano che accresca le economie di scala per un terziario di qualità e aumenti il potenziale di accessibilità a servizi di rango elevato: aeroporti e nodi dell’alta velocità, università, centri culturali, ospedali specializzati, luoghi ad alto valore ambientale. Tuttavia, il sistema politico veneto non sembra avere questo tema in agenda e, salvo rare eccezioni, appare senza distinzioni di parte sempre più chiuso in un municipalismo asfittico e lamentoso, pronto a denunciare la scarsità di risorse finanziarie, ma guardandosi bene dal prendere decisioni coraggiose per razionalizzare quelle esistenti. Ad esempio, come si potrebbero impiegare le risorse (circa un miliardo di euro!) che le sette province venete gestiscono ogni anno nei loro bilanci? Oppure, quante risorse si potrebbero ottenere cedendo quote delle aziende pubbliche locali senza ridurre la qualità dei servizi?

Il Veneto è l’unica regione del Nord che non ha avviato una seria politica di aggregazione e quotazione in borsa delle utility locali. Nelle città della Lombardia, dell’Emilia Romagna e del Piemonte che invece hanno intrapreso questa strada, i servizi sono stati mantenuti e in molti casi migliorati, e le comunità locali hanno oggi a disposizione non solo delle realtà industriali degne di questo nome, ma anche più risorse per politiche sociali, ambientali e culturali.

In definitiva, un’agenda per lo sviluppo del Veneto che punti ad attirare imprese multinazionali, a creare un vero sistema metropolitano regionale e a liberalizzare e fare crescere industrialmente i servizi locali, sembra riscuotere nel sistema politico più ostilità che adesioni. Se anche in Veneto non vogliamo rassegnarci ad uno dei tassi di crescita più bassi d’Europa, è bene che gli attori sociali che credono davvero nello sviluppo facciano sentire più forte la loro voce.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Innovazione, Varie e taggata come , , , . Aggiungi ai segnalibri il permalink.

4 Responses to Politica contro economia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *