Luca Ricolfi sull'occupazione in Italia

Rilancio volentieri un articolo di Luca Ricolfi apparso oggi sulla Stampa.

“Giusto ieri l’Istat ha comunicato i dati definitivi sull’andamento dell’occupazione nel 2010, nonché i dati provvisori dei primi due mesi dell’anno. Ebbene, quei dati ci forniscono un quadro del mercato del lavoro tutt’altro che sorprendente per gli studiosi, ma in forte contrasto con molte credenze diffuse nel mondo della politica e dei media.

Proviamo a sintetizzare. Nei primi tre anni della crisi, ossia fra la fine del 2007 e la fine del 2010, l’occupazione in Italia è diminuita di circa 400 mila unità (senza contare la cassa integrazione). Quella variazione, tuttavia, è il saldo fra un crollo dell’occupazione degli italiani, che hanno perso quasi 1 milione di posti di lavoro, e un’esplosione dell’occupazione degli stranieri, che ne hanno conquistati quasi 600 mila.

Nel 2007, prima della crisi e dopo quasi vent’anni di immigrazione, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e mezzo, tre anni dopo erano diventati 2 milioni 145 mila, quasi il 40% in più. Un boom di posti di lavoro nel pieno della più grave crisi dal 1929.

Come è possibile? In parte lo sappiamo: gli italiani, pur non essendo molto più istruiti degli stranieri regolarmente residenti in Italia, non sono disposti a fare tutta una serie di lavori che gli stranieri invece accettano. Ma questa non è una novità. La novità è che durante la crisi l’occupazione straniera è esplosa, e continua a crescere a un ritmo elevatissimo. Anche nell’ultimo anno, con i primi timidi segnali di ripresa, gli italiani hanno perso qualcosa come 166 mila posti di lavoro,

mentre gli stranieri ne hanno guadagnati ben 179 mila (+9,1%).

È possibile che una parte dei nuovi posti di lavoro siano state semplici regolarizzazioni, soprattutto relative a «badanti» già occupate. Ma questo meccanismo può spiegare solo una parte dell’aumento, visto che – nonostante la drammatica crisi dell’edilizia – l’occupazione degli stranieri maschi è aumentata di quasi il 30% in soli 3 anni, e continua ad aumentare anche in questi mesi.

La realtà, forse, è un’altra, più difficile da digerire per noi italiani. Nella crisi, il nostro sistema produttivo è diventato ancor meno capace di prima di generare posti accettabili per gli italiani. È per questo che gli immigrati regolari stanno lentamente, ma implacabilmente, diventando uno dei segmenti più dinamici e attivi della società italiana, come mostrano l’andamento del tasso di disoccupazione (in calo per gli stranieri ma non per gli italiani), il contributo al Pil, il valore delle rimesse verso i Paesi d’origine, il moltiplicarsi in ogni parte d’Italia delle partite Iva e delle micro-imprese gestite da immigrati: negozi, bar, officine, aziende di trasporti e di servizi. È triste ammetterlo, ma gli stranieri occupati in Italia sono diversi da noi non già perché «loro» sono meno istruiti e meno ricchi, ma perché somigliano a quel che noi stessi eravamo negli Anni 50: un popolo uscito da mille difficoltà e determinato a conquistarsi un futuro a colpi di sacrifici e duro lavoro.”

qui il link all'articolo completo su La Stampa

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11 Responses to Luca Ricolfi sull'occupazione in Italia

  1. Sto leggendo “il bene comune, economia per un pianeta affollato” di J.Sachs, viene dopo “la scommessa della decrescita” che in tempi non sospetti questo blog ha raccontato. L’idea che mi faccio è quella di un’economia occidentale in pesante imbarazzo stretta tra l’ascesa dei paesi emergenti (che ormai definirei emersi) e la riconfigurazione dei nostri territori, delle nostre giornate, delle nostre vite. Mi chiedo se il tema debba continuare ad essere “come mantenere la leadeship” difendendo l’indifendibile o se sia invece più sensato pensare a “come gestire il cambiamento”. La visione che questi autori danno è cristallina e inquietante: il mondo occidentale non può accettare un break even point che sancirà il sorpasso in tutti gli indicatori (incluso il discutibile PIL) delle nuove economie su Stati Uniti ed Europa, la guerra è spesso la risposta di paesi “offesi” a dinamiche in realtà più grandi di noi che ci raccontando un rapido cambiamento che forzatamente non amiamo. Mi colpisce l’impotenza con cui dobbiamo prendere atto del futuro “da parte destra della classifica” che ci attende, mi chiedo se ha senso fare spettacolo su un palco che ormai pochi si filano e in futuro nessuno si filerà più. Di fronte all’iperbolica potenza del cambiamento quale sarà il nostro ruolo? Se la reazione italiana e mondiale ai nuovi flussi e ai nuovi poteri sta nella specializzazione e nelle nicchie ben venga, ma se siamo di fronte ad un malcelato impigrimento e andiamo sedendoci sul nostro destino ormai segnato, beh allora è il caso di farsi delle domande. L’approccio da “deal hunter” (in economia free rider?) porta ad un pensare ed agire egoistico lasciando il nostro paese al suo destino (ed il fatto di migrare a nostra volta potrebbe essere una soluzione), la reazione ed il ripensamento dell’offerta italia invece passano da molte variabili contro le quali davvero fatico a credere possibile un intervento, dalla politica in giù

    Al solito, ottimo post

  2. Stefano dicono:

    giorgio
    non ho letto sachs.
    mi limito a porre un tema generazionale che mi (ci) sta molto a cuore.
    in un mondo che campa di pensionati (che si lamentano degli immigrati ma che non hanno nessuna intenzione di farsi ridurre la pensione) e immigrati (che pagano le pensioni ai pensionati lavorando nelle nostre imprese) che ci fanno i laureati che hanno creduto alle profezie di richard florida e al luminoso futuro della classe dei creativi?
    la domanda me la pongo senza nessuna ironia.
    s.

  3. Patrick Madiona dicono:

    Mi sembra che l’incapacità di generare posti di lavoro accettabili, che principalmente dipende dalla mancanza di investimenti e di strategie economiche pubbliche, è attribuibile anche alla scarsa diffusione di una cultura digitale; questo lo riscontriamo soprattutto nel turismo, che potrebbe essere uno dei settori di punta della nostra economia e che invece ci vede in declino rispetto ai competitors.
    La Regione Toscana nell’analisi del contesto del settore turistico, nel documento programmatico per il 2011, ha riscontrato “un cattivo impiego delle risorse, cattiva circolazione delle informazioni, dispersione delle risorse finanziarie, scarsa innovazione ed efficacia delle azioni promozionali”.
    Pur vivendo in una regione che ha delle politiche all’avanguardia registro grosse difficoltà nell’assimilazione dei cambiamenti da parte di molte PMI e amministrazioni locali.

    http://www.visitmaremma.org/2011/04/02/meno-euro-piu-neuroni/

  4. Thomas dicono:

    Non lo so Professor Micelli cosa stiano facendo tutti, ma magari qualcuno di loro sta lavorando per migliorare le cose. Che ne so, spingendo per la sperimentazione di corsi di lingua e cultura cinese a partire dalla scuole superiori, cercando di promuovere l’avvio di una “start-up Italia” da realizzarsi sempre negli istituti superiori, o lavorando a un programma di borse lavoro per neo dottori di ricerca da inserire nelle imprese del territorio. E i docenti che hanno formato quella classe di creativi, cosa stanno facendo?

  5. Stefano dicono:

    sono convinto che ci siano molte persone che stanno lavorando per migliorare le cose. io stesso penso/spero di essere in questa lista. il fenomeno descritto dai dati istat sembra però di un ordine di magnitudo superiore a ciò che ciascuno di noi può pensare di contrastare. difficile che la buona volontà dei singoli possa ovviare a grandi cambiamenti di sistema. (con tutto che senza i singoli di buona volontà non si va da nessuna parte).

    quello che dice patrick mi pare emblematico. abbiamo scommesso sul digitale, ma senza crederci fino in fondo. abbiamo ragionato su settori come quello del turismo e della cultura senza davvero innescare qualcosa di diverso.

    ora scopriamo che funziona il made in italy ma che a lavorare nelle aziende industriali ci vanno gli stranieri.

    la mia impressione è che o iniziamo a investire seriamente su qualche elemento di discontinuità nel nostro sistema economico oppure accettiamo quello che siamo, ovvero una cultura manifatturiera che ha bisogno di un sacco di gente che lavori con le mani. il che significa riflettere sui nuovi lavori artigiani e operai.
    direi che le due azioni potrebbero pure essere messe in moto congiuntamente.

  6. Il vero elemento importante di questa interessante discussione sta a mio avviso nella presa di coscienza del fatto che ne i singoli ne un collettivo possono da soli cambiare le cose. Siamo testimoni di un macro-cambiamento che ci vede prima osservatori che attori e solo dopo aver capito e accettato che non abbiamo e avremo modo di sfogare il nostro etnocentrismo potremo iniziare a ragionare. la via del “paese bomboniera”, visto che solo in parte si può emulare Venezia, mi sembra la più pratica, rapida e percorribile. E tutto sommato quella in cui ci stiamo anche muovendo meglio (citate il digitale, qui quello che sta facendo l’Umbria http://marketingarena.it/2011/04/04/i-blogger-tour-come-tendenza-di-promozione-turistica-il-caso-umbriaontheblog/), personalmente l’idea di vivere all’Italia in miniatura con i Tunisini agli argani e i cinesi e gli indiani (ricchi) ad osservare quella che un tempo era la patria dei fasti anche industriali (e oggi è la patria degli inventori dell’algoritmo di google, progetto rifiutato in italia perché senza base teorica robusta http://maurogarofalo.nova100.ilsole24ore.com/2008/12/linventore-ital.html) non mi emoziona, mi piacerebbe vedere il mio paese leader nell’innovazione, nella ricerca, nel turismo e nella tecnologia, negli asset intangibili, nel design e magari anche nel recupero dell’artigianato. La sensazione però è quella che ogni sforzo sarà spazzato via dalla congiuntura, dal “vento” che tira verso altre zone, siamo sicuramente destinati ad essere confinati, anche cadere in piedi potrebbe essere un’abilità

  7. marco dicono:

    credo valga la pena porre la questione che solleva ricolfi, e che viene giustamente ripresa nei commenti, lungo una prospettiva più ampia. la crescita (o per meglio dire l’effetto sostituzione) dell’occupazione a bassa qualificazione (lavori per cui in teoria non serve una laurea) è un “problema” che riguarda tutti i paesi sviluppati e non solo l’Italia. negli stati uniti ad esempio si è da tempo aperto un dibattito su questo argomento che ha visto interventi qualificati da parte di krugman e altri. questi interventi sostanzialmente sottolineano la crescete difficoltà anche nel mercato americano di trovare una corrispondenza tra percorsi di studi e lavoro. soprattutto per quelli più qualificati, proprio la tanto evocata “classe creativa”. situazione destinata ad aggravarsi in futuro almeno secondo le previsioni della Georgetown University Center, di cui Giancarlo ha dato conto in un bel post per questo blog. previsioni che segnalano una crescita molto forte delle professioni alla base della piramide del lavoro. paradossalmente per gli stati uniti il problema è ancora più grave rispetto all’Italia visto che gli studenti per ottenere una laurea normalmente si indebitano e trovano crescente difficoltà a ripagare il debito nel tempo visto la scarsa coerenza tra laurea a lavoro.

    detto che il problema è sostanzialmente globale (almeno per i paesi più sviluppati) credo che un ragionamento specifico per l’Italia vado fatto. parto dal settore che forse conosco meglio: il design. su questo fronte abbiamo fatto scuola con il nostro made in Italy. mi domando però perchè non abbiamo saputo trasformare tutto questo know-how non solo in prodotti ma anche in servizi ad alto valore aggiunto. le più note e importanti società di consulenza design based sono tutte americane (ideo, design continuum, ecc.). altro esempio: avevamo due tra le scuole del design più rinomate e importanti al mondo: domus academy e il naba. le abbiamo entrambe vendute agli americani. fatte tutte le debite proporzioni è come se gli americani pensassero di vendere harvard ed il MIT ai cinesi.

    difficile poter pensare di competere se non crediamo ad un futuro oltre il made in Italy e vendiamo asset strategici.

    marco

  8. Ci sto, Marco. E rilancio in virtù della nostra chiacchierata telefonica il tema a noi caro del “giardiniere 2.0”. Poniamo il caso: una ditta che fa giardini, bella, avviata, profittevole, una figura che ha studiato comunicazione e marketing (per non fare i giardini), si impegna e provo nel digital, nel knowledge management e dopo 3 anni torna ai giardini, perché lo fa?

    Secondo la tua interessante riflessioni forse l’errore è concettuale ed è nella discontinuità che abbiamo venduto e sostenuto a questo studente, gli abbiamo detto che se vuole fare web marketing il suo cliente elettivo sarà L’Oreal, gli abbiamo raccontato il crowdsourcing di Procter&Gamble, gli abbiamo raccontato anche Lago, ma gli abbiamo raccontato solo Lago e pochi altri perché questi Outliers sono davvero pochi..

    Stefano parlava ad un seminario, e mi ha colpito, della difficoltà di scaricare a terra il valore che il mondo digitale può indiscutibilmente generare. Ora osserviamo un calo della domanda di capitale intellettuale nel nostro paese, un aumento dell’offerta ed un declino delle eccellenze. Se la fase 1 è la crescita nei settori primario e secondario (e la Cina è da 10/20 anni fuori da questa fase?), la fase 2 sono 20/40/50 anni di crescita nel terziario, quale è la terza fase? Come dobbiamo e possiamo ripensare il nostro futuro? La soluzione che proponi è interessante, mi sembra però si torni alla necessità di meritocrazia ed eccellenza, ma io per primo aggiungo qui l’elemento sociologico che vede me come molti attaccato al territorio e poco attirato da due anni negli stati uniti ove magari migliorare le mie skill, ma chi me lo fa fare? La grande differenza coi nostri pari stranieri è anche culturale, sociologica, formativa

    Un ulteriore elemento su cui ragionare

  9. Stefano dicono:

    devo a bruno anastasia qualche numero illuminante sul problema dell’occupazione dei giovani laureati italiani.

    oggi il blocco che include la PA, l’istruzione e la sanità vale un terzo dei posti di lavoro dei laureati italiani occupati under 40 (600.000 su 1,8 milioni); se si aggiungono gli altri liberi professionisti (oltre 200.000) si arriva alla metà degli sbocchi dei laureati.

    entrambi questi sbocchi hanno forse già dato il meglio di sè negli anni passati. difficile che ritornino i fasti di un tempo.

    si capisce allora il perché della pressione sui mestieri “creativi”: ci sono un sacco di persone che competono per i pochi posti/progetti disponibili. va da sé che se l’offerta aumenta a parità di domanda (o con domanda in contrazione), i salari calano.

    proprio perché il blocco dei mestieri tradizionali oggi condiziona il futuro dei nostri laureati, i progetti per un paese più digitale, o per un turismo più innovativo o per una cultura più valorizzata dovevano essere presi più sul serio. soprattutto da un governo di impianto liberista meno propenso a rilanciare sulla spesa pubblica.

  10. Giancarlo dicono:

    Arrivo tardi in questa bella discussione e non vorrei portare fuori tema. Ma credo ci siano altre due questioni da tenere presenti. La prima è la qualità mediamente più bassa dei servizi in Italia, sia pubblici che privati, che limita lo sviluppo della domanda e crea maggiore concorrenza dall’estero. Esempi sono utilitiy, logistica, turismo, comunicazione. L’occupazione su questi settori potrebbe salire molto, e invece, a causa di un’offerta frammentata, stiamo perdendo terreno. La seconda questione è l’effetto sulla domanda di lavoro generata dall’immigrazione già presente in Italia: metà dei permessi di lavoratori stranieri viene oggi da imprese di stranieri, che in questo modo creano le condizioni per una migrazione legale! Il processo tende perciò ad autoalimentarsi, e non sono da escludere fenomeni patologici, se non criminali. Bisognerebbe tenerne conto.

  11. Eleonora dicono:

    lascio il link ad un articolo di Dario Di Vico in cui si discute del futuro dei giovani italiani e del rapporto con il lavoro manuale: http://www.corriere.it/editoriali/11_aprile_19/divico-ragazzi-italiani_1596c830-6a46-11e0-9c18-e3c6ca1d1dc5.shtml

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