I servizi hanno un futuro in Italia?

Si parla spesso di terziarizzazione dell’economia e del ruolo dei servizi nella competitività di imprese e territori. In particolare si ritiene che i servizi avanzati alle imprese – quelli che gli studiosi chiamano servizi ad alta intensità di conoscenza o KIBS (knowledge intensive business services) – contribuiscano in modo determinante a supportare l’innovazione di grandi e piccole imprese e a sviluppare l’occupazione, soprattutto a scala metropolitana. Ma che tipo di imprese sono i KIBS? Il fatto che offrano servizi – per di più intangibili (design, ingegneria, consulenza, informatica, ecc.) – fa di loro una categoria “speciale” rispetto alle imprese manifatturiere? Per rispondere a queste e altre domande si è svolto a Padova il 18-19 marzo un workshop internazionale che ha raccolto i principali ricercatori che da anni si occupano di KIBS.

La discussione è stata molto attiva e per niente scontata. Segnalo alcuni punti interessanti. I KIBS contano oggi uno sviluppo soprattutto nelle aree metropolitane e nei paesi più centrali dell’Europa (dalla Gran Bretagna, passando per Francia, Benelux, Germania, Italia). Dal 1999 al 2007 i servizi alle imprese nell’Europa a 27 sono cresciuti in termini di occupazione del 50%, con diverse specializzazioni per paese.
Molte di queste imprese sono tutt'altro che locali

e sono capaci di superare il proprio mercato regionale, anche attraverso una vera e propria strategia di internazionalizzazione. La prossimità con il cliente conta, ma soprattutto quando si devono sviluppare progetti complessi, altrimenti l’investimento sull’organizzazione (più sedi) e sulle tecnologie (il CRM) può colmare la distanza e supportare buone performance. Sono comunque imprese di micro o piccole dimensioni e il processo di sviluppo dimensionale è un passo tutt’altro che semplice, che richiede uno specifico approccio imprenditoriale. Allo stesso tempo il bilanciamento tra standardizzazione (per aumentare l’efficienza interna) e personalizzazione del servizio costituisce un importante dilemma che le imprese devono risolvere.

Quale politica per i KIBS? Soprattutto, ci vuole veramente una politica orientata ai KIBS? Sono state fornite tre buone ragioni per sostenere una policy per i KIBS 1) ruolo nell’innovazione, 2) settore dinamico sul fronte occupazionale 3) sviluppo per le regioni; e tre ragioni per non avere una policy: 1) elevata natalità e mortalità 2) difficoltà di misurarne gli impatti 3) opzione “secondaria” di investimento in politica industriale. Nel caso italiano mi sembra che prevalga il secondo orientamento, ma se le imprese di servizi vorranno darsi un ruolo dovranno farlo aumentando la loro visibilità e mostrando in modo più netto quali sono i benefici per il sistema in cui sono inserite.

Eleonora

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6 Responses to I servizi hanno un futuro in Italia?

  1. vladi dicono:

    Eleonora, puoi spiegare meglio le ragioni di chi sostiene che l’elevata nati-mortalità è un buon motivo per non avere una policy? Penserei il contrario, laddove la mortalità fosse espressione di una vivace esplorazione imprenditoriale di frontiere ‘nuove’. Start-up e cessazioni potrebbero generare esternalità liberando competenze, risorse e tecnologie utili oltre a selezionare modelli di business e strategie sostenibili a termine (si impara dagli errori).
    Di mio mi vien da pensare che non c’é dubbio, servono le politiche, semmai c’è da capire di che tipo.

  2. Eleonora dicono:

    Concordo con te riguardo al tema nati-mortalità, ma come specifichi anche tu riguardo al tipo di ricadute, se ci pensi queste in parte sono difficilmente misurabili. L’idea proposta da Muller e Zenker nel loro intervento in questo caso è che in termini di policy queste non abbiano un reale visibile impatto e quindi sono poco interessanti per i policy maker che le promuovono (dire che hai promosso la nascita di tante nuove imprese, ma poi molte di queste sono morte può non essere molto allettante come messaggio… anche se è ovviamente un approccio un po’ miope e riduttivo del problema)

  3. Ivano URBAN dicono:

    Gentile dott.ssa Eleonora, ho letto con molto interesse il suo post. Purtroppo non ho potuto partecipare all’importante meeting che si è tenuto a Padova e mi chiedevo se poteva aggiungere qualche altra considerazione relativamente agli “Italian KIBS”. Tra questi è stato indicato anche il “design”, settore in cui opero da qualche anno proponendo in particolare concept relativamente a prodotti fisici innovativi ma senza ottenere un “successo conclamato”. Insomma, un “Italian KIBS” che è ancora senza arte e ne parte…

    Mi sembra di aver capito che lei fa ricerca universitaria indirizzata in questo particolare e per me avvincente ambito, e mi chiedevo se potrebbe farmi/ci qualche esempio e/o darmi/ci qualche indicazione di aziende o soggetti italiani che sono riusciti a ottenere dei risultati positivi nel settore dei “KIBS”? Sarebbe utile avere informazioni in tal senso, più che altro per evitare degli irrimediabili errori a quei giovani manager che volessero inserirsi in un così difficile settore. Grazie

  4. Eleonora dicono:

    @Ivano. Posto che non esiste un’unica ricetta “ottima” per avere successo sul fronte dei servizi, sul fronte del design e della comunicazione in Veneto (cfr. altro post su FD http://www.firstdraft.it/2010/12/12/i-nuovi-servizi-in-un-veneto-che-cambia/) abbiamo visto che esistono due modi diversi di fare impresa “KIBS”. Un primo riguarda una proiezione del mercato sostanzialmente regionale, con un più limitato investimento sul fronte delle tecnologie (CRM), nel brand e nella proprietà intellettuale (vedi registrazione brevetti o disegni). Si tratta di imprese che giocano soprattutto sulla prossimità geografica e sulla conoscenza informale (meno brand) il proprio business, comunque con buoni successi di crescita. Un secondo modello invece è – per approccio imprenditoriale – più aperto ad un mercato nazionale (e internazionale), che vuol dire un maggior investimento sul fronte del brand (reputazione), delle tecnologie per la gestione delle relazioni a distanza, della codificazione delle conoscenze interne da utilizzare nelle relazioni con i propri clienti. Non viene meno l’intensità del contatto con il cliente, ma lo si fa spostando persone e usando il CRM. Sono questi KIBS “nazionali” mediamente più grandi dei primi, ma non necessariamente più produttivi. In entrambi i casi non viene meno la personalizzazione del servizio, solo che cambia il modo di erogarlo e i processi (più strutturati nel secondo caso) che ne stanno alla base.

  5. Ivano URBAN dicono:

    Eleonora, sono d’accordo. Tutto coincide anche con il novero delle mie considerazioni frutto ovviamente di un processo esperienziale svolto nella qualità del KIBS primo modello da lei indicato. Adesso non so se li ho incontrati tutti io (…), ma, per quanto mi riguarda, le esperienze fatte con gli industriali che ho incontrato sono state alquanto deludenti e del tutto negative. Insomma, per dirla in due parole, questi ultimi tendono a scaricare la gran parte del rischio d’impresa al KIBS proponente un nuovo progetto di innovazione industriale: pretendono studi di fattibilità completi senza rendersi conto che sono molto costosi; si spaventano quando sentono che la gestione della proprietà industriale, per esempio di un brevetto di invenzione, può costare dai 50.000 € in ambito europeo ai 100.000 € a livello internazionale; danno l’impressione di equiparrare il pagamento di royalties (mediamente il 3% dei ricavi ottenuti con l’implementazione industriale dell’innovazione proposta) a un furto; quando gli sottoponi un conto economico relativamente ai costi da sostenere in ingegnerizzazione, prototipazione e iter di certificazione del nuovo prodotto ti scambiano per pazzo; e poi, la cosa che mi manda in bestia, quando gli sottoponi delle analisi sulle potenzialità commerciali relative al nuovo prodotto ti dicono: ma siamo sicuri che poi si vende?? (ma testa di c….. ti ho proposto una innovazione quindi, in quanto tale, è ovvio che prima di pianificare una strategia di marketing definitiva la devi testare sul mercato). Insomma, per effetto della metafora della volpe e l’uva, i “designers KIBS” rischiano di passare per gente con qualche rotella fuori posto…

    Eleonora, ormai che c’è, le sarei grato se ci fa anche qualche nome di KIBS che è riuscito a far ragionare e convincere un industriale a investire in un progetto di innovazione industriale nuovo ed originale. Thanks

  6. Eleonora dicono:

    Per gli interessati, i materiali della conferenza sono stati pubblicati sul sito di Evoreg (in collaborazione con E. Muller e il Fraunhofer ISI): http://www.evoreg.eu/downloads.php?cat=coki&lg=en

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