Il talento è sopravvalutato

“Il discorso del Re”, il film di Tom Hooper vincitore di 4 premi oscar, merita di esser visto perché, oltre ad essere bellissimo, ha molto da dirci su uno dei temi chiave del recente dibattito economico: il talento. Portato alla ribalta dal celebre libro di Richard Florida sulla “creative class”, il talento è oggi diventato un concetto passe-partout che viene utilizzato spesso per giustificare i differenziali di performance economiche di nazioni, regioni ed imprese. Irene Tinagli, ad esempio, nel suo libro “Talento da Svendere”, sostanzialmente sostiene che in Italia c’è meno talento di quello che normalmente pensiamo (pur autodefinendoci un paese creativo) e anche quando questo talento esiste non viene spesso valorizzato per mancanza di meritocrazia.
Queste analisi poco ci dicono però su che cosa sia effettivamente il talento e quali siano gli elementi che favoriscono il suo sviluppo. Il film, qui, ci può essere d’aiuto. “Il discorso del Re” racconta la storia, realmente accaduta, di Giorgio VI di Inghilterra, il monarca balbuziente. Come è intuibile Giorgio VI era tutt’altro che un talento come oratore. Un problema non da poco per un Re che non solo deve dimostrare doti di comando e di fermezza ma deve saper toccare le emozioni della nazione e ispirare il proprio popolo. Accade però, come ci mostra il film, qualcosa di sorprendente. Non solo Giorgio VI riesce a domare la bestia della balbuzie ma i suoi discorsi radiofonici contribuiscono, assieme a quelli di Churchill (anche lui affetto da forti problemi di pronuncia) a tenere alto il morale degli inglesi durante il difficile momento della seconda guerra mondiale. Come ci è riuscito? Con molta (dura) pratica e attraverso la guida di un logopedista australiano, Lione Logue. Una qualità oratoria che si è costruita per gradi attraverso la ripetizione (quasi ossessiva) e la disciplina del Re e i consigli e gli stimoli del suo coach. E’ solo fiction? Non secondo Geoff Colvin, senior editor di Fortune, e autore del bestseller “Talent is Overrated” (Il talento è sopravvalutato). La tesi fondamentale del libro, che si basa su una solida letteratura scientifica, è che il talento è tutt’altro che un “dono naturale” ma è il risultato di un lungo, faticoso e continuo processo di apprendimento specializzato all’interno di una disciplina. Colvin chiama questo processo deliberate practice (che potremmo tradurre con pratica intenzionale) per distinguerla dall’idea di quella pratica un po’ alla buona che tutti noi conosciamo quando nel week-end ci improvvisiamo calciatori (tennisti, musicisti, ecc. scegliete voi una disciplina). La pratica intenzionale è infatti orientata al miglioramento continuo delle performance, richiede un metodo preciso che consente di far emergere i difetti (attraverso spesso l’aiuto di un allenatore), una forte ripetizione, elevata concentrazione e soprattutto ha bisogno di tempo. L’autore, citando una ricerca di Herbert Simon, calcola in 10 anni il tempo minimo necessario, attraverso la pratica intenzionale, per poter iniziare a mostrare i primi segni di eccellenza in una determinata disciplina.
Se prendessimo per buona la tesi di Colvin, le implicazioni sul nostro modo di pensare e valorizzare il talento non sono sarebbero poche. A cominciare dall’università, che per mandato istituzionale dovrebbero produrre talenti, e del modello ormai ultrarapido e un po’ a minestrone delle lauree triennali. Per continuare con le imprese che non possono limitarsi ad assumere genericamente delle persone talentuose ma devono garantire le condizioni per lo sviluppo del talento nel tempo. Il mondo del lavoro e della formazione è davvero pronto a questo cambiamento?

Marco

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