I Distretti industriali rialzano la testa

Il Servizio Studi e Ricerche di Intesa-San Paolo ha da poco diffuso il Rapporto annuale “Economia e Finanza dei Distretti industriali”. Dopo due anni di crisi nera, i distretti sono finalmente tornati a vedere la luce. La ripartenza è tuttavia ancora lenta e disomogenea. Per il 70% delle imprese il fatturato del 2010 è ancora inferiore al 2008, e solo nel 2012 si prevede di recuperare i livelli pre-crisi. Inoltre, il segno positivo nella variazione media del fatturato si presenta con una forte dispersione dei risultati: a fronte di un nucleo di imprese che vanno molto bene (il 20% cresce oltre il 10%), altre continuano invece a perdere terreno (il 15% ha ancora margini negativi).

La crisi, com’era prevedibile, non è dunque stata neutrale, ed ha accentuato il fenomeno dell’eterogeneità fra imprese che alcune ricerche avevano evidenziato anche prima della crisi. I distretti industriali che sono tornati a crescere hanno al loro interno imprese che non si sono limitate a resistere alla crisi riducendo i costi, ma hanno invece colto l’occasione per investire in ricerca, brevetti e marchi, hanno qualificato la gamma dei prodotti e cercato di agganciare i mercati emergenti (l’export verso la Cina è cresciuto del 38%).

Un altro interessante aspetto colto dal Rapporto Intesa-San Paolo è l’affermazione in Italia di nuovi distretti tecnologici, che superano perciò le tradizionali specializzazioni del made in Italy, per sviluppare aree di produzione molto promettenti e meglio difendibili nella concorrenza internazionale, come bio-medicale, Ict, aeronautica e farmaceutica. Si tratta di realtà che, nel loro insieme, hanno già oggi una certa consistenza – circa 75mila imprese e 500mila occupati – e che, se adeguatamente sostenute dal credito e da una più seria politica industriale, avrebbero davanti interessanti prospettive di crescita.

Tuttavia, una politica per la crescita competitiva dei distretti non può essere identica al passato. Le nuove esigenze dei settori a maggior contenuto tecnologico, e le profonde differenze nelle performance fra imprese sono da tenere in seria considerazione. Bisogna dunque superare le vecchie logiche distributive, a cui sono ancora affezionate le associazioni di rappresentanza, per puntare invece alla selezione dei progetti e dei soggetti più innovativi, attorno ai quali favorire la creazione di filiere industriali, tecnologiche e di servizio. Tali filiere dovrebbero inoltre avere tre caratteristiche fondamentali: essere capaci di stabilire legami organici con il sistema dell’Università e della ricerca, essere sostenuti in modo più convito dal sistema finanziario, ed organizzarsi sempre più a scala internazionale. Se, dunque, i distretti mostrano di avere ancora molte frecce al proprio arco, i bersagli da colpire sono però cambiati. Per andare alla caccia grossa è necessario organizzarsi meglio.

Giancarlo

Share/Save

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

2 Responses to I Distretti industriali rialzano la testa

  1. Stefano dicono:

    Il tema dell’eterogeneità delle performance fra le imprese che appartengono a un distretto mi sembra un aspetto essenziale della trasformazione in atto. E’ un aspetto che non emerge oggi, ma che trova la sua origine nelle grandi trasformazioni di scenario che hanno segnato l’inizio degli anni 2000 e che, peraltro, l’ufficio studi di Banca Intesa ha già contribuito a mettere a fuoco.

    Per chi studia i distretti il problema è capire in che misura la performance di un’impresa dipende da un percorso strategico deliberato e quanto invece dipende dall’appartenenza a uno specifico territorio. In effetti, tutta questa eterogeneità fa pensare che il ruolo dell’imprenditore e del management delle imprese sia oggi sempre più importante (nel bene e nel male) rispetto alle dinamiche “emergenti” di collaborazione e di imitazione che hanno segnato in passato il distretto in quanto sistema collettivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *