La guerra dei brevetti fra Usa e Cina

Consiglio vivamente la lettura dell’ultimo articolo di Vivek Wadhwa su Tech Crunch a proposito di Cina e brevetti. Wadhwa è del mestiere: prima di essere columnist di Business Week è stato imprenditore di successo nella Silicon Valley e ricercatore a Duke University. A proposito di proprietà intellettuale il suo messaggio è chiarissimo. Brevetti? No Grazie. Meglio lasciar perdere le strade battute finora e provare qualcosa di nuovo. Contrordine, compagni. I brevetti potrebbero essere l’ennesima battaglia persa dell’economia americana contro la Cina e altre economie emergenti.

L’indicazione di Wadhwa nasce da alcune considerazioni piuttosto semplici. La Cina sta investendo massicciamente in proprietà intellettuale. Prendiamo il caso delle nuove tecnologie 4G, la nuova generazione di telefoni cellulari. Huawei, leader cinese in questo settore, dovrebbe detenere per il 2015 il 15%-20% dei brevetti in questo campo di applicazione. ZTE, concorrente cinese di Huawei, ne dovrebbe detenere il 10% per il 2010. I cinesi ci hanno preso gusto e hanno lanciato una campagna di sostegno alla brevettazione che va ben oltre la telefonia. L’obiettivo è quello di avere un milione di brevetti l’anno per il 2015 e un altro milione di modelli di utilità, secondo quanto citato dal New York Times.

Bene, si dirà. Gli inventori cinesi si danno da fare. Giusto che abbiano la dovuta ricompensa. E’ qui che il ragionamento di Wadhua si fa più gustoso.

Nel mondo dell’high tech – dice Wadhwa – i brevetti non stimolano l’innovazione, la inibiscono. Sono come armi nucleari in una corsa al riarmo: le aziende – soprattutto le grandi aziende – li usano per estorcere quattrini alle imprese che non hanno tempo e risorse per affrontare una causa. “Gli imprenditori che avviano startup vivono nella paura costante che questi giganti cattivi o altri folletti malefici li mandino in fallimento con cause insensate”. (Non è proprio questo che si insegna all’università ma tant’è..)

La novità è che i cinesi sembrano aver capito le regole del gioco e si stanno dando da fare sullo stesso terreno delle multinazionali americane. Brevettano qualsiasi cosa. Gli incentivi non mancano: gli esaminatori cinesi degli uffici brevetti sono valutati semplicemente sul numero di domande che hanno approvato. Dal punto di vista commerciale, la grande maggioranza dei brevetti americani è senza consistenza o totalmente irrilevante. Con i brevetti cinesi sarà ancora peggio. In Cina ci sarà una complicazione in più: ogni volta che bisognerà difendersi da una aggressione legale si dovrà necessariamente ricorrere a avvocati locali e sperare che il giudizio non sia di parte.

Meglio lasciar perdere, dice Wadhwa. E da subito. A partire dalle leggi sulla brevettazione del software.

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7 Responses to La guerra dei brevetti fra Usa e Cina

  1. Vladi dicono:

    Ebbravo Vivek!
    Arriva un po’ tardi ma meglio che mai. Un bel po’ di gente che si occupa di Intellectual Property sostiene da tempo che i brevetti possono far male all’innovazione, anzichè incentivarla (Lessig anyone?).
    Michele Boldrin e David Levine, IMHO, hanno detto tutto quel che c’è da dire sul tema in un bel libretto distribuito gratis in rete.
    Più complicato capire come gli Usa faranno ciò che Wadhwa chiede, cioè cambiare la cultura e le politiche di brevettazione sia in casa loro che all’estero.

  2. francesco de michelis dicono:

    Un pò di dati a sostegno di questa (strampalata) tesi “Nel mondo dell’high tech – dice Wadhwa – i brevetti non stimolano l’innovazione, la inibiscono”? Ma per piacere!

  3. renzo cavalieri dicono:

    Molto interessante, bravi.
    Dopo anni di apprendistato internazionale, dopo essersi costruiti un know how giuridico adeguato, dopo aver formato una generazione di tecnici – governativi e privati – capaci (e anglofoni), i cinesi hanno dunque preso a utilizzare le regole del gioco per tutelare i propri interessi.
    Dovevamo aspettarcelo e invece ci rimaniamo male. Di fronte alla sempre più attiva partecipazione della Cina alla formazione e all’applicazione delle regole, in sede WTO e in altri consessi multilaterali, certa ottusa dottrina giuridica nostrana comincia a parlare di un “aggressive legalism” cinese. Quando eravamo noi a schiacciare il mondo con i nostri templates e le nostre regole non si parlava di aggressività, ma semplicemente di una fisiologica superiorità del nostro modello, a cui tutti, prima o poi, avrebbero dovuto adattarsi…
    Ancora una volta dobbiamo prendere atto che, anche quanto a regole del gioco, la Cina non è più un’importatrice netta e passiva dei modelli della wetern legal tradition, ma sta diventando un’artefice importante e – se necessario – assertiva. E non è affatto detto che questo sia un male.
    Altro discorso è quello introdotto da Vladi sul rapporto tra privative e innovazione. Non ho un’opionione precisa sul tema, ma non vorrei che il trebnd critico del sistema brevettuale non fosse proprio altro che una reazione della parte più sofisticata della cultura economica occidentale di fronte all’avanzata di nuovi players…

  4. Vladi dicono:

    Renzo,
    right on the money.
    La critica al sistema brevettuale nasce ben prima che la Cina si muovesse con tanta decisione. Wadwha invece arriva tardi. Mi sembra quello che porta via il pallone perchè la partita non gli piace più.
    La domanda che ponevo partiva proprio da questa considerazione. Che si condivida o meno la visione di Wadwha, siamo proprio cosi’ sicuri (come sembra lui) che gli USA oggi possano riprendere in mano il pallino del gioco e spostare la partita su un altro campo e con altre regole?

  5. Stefano dicono:

    renzo
    le critiche al brevetto non sono di oggi. ma mi pare che il punto che sollevi sia cruciale: un articolo che parla con tanta franchezza della grandi corporation in versione sceriffo di nottingham è emblematico di una nuova percezione che gli stati uniti hanno di se stessi. ora che il banco non è più saldamente nelle loro mani , meglio cambiare le regole del gioco.
    la velocità del cambiamento lascia interdetti. ancora più sorprendente è guardare alla determinazione con cui tanti italiani sembrano continuare a guardare al modello americano..

    @francesco
    vivek wadhwa è stato un grande imprenditore della silicon valley. è stato un punto di riferimento per la comunità degli imprenditori indiani negli stati uniti e se oggi non è più nel business delle nuove tecnologie è per un infarto dovuto al superlavoro.
    da quando il medico gli ha detto di starsene un po’ più calmo è diventato pure prof a duke e a harvard, due istituzioni non proprio marginali del mondo accademico americano, nonché columinist di business week. si potrà dire che è irruento nel proporre le sue tesi, ma non certo uno sprovveduto. quanto ai dati che (giustamente) richiedi, se lo conosco un po’ ha già messo una banda di giovani phd al lavoro. a breve avremo i risultati…

  6. marco dicono:

    vi segnalo questo post interessante scritto da Jonathan Schwartz, ultimo ceo di Sun, sull’uso del brevetto come sostanziale arma di ricatto nei confronti di altre imprese del settore IT.

    http://jonathanischwartz.wordpress.com/2010/03/09/good-artists-copy-great-artists-steal/

  7. francesco de michelis dicono:

    @ Stefano

    Consoco Vivek Wadhwa (di fama) e avevo letto il suo articolo ancora prima della tua segnalazione. Nonostante il suo CV e i suoi meriti resta il fatto che l’articolo fa delle assunzioni senza dati a sostegno. E poi, scusami, ma che vuol dire “hi-tech”? E’ una definizione che o dice tutto o dice nulla. Oppure si sta parlando della brevettabilità del software? Ma è tutto un altro tema e andrebbe affrontato con precisione. Quindi resto della mia opinione e ascrivo il suo articolo alla moda correte “speriamo a zero su proprietà intellettuale e sui brevetti”.

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