Made in China sotto l’albero di Natale

Fra i regali di Natale un posto di riguardo sarà riservato anche quest’anno ai prodotti tecnologici di grido, come smart-phone, tablet-pc, play- station, ecc. Dal punto di vista economico sembra perciò facile concludere che le feste natalizie – tipica ricorrenza occidentale – saranno un grande affare soprattutto per le fabbriche orientali, e in particolare per la Cina, visto che propri lì vengono assemblati molti dei gadget high-tech che poi importiamo sui nostri mercati. Ma, come i lettori di firstdraft sanno bene, i circuiti della globalizzazione sono più complessi di quanto può fare intendere una superficiale lettura della bilancia commerciale.
Seguendo il modello proposto qualche anno fa dai ricercatori della UC-Irvine, in un recente articolo apparso sul Wall Street Journal viene ricostruita la “catena del valore” dell’iPhone, confermando di fatto i risultati già emersi con l’analisi dell’iPod. Se guardiamo ai soli dati di interscambio – secondo i quali gli Usa importerebbero dalla Cina 1,9 miliardi di dollari per un tipico prodotto americano! – cogliamo solo una minima parte del problema. In realtà, le esportazioni della Cina incorporano quote di valore prodotte in altri paesi. Se, infatti, l’iPhone viene assemblato in Cina, è necessario considerare che la maggior parte delle componenti tecnologiche (come circuiti, processori, memorie, ecc.) proviene da altri paesi, fra cui gli stessi Usa, ma anche da Giappone, Germania e Corea del Sud. Ognuno di questi

paesi ha delle imprese che partecipano al processo produttivo dell’iPhone, apportando quote di valore aggiunto che, alla fine, si rivelano di gran lunga maggiori di quelle create in Cina. A quest’ultimo paese è infatti attribuibile appena il 3,6% del prezzo all’ingrosso dell’iPhone, mentre alle aziende giapponesi spetta il 34%, a quelle tedesche il 17%, a quelle coreane il 13%. Agli Usa arriveranno invece sia la quota attribuita alle “funzioni proprietarie” – marchio, design, brevetto tecnologico – sia quelle spettanti ad altre aziende che producono componenti necessarie per la costruzione del telefono della Apple. In definitiva, dire che l’iPhone è assemblato in Cina, non significa che in questo paese si sviluppi l’intero processo produttivo, che in realtà contiene funzioni industriali e di servizio svolte altrove. Perciò, anche il valore aggiunto andrà distribuito fra i diversi fattori produttivi – capitale, lavoro, ricerca e sviluppo tecnologico – che partecipano alla catena globale di creazione e produzione del bene.
Le implicazioni di questo tipo di analisi sono rilevanti sia dal punto di vista dell’analisi che della politica economica. Secondo il direttore del WTO, Pascal Lamy, per molti prodotti manifatturieri lo stesso concetto di “paese di origine” si sta rivelando oramai obsoleto. Più che all’origine, sarebbe meglio guardare al contributo effettivo di valore aggiunto che ogni economia è in grado di apportare alle catene globali del valore. Potremmo così accorgerci che molte delle importazioni dalla Cina contengono, in realtà, lavoro italiano, magari sottoforma di idee, design, tecnologia sviluppati nelle imprese più aperte e dinamiche della nostra economia. Perché invece di chiudersi in un illusoria difesa del Made in Italy tradizionale, non puntiamo di più su questo nuovo Made by Italy globale?

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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4 Responses to Made in China sotto l’albero di Natale

  1. Pingback: Chi produce davvero l’iPhone? « Gestione delle reti

  2. gb dicono:

    L’articolo comparso sul WSJ ha sicuramente dato forza ad un modello (UC Irvine) ancora visto con generale diffidenza. A livello scientifico, ad esempio, mancano oggi lavori replicanti tale metodologia. L’argomento sollevato dal post è in ogni caso di grande interesse, non solo per rivalutare le relazioni internazionali China-USA. Spostando infatti il focus sulle produzioni Made in Italy è possibile intuire come una significativa parte del valore aggiunto (meglio Gross Margin) tenda a sfuggire alle tradizionali imprese manifatturiere. Per quanto auspicabile, il riposizionamento suggerito da Giancarlo appare però essere tutt’altro che scontato. Tra le principali complessità penso ad esempio alla generale mancanza di adeguate capabilities necessarie a presidiare processi aziendali distanti dal core business tipico.
    Interessante sarà capire se e come l’Università potrà contribuire a colmare questo gap.
    gb

  3. Giancarlo dicono:

    @gb: in realtà il processo di riposizionamento nelle catene globali del valore è da tempo in atto in diverse medie imprese industriali italiane, non solo nei settori tradizionali del made in italy, ma anche in quelli degli elettrodomestici, della meccanica strumentale, dell’impiantistica. Senza escludere i servizi: bancari, assicurativi, turistici. Giusta comunque l’osservazione sulle capabilities: l’innovazione funzionale richiede capacità tecniche e manageriale che non si possono improvvisare. Basti pensare all’uso intelligente dei sistemi logistici più evoluti, alla gestione delle transazioni valutarie, oppure alla conoscenza dei codici di diritto internazionale. La leva dell’upgrading è, dunque, l’investimento in capitale umano. E questo, richiede due passaggi: crescita dimensionale e sviluppo di una nuova imprenditorialità nei servizi.

  4. bernardo dicono:

    Mi sembra che l’analisi della catena globale del valore dell’iPad non sia estesa alla componentistica.
    Il valore associato alle componenti viene attribuito ad un unico Paese. E’ possibile? Ritengo alquanto più probabile che la componentistica coreana e giapponese possa subire qualche passaggio produttivo in Cina o in altri Paesi del Sud Est Asiatico, e non essere limitato al solo assemblaggio. Lo stesso può valere anche per le componenti americane e tedesche.
    In questo senso penso che il contributo della Cina alla crezione del valore dell’Ipad sia senz’altro maggiore.
    Ovviamente concordo con l’idea generale di presidio delle fasi a maggior valore, e delle competenze ad esse correlate. In questo senso credo che oltre alla progettazione e al design, le altre fasi critiche (e a maggior valore) a cui dovrebbero prestar più attenzione le imprese italiane siano quelle legate all’immagine di marca e al presidio delle relazioni di mercato. Proprio come fa Apple.

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