Quanto ci interessa il futuro dell'Università?

Quanto ci interessa, davvero, il destino dell’Università italiana? Il rinvio della discussione parlamentare sulla riforma universitaria a dopo la sessione di bilancio, dove sono previsti pesanti “tagli lineari” al fondo di finanziamento degli atenei, tradisce la scarsa considerazione che il sistema politico ha di una delle istituzioni cardine di una società e di un’economia moderna.

Questa situazione arriva dopo anni di attacchi e denigrazioni generalizzate, che hanno creato nell’opinione pubblica un’immagine distorta e solo negativa del mondo universitario. Proviamo allora a ristabilire un po’ di chiarezza, a partire dal punto critico: la produttività scientifica e didattica. L’Università è per definizione il luogo in cui si produce, attraverso la ricerca, e si diffonde, attraverso l’istruzione, la conoscenza scientifica. Perciò, se nessuno degli atenei italiani compare ai primi posti delle graduatorie internazionali della ricerca, e se il numero di laureati è inferiore a quello degli altri paesi, vuol dire che il sistema non funziona. La critica è giusta, ma non può fermarsi ad una lettura superficiale. Un agile libretto di Marino Regini ci aiuta ad andare più a fondo, scoprendo, ad esempio, che la situazione dell’Università italiana nei ranking internazionali è migliore di quella della Spagna e della Francia, e non è molto diversa dalla Germania, tutti paesi che investono sulla ricerca molto più di noi. Il nostro punto debole non è tanto la reputazione scientifica, né il gradimento dei datori di lavoro, ma il basso numero di docenti per studente e il limitato afflusso di studenti internazionali. Per porre rimedio a questi problemi è necessario intervenire, da un lato, sui meccanismi di reclutamento e, dall’altro, nel facilitare i visti di ingresso e nel realizzare strutture di accoglienza per gli studenti, su cui anche gli enti locali potrebbero fare molto di più.

Per il reclutamento la riforma in discussione propone una soluzione condivisibile, con l’istituzione di un sistema di abilitazione scientifica nazionale, a cui deve seguire la chiamata da parte dei singoli atenei. Condivisibile è anche la creazione di meccanismi di incentivazione basati sul merito, che responsabilizzano sia gli atenei nel chiamare i professori migliori, sia i singoli docenti nell’essere più produttivi. Ma senza risorse, anzi, riducendo quelle attuali, queste norme sono destinate a restare lettera morta.

Per quanto riguarda il numero di laureati, anche se il ritardo si sta riducendo, siamo tuttavia ancora di molto sotto la media europea. In un’economia in cui l’innovazione è diventata la principale arma competitiva, tale deficit rischia di diventare uno dei più gravi del nostro paese. Anche in questo caso dobbiamo però chiederci se il cattivo risultato sia solo responsabilità dell’offerta universitaria, oppure anche di strategie famigliari poco lungimiranti e di una struttura economica in cui è ancora troppo basso il premio salariale ai lavoratori laureati. A questi problemi si può cercare di rispondere con un sistema molto più robusto di borse di studio, prestiti d’onore e servizi offerti agli studenti, ma anche attraverso incentivi fiscali all’assunzione di laureati. Operazioni di questo tipo risulterebbero più agevoli in una prospettiva federalista. In questo senso, va visto con favore l’accordo di cooperazione fra atenei del Veneto, a cui hanno assicurato sostegno la Regione e il mondo imprenditoriale. L’obiettivo è qualificare l’offerta didattica e scientifica, fornendo agli studenti una piattaforma integrata di insegnamenti e servizi, e alle imprese condizioni più favorevoli per sviluppare attività di ricerca e progetti di innovazione. Tuttavia, se non vogliamo prenderci in giro, dobbiamo sapere che tali operazioni non possono procedere senza risorse. A quanti interessa davvero il futuro dell’Università, è il momento di fare sul serio.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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4 Responses to Quanto ci interessa il futuro dell'Università?

  1. Vladi dicono:

    Ecco Gian,
    mi chiedo: l’editoriale di Giavazzi di oggi sul Corriere, è “fare sul serio”?
    I problemi dell’università, secondo l’economista/editorialista, sono due:
    1. troppi, troppi professori (nonostante le statistiche dicano l’esatto contrario);
    2. Le rette sono troppo basse: bisogna essere chiari e seri e dire a studenti e famiglie che l’università la devono pagare di più.

  2. Giancarlo dicono:

    Giavazzi, oramai, è la parodia di se stesso. Perciò è difficile prenderlo sul serio. Anche se poi a prenderlo sul serio torna comodo al ministro e alla maggioranza di governo, che possono usare le sue opinioni senza fondamento a sostegno di una politica di tagli lineari, dove il merito è soltanto calpestato. L’Università italiana ha molti problemi. Ma dietro la cortina fumogena creata da Giavazzi&C si rischia di non vedere quelli giusti. Mi chiedo come sia possibile continuare a dire che ci sono troppe Università in Italia, quando negli Usa ce ne sono venti volte di più (oltre 4000, contro le nostre 90). Ponderato sul numero di abitanti, il numero di atenei è in Italia uno dei più bassi fra i paesi Ocse. Anche sulle tasse universitarie bisognerebbe essere più chiari: da noi sono già più alte che in Francia e Germania, e oramai non molto diverse dall’UK. Con l’aggravante che da noi ci sono poche borse di studio e i prestiti d’onore sono solo sulla carta. La conseguenza di tutto questo è che abbiamo un numero di laureati sulla popolazione più basso della Romania, metà della Francia, un terzo di UK e USA. Questa, secondo me, è la principale emergenza da affrontare.

  3. Eleonora dicono:

    Riporto qui il link relativo al ranking 2010-2011 delle top 200 università nel mondo curato da THE (Times Higher Education):
    http://www.timeshighereducation.co.uk/world-university-rankings/2010-2011/top-200.html
    http://www.repubblica.it/scuola/2010/11/08/news/classifica_atenei-8891510/?ref=HREC1-8

  4. Giancarlo dicono:

    Un’interessante analisi sulle classifiche delle università è proposto da Federico Coniglione nel sito de lavoce.info: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002014.html.
    Da questa analisi l’Italia non ne esce affatto male, anzi, è tra i paesi che migliorano la propria posizione negli ultimi anni. Il problema è semmai la mancanza di incentivi alla formazione di research university, che differenziando l’offerta universitaria porterebbero verso l’alto il rating di alcuni atenei nazionali. In realtà, credo che il limite principale delle Università italiane sia la scarsa mobilità di docenti e studenti. Se si riuscisse ad incentivare entrambe, ne guadagnerebbe la qualità dell’offerta.
    gc

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