Le nuove classi dirigenti in un paese per vecchi …

Sul Corriere della Sera di qualche giorno fa Beppe Severgnini se l’è presa duramente con l’ultimo film interpretato da Julia Roberts – Eat Pray Love – e con il vincitore del Festival di Venezia – Somewhere – accusati di confinare l’immagine dell’Italia in una sorta di “periferia del mondo”, dove il massimo che possiamo offrire è buon cibo e banali spettacoli televisivi. Oltre ad esprimere la giusta indignazione, dovremmo provare anche qualche preoccupazione. Immagini del genere possono infatti attirare qualche turista, ma tengono alla larga gli investimenti che più contano: quelli dei giovani e del capitale umano qualificato, su cui si fonda il futuro di un paese. Purtroppo, l’idea dell’Italia come paese per vecchi è sempre più diffusa. Un film in questo senso ancora più insidioso è “Letters to Juliet”, in programma sui nostri cinema proprio in questi giorni. La storia è quella di una giovane coppia americana in viaggio di fidanzamento a Verona, la città di Giulietta e Romeo. Lui è un cuoco in formazione, con ambiziosi progetti per un ristorante a New York, il quale viene subito distratto dalle aste di vini e dalle esperienze culinarie in terra veneta, uscendo presto di scena. Lei (una brava e seducente Amanda Seyfried) è un’aspirante scrittrice, che durante la visita alla casa di Giulietta intercetta una lettera d’amore scritta 50 anni prima e mai recapitata. L’autrice di questa vecchia lettera (una sempre splendida Vanessa Redgrave) viene dunque contattata nella sua casa londinese e, accompagnata da un aitante nipote oltre che dalla Seyfried, si convince di riprendere la ricerca dell’uomo italiano, un tempo tanto amato. Inizia così un viaggio di scoperta tra Verona e Siena, durante il quale la storia – in realtà piuttosto sdolcinata e prevedibile – passa in secondo piano, mentre il vero protagonista diventa lo splendido paesaggio delle colline del Chianti. Per l’Italia si tratta di una bella cartolina turistica, che porta però un perfido messaggio. L’immagine del nostro paese si compone di un insieme di resort di lusso, borghi antichi e lunghi filari di vite, ma soprattutto tanti anziani con lo stesso nome, a sottolineare la scarsa differenziazione sociale. L’unico elemento di modernità nazionale è rappresenta

to dalla Lancia Delta che l’allegra compagnia prende a noleggio. Ma il colpo più duro arriva alla fine. Quando la Redgrave trova finalmente il suo amato (Franco Nero, un italiano vero), decide subito di sposarlo e fermarsi con lui sulle colline toscane. I due giovani, però, hanno ben altre strategie localizzative, e la scena finale è una amichevole disputa se sia meglio vivere a Londra o New York. Come a dire: in Italia si viene in vacanza e, tutt’al più, a passare la vecchiaia, non certo a costruirsi un futuro professionale.
Un’immagine del genere può sembrare ingenerosa. Tuttavia, contribuisce ad alimentare nel mondo un pericoloso stereotipo, che pesa come un macigno sulle nostre prospettive di sviluppo. Ecco un compito importante per il “meeting delle nuove classi dirigenti” che si è svolto venerdì primo ottobre al Cuoa di Altavilla: porsi con decisione di fronte a queste rappresentazioni, e fare di tutto per ribaltarle. Il tema scelto quest’anno è quello giusto: l’Università, infrastruttura fondamentale di una società della conoscenza e chiave per aprire ai giovani le porte di un futuro sostenibile. Giusta è anche la prospettiva di lettura: creare un “sistema universitario” nel Nord Est, che non significa accentrare tutto in un unico ateneo, ma dare più coerenza ad un’offerta educativa di qualità, facendo leva su specializzazione scientifica, internazionalizzazione della ricerca e integrazione dei servizi. C’è tuttavia un’altra prova che si chiede alle “nuove classi dirigenti”, quella di mettere fine agli esercizi di simulazione in ambiente controllato – nei meeting, nei festival e nelle riviste – e misurarsi direttamente nella rappresentanza di interessi e nei processi decisionali. Perché il paradosso è che mentre da noi i “giovani” di 40 e 50 anni discutono in astratto come dovrebbe essere il paese se qualcuno lasciasse loro la possibilità di governare, in gran parte del mondo – a partire da Usa e Regno Unito – sono proprio leader quarantenni ad essere entrati nell’arena politica e ad assumere responsabilità politiche. Per cambiare l’immagine di un Italia come paese per vecchi, anche i giovani devono fare la loro parte. Soprattutto coloro che si candidano, o si proclamano, classe dirigente.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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5 Responses to Le nuove classi dirigenti in un paese per vecchi …

  1. Didi Steiner dicono:

    Il problema dell’immagine stereotipica nutrita da filmetti idioti (e “Somwhere”, nonostante i successi veneziani, non mi pare una chicca cinematografica) è meno che secondario. Fossero queste le ragioni. E fossero queste, soprattutto, le insidie che corre il nostro paese rispetto al suo futuro…

  2. Valentina dicono:

    Giancarlo,

    mi aggrego allo sdegno nel veder rappresentato un paese ricco in uno stereotipo che gli sta sempre più stretto. L’italia non è solo la mecca del buon cibo (eat), il territorio dello sconfinamento continuo della Chiesa nella vita politica e culturale (pray), la meta ideale per la luna di miele (love). Purtroppo però secondo me non è solo un idea, un pregiudizio, quello che l’Italia sia un “paese per vecchi”. Da giovane, tornata da poco da un America guidata da un Obama 48enne (altro che 74anni….) e in cui i fondatori di una delle aziende più influenti, Google -solo una tra tante-, sono 37enni, mi sento di dire almeno che l’Italia “non è un paese per giovani”. Che la profonda crisi che stiamo attraversando sia uno stimolo in più per investire davvero nei giovani (davvero)?

    Una giovane che ha voglia di fare la sua parte.

  3. Giancarlo dicono:

    @Valentina: vorrei tanto che la crisi diventasse anche per l’Italia un’opportunità per cambiare, liberando spazi per l’investimento dei giovani nelle imprese, nella società, nelle istituzioni. Tuttavia, non vedo segnali convincenti in questa direzione. Anzi, per il momento le ristrettezze della crisi hanno ridotto lo spazio dei giovani, mentre i “vecchi” non mollano un centimetro delle proprie posizioni. Se, in questo senso, il sistema politico italiano è imbarazzante, i dati sulla disoccupazione giovanile sono inquietanti! Perciò, abbiamo poco da lamentarci delle rappresentazioni cinematografiche: in fondo, gli stereotipi hanno sempre qualcosa di vero.

  4. Cristiano dicono:

    Bel post Giancarlo!
    Molto attuale e sentito.
    Da parte mia condiviso nel bene e nel male.
    Con a volte la voglia di rassegnarsi ad un paese che davvero non sembra molto di più che “un luogo dove si viene a passare la vecchiaia, non certo a costruirsi un futuro professionale”.
    Altre volte con l’energia per “fare la propria parte” da 40-50enne cercando di rilanciare proposte che vadano a scardinare l’attuale “rappresentanza di interessi nei processi decisionali”
    Grazie comunque per infondere nuovo entusiasmo. Ora più utile che mai.

  5. Samuel dicono:

    Già parlare di giovani a 50 anni, con il dovuto rispetto, mi fa sorridere.

    L’Italia è da sempre il paese delle corporazioni, delle baronie e del “quello lo conosco, ci metto io una buona parola”. Non c’è vera competizione ma mero presidio delle rendite di posizione. E ognuno, nel suo piccolo, ragiona così senza spesso rendersene conto – della serie: “anch’io voglio farmi il mio giretto”. Dipende poi come usi quel giretto e da quali VALORI sono dominanti in una società. I nostri, attualmente, premiano i furbetti e non i migliori.

    Da 30enne impiegato in una classica pmi del territorio – e orgoglioso di questo – penso che la soluzione, l’unica soluzione, sia quella di mettere gli under 40 nella condizione di crearsi da soli una loro alternativa, un nuovo sistema. Metteteci alla prova, perchè quello vecchio non funziona più.
    Un sistema che non si basi sulla cooptazione o sugli agganci politici (la politica intesa come gestione della cosa pubblica è morta da tempo) a scapito della meritocrazia, ma ci metta nelle condizioni di autoorganizzarsi e creare reti orizzontali connettendo persone pulite proprio perchè non hanno niente da perdere. Non ho bisogno dell’associazione di categoria, di sostenere costi per sovrastrutture che non aggiungono valore ma drenano le già poche risorse del sistema. Leggi: pagano clientele.
    Chiedete ad un giovane laureato/ dottorando se ha fiducia nel futuro, saprete già la risposta; chiedetegli se ha una certa rabbia e irrequietezza da sfogare e non vedrà l’ora di dimostrare cosa è in grado di fare.
    Dategli vera fiducia, senza chiedergli nulla in cambio.

    Oggi per avere una chance deve andare all’estero. E’ utopico pensare che chi ha già la pancia piena, ha una carriera ormai solida ed è “arrivato” non possa accontentarsi, fare da mentore a un gruppo di giovani di potenziale, puliti, trasparenti, con umiltà, voglia di imparare? Perchè ci sono in giro, ne sono convinto.

    Che ne pensate?

    L’Italia siamo tutti noi, non è qualcosa di astratto

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