Se bastasse un ministro …

Dopo quattro mesi di attesa, a giorni dovremmo finalmente avere un nuovo Ministro allo Sviluppo. Il richiamo che da Venezia ha fatto il Presidente della Repubblica sulla necessità di rilanciare la politica industriale in Italia sembra, dunque, avere sortito qualche effetto. Ma quanto sono giustificate le aspettative riposte su questa nomina?

Non facciamoci troppe illusioni. La politica industriale è infatti oggi composta da una molteplicità di attori, strumenti e risorse che non sono affatto riconducibili ad un unico ministro, né si collocano soltanto a livello nazionale. Prima della crisi, era l’idea stessa della politica industriale ad essere caduta in disgrazia, nella convinzione che le risorse economiche impiegate dai governi per sostenere lo sviluppo economico sortissero risultati modesti. Meglio, perciò, lasciare queste risorse alle imprese riducendo la pressione fiscale. La crisi finanziaria ha profondamente modificato questa convinzione. Basti pensare che anche un Paese tradizionalmente poco interventista in economia come gli Usa ha speso in meno di due anni uno stimulus package di 800 miliardi di dollari! Se rapportiamo tale cifra all’economia italiana, significa una spesa di circa 100 miliardi, ben lontana dalle scarse risorse messe in campo in questi anni per le imprese. D’altro canto, l’enorme debito pubblico del nostro Paese è un vincolo che non possiamo eludere. Ma non è solo questo il punto. In questi ultimi anni la politica industriale si è per lo più concentrata nel tentativo di tamponare le situazioni di crisi. Quanto può ancora durare questa fase? Speriamo poco. Non solo perché questo vorrebbe dire che la crisi è in via di superamento, ma anche perché è necessario che la politica industriale torni a svolgere la sua vera funzione, richiamata anche da Napolitano: rafforzare la capacità competitiva del sistema-paese. I capitoli di una politica di questo tipo non sono difficili da individuare. Innanzitutto bisogna sostenere la nascita di nuove imprese e la crescita di quelle esistenti nei settori più avanzati dell’industria e dei servizi. I progetti di innovazione più

rischiosi hanno, infatti, un basso “merito di credito” ma, a ben vedere, è solo attraverso questi progetti imprenditoriali che l’economia diventa più competitiva e può creare occupazione stabile e di qualità. E’ necessario, inoltre, incentivare l’innovazione in tutti i settori dell’economia, anche in quelli tradizionali: basti pensare al ruolo che l’edilizia e i trasporti possono avere nel risparmio energetico. Le imprese saranno inoltre stimolate ad innovare anche attraverso incentivi agli investimenti in ricerca e formazione, una maggiore diffusione delle tecnologie dell’informazione e una politica più seria di tutela della proprietà industriale (brevetti, marchi, design). Se l’innovazione è il principale fattore di crescita della produttività, diventa però necessario allargare i mercati in grado di assorbire beni e servizi. In questo senso, un importante fronte della politica industriale è oggi quello dell’internazionalizzazione, che significa sia aiutare il made in Italy a conquistare nuovi mercati, sia attirare capitali, imprese e talenti da tutto il mondo. Tutto questo può funzionare se anche il contesto operativo diventa più efficiente: fino a quando l’energia costerà da noi il 30% in più che nel resto d’Europa sarà più difficile per le imprese trovare risorse da investire nell’innovazione. Ragionamento analogo vale anche per altre importanti infrastrutture: trasporti e telecomunicazioni, ma anche burocrazia e giustizia. Infine, ma si tratta forse dell’aspetto più importante, per assicurare continuità e diffusione ai processi innovativi è fondamentale la qualità del sistema finanziario: in un’economia di piccole e medie imprese, alla fine, chi seleziona i progetti di sviluppo industriale sono le banche. Senza un sistema finanziario più aperto, trasparente e responsabile, investire nell’innovazione diventa molto difficile. Potrà un Ministro dello sviluppo scrivere qualcosa di utile su tutti questi capitoli? Come si diceva, meglio non farsi troppe illusioni. Tuttavia, la sua nomina darebbe almeno più forza ai temi dello sviluppo nell’agenda del governo. Sarebbe già un buon risultato.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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